La Santità del Laico
Intervento di Padre Marco F.
Introducendoci, anzitutto una parola per esprimere il reciproco fraterno saluto fra quanti siamo presenti ed anche la viva condivisione di sentimenti con quanti presenti non sono all'incontro odierno, ma partecipano, vivono il comune impegno di vita del Movimento dello Scapolare.
E a ben vedere questo nostro ritrovarci insieme in un momento di riflessione, di confronto a livello allargato di movimento può essere un passo in avanti nella presa di coscienza dell'identità laicale-carmelitana del vostro movimento dopo l'assemblea di fondazione ufficiale del 5 Novembre 2000.
In questo orizzonte particolarmente appropriato e puntuale mi sembra lo schema di lavoro della giornata nella sua triplice proposta: 1a rif1essione sulla santità di laici, l'esemplarità dei coniugi Martin e la specifica considerazione sullo stato dei non coniugati. Abbiamo non solo le linee anagrafiche , ma ancor più le componenti prospettiche reali del movimento nel suo stesso essere ed impegno di vita.
E la prospettiva, la componente di fondo che caratterizza e deve impegnare il cammino di vita del movimento è senza dubbio quella della santità. La santità dei laici oggi.
Ecco la prima indicazione o , se preferite, la prima provocazione che ci si offre, si impone alla riflessione e alla revisione di vita a livello individuale e di gruppo di oggi:
Parto da un interrogativo: è attuale e valida oggi un'indicazione di santità per il cammino e l'impegno di vita di un movimento di laici?
- Non è interrogativo retorico, né semplicemente teorico. Sempre, ma soprattutto in un contesto socio-culturale come l'attua1e i n cui è predominante ed assillante la logica del fare più che dell'essere e quella della figura e dell'apparire -diremmo del virtuale- ha soppiantato la realtà dei valori, chiedersi se la santità sia una realtà da proporsi e da perseguirsi nella vita, tocca l’intimo profondo e il concreto storico dell’essere e operare nostro di persone e di cristiani.
- L’indicazione della santità non è una proposta classista, di èlites spirituali, un affare privato riservato a certe specifiche categorie. Nè tantomeno proporre la prospettiva della santità come dimensione di cammino di vita particolarmente impegnato è retaggio di una pedagogia metodologica ormai sorpassata.
La santità è valore insostituibile, realtà immutabile dell'essere ed operare cristiano di tutti i tempi e in ogni contesto socio-culturale. Non è una moda, non è una semplice teoria. E' indicazione di vita, vocazione di vita per tutti e ciascuno dei cristiani. E la vocazione universale alla santità di cui LG V, 39.40
E per quanto riguarda poi la validità di una "proposta di santità" per il cristiano impegnato nell'attuale contesto socio-ecclesiale la più autorevole indicazione è nella puntualizzazione del recentissimo documento post-giubilare del Papa... Proprio là dove si tratta di delineare le concrete direttive per l'impegno del cammino che si apre alla chiesa col NUOVO MILLENNIO il Papa pone come prima esigenza, quella della santità !
Le parole del pontefice non hanno bisogno di spiegazioni, tanto sono esplicite e significative. Necessitano d i essere applicate alla v i t a , c i o è " v issute" cosi che la santità avvolga e governi l'intera nostra esistenza.
È un impegno, ricorda il Papa, rifacendosi al Concilio LG 40 , che non riguarda solo alcuni cristiani "Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità " . ( NMI 30 )
La vocazione a11a santità è cosi "impegnativa" ch e ogni cristiano, proprio perchè cristiano, è chiamato ad essere santo nel senso più stretto e nello sviluppo più a1to del suo essere" cristiano" , vita di carità in Cristo. Certo, è una nuova provocazione che si impone alla nostra riflessione e revisione di vita: quale la nostra santità di laici. Ma essa viene soltanto dalla consapevolezza che l'indicazione, la vocazione alla santità è per tutti ed ognuno dei cristiani. La convinzione che solo pochi sarebbero chiamati alla santità è errata ed è un gioco al disimpegno, così come è errata e un gioco ad un disinteresse facile e assolutorio della mia inerzia e mediocrità spirituali la concezione che i santi siano tali a motivo di grazie straordinarie, quali il dono di miracoli o di profezia , i favori speciali di vita mistica.
2.- Tutti siamo chiamati alla santità e per tutti la santità è valore della propria vita e dunque realtà possibile e realizzabile nella propria vita. E qui viene da sé la seconda provocazione: che cosa comporta per il laico la santità?
Di chiediamo che cosa comporti la santità per il Laico, cioè che cosa è la santità nella vita di un laico o, in una parola, quale la santità del laico!
