Monastero di Legnano – Incontro

Monastero di Legnano – Un cammino di fede. Una fede in cammino

Un incontro davvero istruttivo e per certi versi illuminante quello che si è tenuto Sabato 18 Gennaio, al Monastero delle Carmelitane Scalze di Legnano.
Istruttivo per i contenuti di carattere storico sulla nascita e diffusione del Carmelo, illustrati con grande chiarezza e semplicità dalla priora del Monastero, madre Giovanna, e da madre Edith. Ma anche illuminante, per la capacità degli oratori di far percepire, ed in qualche modo far vivere, a tutti i presenti (una quarantina) , il senso profondo dell’esperienza di vita e di fede di chi è parte di questa importante comunità monastica.

Si è partiti da molto lontano, dalle origini, dai primi uomini (ex soldati) che alla fine del XII secolo, disgustati dalle guerre “sante” e lasciate le armature crociate, si sono ritirati nelle grotte del monte Carmelo, in Galilea, per vivere da eremiti e abbracciare una nuova dimensione di vita, fatta di meditazione, contemplazione e preghiera. Ma anche di testimonianza, ovvero tesa a promuovere la pace non più con le armi dell’offesa fisica e della guerra ma con quelle spirituali della giustizia e del perdono. Così li descrive la Regola primitiva usando un linguaggio consono al sentire di chi, fino a ieri, era stato soldato in armi: “… cercate con ogni cura di rivestire l’armatura di Dio… indossate la corazza della giustizia… dovete sempre imbracciare lo scudo della fede… la spada dello spirito sia abbondantemente nella vostra bocca e nei vostri cuori”.
Siamo intorno alla metà del 1200 ed il percorso di questi uomini sembra tracciato, nel libro della storia, come un sorta di itinerario a due vie: dall’Europa alla Giudea con le armi della guerra, prima, e, pochi anni dopo, in un percorso a ritroso, dalla Galilea all’Europa, vestiti di stracci, con le armi della speranza e della pace, e l’intento e l’impegno di diffondere il loro nuovo sentire, creando comunità monastiche del Carmelo, in tutto il continente europeo.
Una vita povera, umile e pura, ma ricca di fede e amore. Una spiritualità che si definisce in un continuo “intrattenersi” con Dio e racchiude in sé la profonda unione di Fede, Giustizia e Carità. Il desiderio ardente di interiorizzare la parola di Dio e testimoniarne la presenza nel mondo. L’impegno a vivere nell’ossequio di Gesù Cristo e del Vangelo. Questo il carattere fortemente mistico e l’essenza spirituale che i primi Carmelitani promuovono nell’Europa del tempo e che ne guidano la diffusione sull’intero continente.

Ma è con Teresa d’Avila, nel 1500, che si assiste ad una importante momento di evoluzione nella storia del Carmelo: qualcosa di assolutamente nuovo ma al tempo stesso perfettamente inserito nella spiritualità carmelitana, come fosse un anello della stessa catena. Siamo agli albori dell’umanesimo ed il soggetto umano, la coscienza dell’uomo, sono posti al centro della riflessione filosofica. E in questo contesto Teresa sviluppa la sua riflessione sull’anima umana (metaforicamente descritta come un castello) e sulla possibilità, per ciascuno, di prendere consapevolezza di sé e avvicinarsi a Dio in una sorta di relazione personale, varcando, attraverso la preghiera, la soglia del metaforico castello, sino a raggiungerne il centro. Con Teresa, inoltre, prende corpo il desiderio di fondare un monastero “rinnovato”: all’insegna di una maggiore autenticità nelle relazioni e nel quale vivere in modo più autentico e radicale il Vangelo.
Nasce così la prima comunità di Carmelitane Scalze (siamo nel 1562). Una comunità di modeste dimensioni (solo tredici religiose ne occupavano gli spazi) tesa a sviluppare, al suo interno, una fraternità più esplicita e diretta: dove ci si potesse con facilità incontrare e confrontare, per conoscersi meglio, più a fondo, e sostenersi a vicenda, volersi bene, “essere amiche”. Quasi una famiglia, insomma. Con la quale condividere un’esperienza comunitaria di stretta clausura, di assoluta povertà (che si richiamava alla radicalità della Regola dei primi carmelitani giunti in Europa dalla Palestina) di preghiera, contemplazione e lavoro … ma anche di gioiosa fraternità.

