Home La Parola della Domenica XXX domenica del Tempo Ordinario B.
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… il viaggio, che abbiamo percorso con i discepoli verso Gerusalemme
nelle domeniche scorse, ci ha fatto prendere coscienza delle
sconvolgenti proposte del Vangelo nel cuore delle grandi relazioni che
costituiscono la nostra umanità : sessualità e fedeltà nell’amore –
economia e condivisione dei beni – politica e competizione per il
potere. Ma nello stesso tempo ci ha reso più consapevoli della nostra
radicale incapacità di seguire Gesù (…se ne andò intristito!)…
C’è una specie di fame e di sete di salvezza negli uomini che Gesù
intercetta: chi domanda come fare nei conflitti affettivi e sessuali,
chi vuol essere guidato nella divisione dei beni, chi… vuol essere il
primo, a tutti i costi … Ma alla fine tutto finisce in una triste
delusione, quando Gesù propone ad ognuno le sue sconvolgenti soluzioni
“evangeliche”… Rimaniamo tutti abbagliati, sì! Ma per la vita
quotidiana, troppa luce non serve… non ci si vede più. “. Davanti a
questa luce … essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?» (Mc 10,27).
… da una cecità all’altra! Il testo di Marco di oggi, è la
conclusione della lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli (il 9° e
10°cap.), racchiusa tra due racconti di recupero miracoloso della vista
(Mc 8,22-26 e 10,46-52). La guarigione del primo cieco (di Betsaida) fu
laboriosa, come precedentemente quella del sordomuto: avviene fuori dal
villaggio, sputandogli sugli occhi e imponendogli le mani: Vedi forse qualcosa? Il cieco si accorge di non percepire bene la realtà, nonostante una prima guarigione: vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano. E allora gli impose di nuovo le mani... per aiutarlo a vedere perfettamente e a distanza.
La chiamata a camminare verso la verità e la luce, sintetizzata qui nel
miracolo faticoso del cieco di Betsaida, è passata dunque attraverso un
laborioso percorso di maturazione “cristiana”, per arrivare davvero a
riconoscere il Cristo come nostra speranza e ripromettersi di
seguirlo... Ma capita poi di trovarsi , oltre ogni nostra previsione, a
mani vuote, nel fallimento più o meno consapevole di quelle nostre
speranze, per aver scambiato o confuso il “salvatore” con tante
fascinazioni umane. Fino all’esperienza del dubbio angoscioso (quando
ci morde in cuore un minimo di lucidità autocritica) se lo avevamo
individuato per davvero, Gesù il Cristo, al di là della ortodossia
formale della nostra fede - e quindi chi abbiamo seguito! È
un’avventura davvero difficile la seconda guarigione della cecità dei
discepoli, pur già conquistati alla sua sequela. Ma è proprio il
mistero della croce che irrompe nella sua (e nostra) vita, a farci
scoprire la seconda cecità. Ecco il significato delle due guarigioni
che aprono e chiudono la lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli,
sul senso del sua preannunciata passione, morte e risurrezione. Solo
passando da una iniziale vocazione, che insegnandoti a distinguere
correttamente le persone e le situazioni, ti inoltra un poco nel
cammino della fede “vitale”, tra consensi e fallimentri, rifiuti e
fraintendimenti, scopri il senso totalizzante della croce di Cristo e
le sue conseguenze per la vita di chi vuole seguirlo. Infatti solo alla
fine di questo “insegnamento” che comprende tre annunci della passione,
morte e risurrezione di Gesù, e tre tentativi drammatici di convincere
i suoi discepoli a entrare decisamente in questa ottica, si può
arrivare alla guarigione totale e luminosa, del cuore e della mente,
del secondo cieco, Bartimeo. Il quale in qualche modo doveva appunto
essersi “riaccecato”, nel cammino della vita, se adesso è cieco… e alla
fine “vide di nuovo” e riprende a seguirlo lungo la strada. Si
era ormai ridotto, infatti, a passare la sua vita seduto ai bordi della
strada (tanto, non vede dove andare), senza poter intervenire nel
frastuono della vita degli uomini che passano, sperando soltanto in
qualche briciola di elemosina per sopravvivere. Un mendicante cieco.
Mendicante perché cieco, e nessuno può farci niente. Cosa c’è di più
inutile alla vita e alla storia della gente di Gerico di uno che non
vede cosa succede e non sa cosa fare, se non mendicare? Ma tanti di
noi, quando scopriamo davvero chi siamo davvero – dentro! - andremmo a
sederci volentieri vicino a lui, falliti come lui, ne avessimo il
coraggio!
Un giorno, proprio da quella strada, passa Gesù… La folla e i discepoli (e noi!) da tempo stanno intorno al Signore, ma solo il cieco sussulta, “al sentire che passava Gesù Nazareno”.
Anzi, gli altri, a cominciare dai discepoli, si inquietano quando si
mette a gridare invocandolo, e lo zittiscono, non certo per
malevolenza, ma stizziti per l’inutile disturbo. Cosa si può fare a un
cieco? Questo incontro casuale diventa così la parabola del tipico
“incontro con Gesù”, per tutti quelli a cui la propria cecità comincia
a pesare tanto da sbloccare l’orgoglio o la vergogna o la tristezza
rassegnata… per lasciar emergere il gemito che ognuno ha dentro: figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me!