Secondo l'insegnamento del Concilio, riproposto appieno dal papa nel suo documento NMI, vi è nella santità una realtà fondamentale comune a tutti e a ciascuno dei cristiani: il mistero di comunione con la vita stessa di Dio in Cristo.
La santità fontale non è una programmazione nostra umana, non e una nostra acquisizione di perfezione o capacità operativa attraverso l'adempimento di un sistema morale. La santità è partecipazione della vita di quel Dio che è il solo santo. Una partecipazione "ontologica", cioè di essere che ci viene donata in Cristo attraverso lo Spirito nel battesimo... Leggiamo LG 40.
Questa è la realtà, la componente costitutiva della santità che il laico, come ogni altro cristiano, è chiamato a vivere : la partecipazione reale alla vita di Dio. Dalla consapevolezza vissuta di questa sua inserzione nella vita di Dio proviene l'altra componente della santità del laico, come di qualunque altro cristiano, il compito, l'impegno morale della santità: ricercare la pienezza della vita cristiana, tendere alla perfezione
della carità "Tutti i fedeli di qualsiasi stato o rango sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità" ( LG 40) .
Il dono si traduce in impegno che deve governare l’intera esistenza con scelte di vita sempre nel segno della vita di Dio, l'unico santo, in cui Si è inseriti:
la santità si trasforma in "santificazione" : "Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione" (I Ts 4 ,3 ).
E ancora una volta prima di chiedermi a qua1i sce1te di vita "Santificanti " io sia chiamato nella mia esistenza cristiana di laico, debbo anzitutto sentire ed avvertire profondamente l'impegno della santificazione, perfezionare, vivendola sempre più, la santità ricevuta . Non possiamo pensare che 1a nostra vita cristiana si esaurisca nel solo fatto di essere, tramite il battesimo, incorporati alla vita di Dio in Cristo. Né basta che ci accostiamo ai limiti della vita di Dio mantenendo o recuperando nei sacramenti la grazia di Dio o ricordandoci un po’ saltuariamente nella preghiera di Lui e delle Sue esigenze di vita….
Ogni cristiano, e dunque anche il laico, è chiamato alla piena sua santificazione, cioè alla più intima e profonda unione di vita possibile con Dio nel Cristo. Rimane perciò escluso ogni minimalismo e ogni atteggiamento di mediocrità, che induca ad accontentarci di ciò che è strettamente necessario o prescritto. Così come deve essere superata ogni tentazione di abbattimento e disimpegno spirituale di fronte alla triste realtà della nostra permanente debolezza e fragilità morale. Anzi ci deve stimolare ad un più intenso e costante cammino di unione con Cristo sino al compimento finale (LG 48).
In realtà, se il battesimo è un vero ingresso nella santità-vita di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un contro senso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità spirituale. Come nota il Papa: "chiedere ad un catecumeno: ‘vuoi ricevere il Battesimo?’ significa chiedergli ‘vuoi diventare santo?’ ", significa effettivamente per ciascuno di noi, inseriti nella vita di Dio Santo, porre sulla nostra strada il radicalismo del discorso della Montagna : "siate perfetti come è perfetto il padre vostro celeste" (Mt 5,48).
L’ideale di perfezione, il nostro impegno di santificazione, non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni "geni" della santità. Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno.
Bisogna che ci si riproponga questa "misura alta" della nostra vita cristiana ordinaria. "Tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone".
È qui che si inserisce la componente specifica, la dimensione propria della santità dei laici.
3.- La santità specifica dei laici.
C ' è una santità specifica "laicale" ? Si può parlare di una "santità propria" dei laici ? La santità non è forse una vocazione universale e la realtà della santità non è forse per ogni cristiano una partecipazione di essere alla vita divina e un compito di viverla e perseguirla sino alla perfezione nella carità?
Alla luce dell'insegnamento teologico che il magistero conciliare ha puntualizzato, la santità cristiana è radicalmente una. Non ci sono e non ci possono essere molteplici e diversificate santità. Santità è sempre e solo e per tutti partecipazione alla vita di Dio, solo santo, nel legame sempre più vitale e personale con Cristo.
Sarebbe pero errato e quanto mai restrittivo per la nostra vita e quella della chiesa tutta concludere che tutti siamo chiamati allo stesso tipo e allo stesso grado di unione di vita divina in Cristo. La santità cristiana pur essendo radicalmente una, non è identica per tutti. Si attua e si concretizza in gradi molteplici e in forme diverse "secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno".