Molte le novità apportate da Teresa nella organizzazione del tempo e delle attività.
A cominciare dalla preghiera, che non deve essere solo quella stabilita, nelle sue forme e cadenze, dalla liturgia della Chiesa, ma anche quella interiore, che lei chiama “orazione mentale”, da praticare in assoluto silenzio ma in comunità con le altre. Per entrare in relazione personale con il Signore ma, al tempo stesso, rendere di questo partecipe l’intera comunità.
E poi il lavoro, che deve essere vissuto con amore e partecipazione. Come una necessità per garantire il proprio sostentamento ma, al tempo stesso, come un modo di essere parte del tutto, ovvero di contribuire, con il proprio fare, all’essere stesso della comunità e al bene di tutti.
La preghiera, quindi, al centro della vita, ma in perfetto equilibrio con la dimensione del lavoro.
E altrettanto equilibrato deve essere, nel Carmelo Teresiano, il rapporto tra solitudine e vita fraterna: da un lato quindi, il giusto spazio per il ritiro nella propria cella dove la preghiera e la riflessione individuale trovano corpo; ma, dall’altro, altrettanto spazio deve essere dato alla ricreazione comune e alla gioiosità della vita fraterna.

E Teresa, negli anni a seguire, si mette in cammino (venne soprannominata l’Andariega – la “viandante”, in spagnolo) per diffondere questo nuovo modello di vita monastica e fondare quindi nuovi monasteri. Un’immagine, quella di Teresa “viandante”, ovvero in continuo cammino, che è diventata, nel tempo, testimonianza di esperienza di fede ma anche simbolo di coraggio, determinazione e libertà interiore cui avvicinarsi fiduciosi. E, in effetti, con Teresa (e dopo Teresa) si è assistito ad una continua crescita nel numero dei monasteri del Carmelo, non solo in Spagna ma anche in Francia ed in Italia.

Dalla fondazione del primo monastero delle Carmelitane Scalze, sono passati quasi cinquecento anni e molti mutamenti hanno attraversato la società civile e la comunità cristiana, ma gli elementi chiave della regola teresiana sono rimasti sostanzialmente fedeli al carisma originale per molti secoli. Con il Concilio Vaticano II la vita dei monasteri di clausura teresiani è stata fortemente ridisegnata per maggiormente aderire al presente (non più rigida austerità nelle relazioni interne e totale distacco e isolamento dal mondo esterno, ma recupero della fraternità nelle relazioni tra sorelle e apertura all’ascolto e alla comprensione dell’altro, anche al di fuori del monastero) ma, non di meno, i pilastri centrali del pensiero teresiano hanno mantenuto la forza della loro essenza originaria.

Ed i segni di questo incontro tra rinnovamento conciliare ed essenzialità dei valori fondativi si possono leggere con chiarezza nei caratteri e nell’organizzazione della vita di tutti i giorni all’interno del monastero del Carmelo di Legnano. Alla cui scoperta hanno fatto da guida, con passione e grande cura del dettaglio, madre Giovanna e Madre Edith nell’incontro di Sabato 18 Gennaio.

Ed eccoci dunque a scoprire il valore centrale della fraternità in molti gesti del vivere quotidiano della comunità: nella circolarità della disposizione delle sorelle negli incontri collettivi (che non è casuale ma esprime e stimola il senso di circolarità della relazione); nella condivisione degli spazi e dei momenti ricreativi nei quali lavoro individuale e dialogo aperto ed allargato si combinano; nella partecipazione di gruppo, in Coro, alla preghiera interiore; nelle riunioni pomeridiane in biblioteca dove ciascuna porta il proprio contributo di conoscenza ed esperienza e tutte ne escono arricchite.

E a individuare il giusto bilanciamento tra tempo individuale e tempo collettivo nella rigida alternanza di impegni di gruppo e momenti di assoluta solitudine. Che è però sempre una solitudine abitata, un modo per sentire più viva la presenza del Signore: un tempo di ascolto interiore che aiuta ciascuna a ritrovare se stessa e la predispone a mettersi in giusta relazione con chi le è vicina, offrendosi all’ascolto e alla comprensione dell’altro.

E a comprendere l’importanza del principio, tanto caro a Teresa, di un giusto equilibrio tra preghiera, lavoro e svago, nella precisa e puntuale scansione delle diverse attività all’interno del monastero (dalla prima preghiera del mattino, sino al battere della “traccola” e alla recita di un versetto o di un’espressione biblica prima del riposo notturno) . Un conformarsi a strette regole di comportamento che potrebbe apparire, a prima vista, una privazione di libertà ma che, come spiega madre Giovanna, consente invece di concentrarsi sull’essenziale e diventare liberi da tutti i condizionamenti e dalle false illusioni cui siamo sottoposti.

Per scoprire, infine, che un monastero di clausura non è (o non è più) un mondo a sé stante, completamente separato dalla realtà che si muove al di fuori delle proprie mura, e da questa anche fisicamente escluso, ma che, al contrario, un monastero è una realtà di chiesa, che deve essere sempre aperto, conoscere e comprendere ciò che si muove intorno a sé, nella città, nel Paese, nel mondo. E con questo relazionarsi.

Perché se è vero che l’esperienza di vita monastica non si propone una specifica “opera” nel mondo, non di meno a questo si riferisce quando testimonia la possibilità di un vivere diverso, di una diversa qualità del nostro essere: una fraternità centrata sulla parola di Dio; ed una ricerca di senso in solidarietà esistenziale con tutti.

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