I discepoli ci impiegheranno una vita per capire, per confrontarsi tra
loro, cercare nelle Scritture … chi era davvero questo amico maestro,
di cui avevano sperimentato il mistero di fragilità umana e potenza
divina, mescolate insieme. E’ “figlio di Davide”! - dunque il vero
erede spirituale delle promesse “eterne”, fatte alla casa di Giacobbe;
la mèta delle speranze nutrite per secoli nell’esilio… finché sarebbe
venuto il Signore “a salvare il suo popolo”, anche se divenuto
nel frattempo, lungo il cammino, “un resto” di popolo… zoppo, cieco… I
discepoli di allora (come noi adesso) non capiscono il senso del
viaggio, il segreto delle parole e dei gesti di Gesù dentro la nostra
storia, dentro la nostra umanità (sono ciechi, appunto!). E vorrebbero
che stesse zitto proprio l’unico che ha capito! Fortuna che il suo
intuito è più forte e nessuna autorità lo può smentire! “Figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me!” Gesù invece, in mezzo alla folla, si sente chiamare per nome , si gira e si rivolge proprio a lui! E dice loro “Chiamatelo”… e finalmente “chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama”.
Quasi a malincuore e con fatica (ancora oggi), i “ministri cristiani”
che sono attorno a Gesù, vedono qui “raccontato” il loro ministero
pastorale; forse ritenendosi degradati da “sacerdoti” a cartelli
indicatori… I discepoli infatti han dovuto prender atto che il cieco
“sente” il Signore più di loro - “i vedenti” – i quali sono invitati da
Gesù, invece che a zittirlo, a darsi da fare per condurlo non a sé, ma
a Lui - alla Parola e all’Eucaristia – per poi stare lì a vedere come
il Signore, guarendo il cieco, guarisce o ri/illumina anche i ministri
stessi! Ai primi cristiani giudei dovette sembrare alquanto difficile
identificare Gesù come il vero sommo sacerdote, perché non proveniva
dalla tribù di Levi. Anzi arrivarono a capire che “se Gesù fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote”
(Eb 8,4). Per questo non prendono come modello il sacerdozio di Aronne,
ma piuttosto quello di Melkisedech : un sacerdozio laico, misterioso,
che offre a tutta l’umanità di vedere e raggiungere la salvezza
attraverso la ricerca e la vista del volto di Gesù…
Infatti, cosa succede, quando il cieco è lì, chiamato? (è lui il vero “chiamato”: tre volte!). “Gettò via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù”.
C’è una serie di reazioni simboliche di una totale disponibilità
all’incontro. Questo disabile è sicuro di essere finalmente di fronte
alla sua salvezza – un volto! Ecco perché avviene l’inversione
della domanda, lo scambio dei desideri “religiosi” - che legano cioè
Dio e l’uomo! I discepoli, desiderosi del primo posto, avevano
domandato poco prima a Gesù: noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo!
senza neanche accorgersi del loro infantilismo evangelico. Qui è Gesù
che, vista la disposizione “evangelica” del cieco, offre la sua
completa disponibilità: Che vuoi che io ti faccia?. Teresa
d’Avila diceva alle sue monache: Dio non può donarsi del tutto se non a
chi si dona del tutto a lui. Non è più un legame di “bisogno reciproco”
: sta diventando piuttosto la totale consegna di uno all’altro… Salvato
e Salvatore (un volto di fronte a un volto) sono coinvolti in una
situazione nuova, che è nata da un bisogno di salvezza, ma sta
diventando gratitudine, affetto e amicizia – consegna della propria
vita! È stupendo che la prima cosa che questo cieco vede, riacquistata
la vista, è ciò che invocava, cioè il volto di Gesù (= Dio
salva : il cieco è l’unico nel vangelo di Marco che chiama Gesù per
nome – a parte i demòni)! Non se ne va a casa, pieno di gioia, come
altri guariti. Riceve infatti, da Gesù, non semplicemente la vista,
come ha richiesto esplicitamente, ma anche quello che aveva perso “di
vista” : la garanzia che la sua fede è quella giusta, quella che
giustifica tutto l’uomo: Và, la tua fede ti ha salvato. Ma lui non se ne va affatto, perché la fede che gli si è disgelata dentro si manifesta proprio in questo: prese a seguirlo nel cammino.
La fede “seconda” è dunque una liberazione che rompe le barriere della
cecità, scioglie i lacci dell’immobilità, butta via le coperture della
paura, spingendo verso il coinvolgimento nell’annuncio del Vangelo, al
seguito di Gesù, in compagnia dei suoi discepoli. Non è una fede
spiritualizzata, ma un coinvolgimento totale: orecchi che ascoltano,
bocca e voce che gridano, mani che buttano il mantello, piedi e muscoli
che scattano per accorrere da Gesù, occhi nuovi per vederlo… e tutta la
persona reintegrata per seguirlo. Il discepolo “nuovo” è stato
rigenerato dalla invocazione del nome di Gesù. Una tradizione
antichissima e diffusa in oriente, come più recentemente in occidente,
ne ha fatto la preghiera litanica forse più conosciuta, combinandola
con l’invocazione del pubblicano: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”, perché nel suo nome il Padre ci concede tutto e non ci nega nulla (Rom 8,32; Gv 14,13).
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