Perchè? Perchè riceviamo quella vita divina che è la nostra santità, inseriti nella chiesa, corpo mistico di Cristo, come membra differenti per personalità e funzione. È forse questo l'aspetto più significativo e qualificante della variegata santità cristiana: Dio , comunicandoci in questo modo la sua vita divina, ha voluto che ciascuno rimanesse persona: non solo libera e consapevole, ma anche ricca delle sue doti tipicamente personali. L'ha voluto, perché ogni persona, in virtù di quel complesso di talenti, doti, capacità e possibilità personali e in proporzione alla grazia elargita dal libero volere di Dio, è destinata a compiere nel corpo mistico una funzione propria, tipica e irrepetibile, offrendo all'intera compagine il contributo di ricchezze che essa solo può apportare.
Il laico, da parte sua, offrirà il suo apporto secondo la ricchezza e la funzione propria della sua condizione e del suo stato laicale. E questa sarà la sua risposta alla chiamata di santità, la sua santificazione.
Abbiamo detto che un laico si santifica essendo se stesso secondo lo stato proprio. Ora tutto ciò è qualificato dalla definizione generica del laico situato nella condizione di vita propria dei laici nello spazio e nel tempo. la santità dei laici deve svilupparsi secondo la loro propria vocazione, a me sembra che si debba muovere su due linee fondamentali:
A) nel portare a perfezione il contenuto generico della definizione di laico;
B) nell'investire di questa perfezione le milieu specifico nel quale si manifesta l'espressione concreta della vita laicale.
La definizione che dei laici da la LUMEN GENTIUM è questa: " I fedeli... che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano " (L.G. n. 31 Deh. 362). Il laico dunque si santifica anzitutto esercitando il suo culto spirituale, affinché sia glorificato Dio e gli uomini siano salvati "(L.G. n. 34 - Deh. 373), vivendo la "testimonianza della vita e della parola" (L.G. n. 35 - Deh. 375), aiutandosi " a vicenda a una vita più santa anche con opere propriamente secolari; affinché il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace " (L.G. n. 36 - Deh. 379).
1. Sacerdotale
" Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo (cf. i Piet. 2, 5): e, queste cose, nella celebrazione dell'eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso " (K.G. n. 34 - Deh. 373).
B) Profetico
"Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola, acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo... I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione del mondo" (L.G. n. 35 - Deh. 375 e 377).
C) Regale
laici sono fatti perché "il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo " " perché i beni creati, secondo l'ordine del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla civile cultura per l'utilità di tutti assolutamente gli uomini ", perché " risanino le istituzioni e le condizioni del mondo " (L.G. n. 36 - Deh. 379-380).
1) " L'indole secolare è propria e peculiare dei laici " (L.G. n. 31 Deh. 363). " Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli doveri e affari del mondo e nelle ordinari condizioni della vita familiare e sociale di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio del propri ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore"
2) La santità nelle cose
Non sono nel secolo come in una prigione. Vi sono come una realtà viva, come una creatura che, assecondando il disegno di Dio, palpita del fremito della vita e quindi matura verso una sua compiutezza e una sua beatitudine; le quali sono la vocazione stessa dell'uomo, nella partecipazione all'inesauribile vitalità del Figlio di Dio.
In questo stato dove io sono come realtà viva, chiamato dal disegno di Dio alla santità, io scopro dunque che il mio mondo non solo non mi imprigiona, ma mi spinge ad essere vivo: mi spinge, cioè, ad operare. Il mio mondo è il dinamismo della santità, perché in questa vita si iscrive anzitutto l'azione salvifica di Dio: di Dio che crea, che rivela, che si incarna, che mi redime.
Attraverso l'opera di Dio, che è - nell'hic et nunc della mia vita, del mio stato, io sono sospinto, animato, mosso interiormente, in modo che questa mia vita assume il senso di un disegno divino che si va realizzando, momento per momento, linea per linea, secondo uno schema e un'armonia di cui Dio solo è il Signore, ma di cui anche io sono responsabile e libero protagonista: perché la mia situazione è la misura del dinamismo di Dio nel santificarci, ma è la misura del nostro dinamismo nel lasciarci santificare, nel corrispondere al dono di Dio; -
Il cammino della nostra santità laicale non sarà dunque nel rimpianto o nella brama di realtà ormai svanite e progetti mai realizzati ; sarà piuttosto i1 nostro " pel1egrinare
verso Dio nelle cose, nelle esperienze, nella storia di vita del mio oggi, che oggi mi occupa e preoccupa. E' la seconda caratterizzazione: la santità nel tempo
3) La santità nel tempo. Se è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio, è evidente che per il laico la santità non e qualche cosa che si possa costruire, e neppure definire, teorizzare in un sistema spirituale come un valore a-temporale, sradicato dal tempo. La santità mia non esiste se non dimensionata dal tempo, situata nel tempo, intrisa nel tempo. E quindi tutte le rassegnazioni di fronte al tempo non sono, in fondo, che un cristianesimo incompiuto. Il tempo non si vive con la rassegnazione; si vive con la fedeltà, con la riconoscenza a Colui che ce lo dà, a Dio solo. I "rassegnati" non sono altro che santi incompiuti, se pure lo sono: i santi autentici sono felici, anche e proprio nel tempo. I1 disegno di Dio su di me, nella cui fedeltà di risposta è la mia santità, è un disegno da realizzarsi nel tempo , il tempo della mia vita . Lo spazio della m i a santità è i1 "mio oggi".
I tempi sono di Dio, e il tempo è dell'uomo. Ogni uomo, da quella creatura limitata che è, non ha che un tempo, il suo; ed è in questo suo tempo, in questo tempo di ciascuno di noi, in questo mio tempo, che io sono, o non sono, il santo che debbo essere secondo l'eterna elezione di Dio in Cristo Gesù. Il mio tempo. Nei confronti della pienezza dei tempi, cioè del mistero di Cristo, il mio tempo è un attimo che fugge, ma nei confronti miei è un valore assoluto, perché mi fa e mi realizza tutto, compiuto nella santità o fallito nella perdizione. Il tempo mio è il "tempo propizio": nella visione dello Apostolo, il tempo dell'uomo è sempre "tempo propizio "(cfr. 2 Cor. 6, 2). Il mio tempo propizio è l'oggi; il mio tempo di salvezza è l'oggi; l'ora mia, il tempo della mia santità, è l'oggi.
Se è così, è vano fare del tempo - come talvolta accade - un alibi per la nostra mancata santità. Se non siamo santi, la colpa non è del nostro tempo, né dei " nostri tempi": al contrario! Come non è colpa del tempo se siamo infedeli: il tempo non può essere una valida attenuante della nostra infedeltà, perché - anzi - ci è dato proprio come misura della fedeltà, e in quanto è il nostro tempo - tempo propizio ", ora " nostra " - non è che l'occasione, il motivo, lo stimolo di questa fedeltà. Soltanto l'ignavia, la fuga, la pigrizia, la viltà possono renderci infedeli, non il tempo.
Le cose, la storia di vita e il tempo della vita; ecco lo spazio e il cammino dove i laici realizzano la loro santità: la secolarità e la temporalità. Nasce così, nella vita e ne11a perfezione de1 laico u n trinomio fondamenta1e laicità-secolarità-temporalità . Dimenticarlo o sottovalutarlo significa trascurare ciò che è proprio del laico cristiano e della sua santità. E vuol dire anche rendere stonata e infeconda la sua programmazione e operatività nella vita della chiesa e nella società dei fratelli.
Quale pedagogia potrà salvaguardare la vita e l'apporto di santità a cui il laico è chiamato nella chiesa? Siamo qui come movimento Carmelitano... Ebbene, penso che per un laico che ha assunto come impegno programmatico del suo vivere ed operare laicale nella chiesa la spiritualità del carisma del Carmelo, la prima insostituibile direttiva debba essere sempre e comunque la preghiera.
Il santo non è l’uomo "mora1e" e non è neppure uno che osserva semplicemente i comandamenti di Dio.
Il Santo è un uomo comune, uno di noi che tuttavia non accetta di compromettersi con le ragioni secondarie del vivere: avere una famiglia felice, successo negli affari, gloria e affermazione nella società e in questa vita. Certamente, sono cose importanti nella vita e della vita degli uomini, ma il santo non li accetta come se fossero le ragioni principali per le quali vale la pena di vivere.
Il santo si spinge più lontano - " duc in altum" - e cerca di trovare risposte alle domande più importanti sulla vita e sulla morte. Vive la vita e la morte e le esperienze tutte della sua vita orientandole a Dio.
Il Santo è anche colui che "avverte la tragedia degli uomini e per questa ragione scende fino a raggiungere il "punto zero" , "Lo zero assoluto" della sua vita . E in quel punto, di fronte al vuoto (di sé, delle cose...) fa una sorta di balzo, afferra la mano di Dio che lo aspetta e gli dà una vera ragione di vita. E' dunque l'uomo che si sente forte non per le proprie capacità, ma perché sa che tutti i suoi doni gli vengono da Dio.
Il mondo d'oggi ha bisogno di santi così; non perché sono persone che giudicano gli altri e danno lezioni su come si debba vivere. Ma perché sono persone aperte a tutti, amano gli altri, accettano il mondo e per il mondo diventano una autentica speranza. La speranza che viene dal mistero di Cristo che ci ha inseriti nella vita di Dio, il Santo!
|