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Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa serva e povera
Il
16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano
II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia
nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di
Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle
Catacombe”.
Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti
una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva
suggerito il papa Giovanni XXIII.
I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché
molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in
povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a
mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha
avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe
sorta negli anni seguenti.
Uno dei firmatari e propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo:
Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle
mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati
vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe
evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri
Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza
di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei
sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la
preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai
sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella
coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione
e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto
segue:
1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione
per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di
locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s;
8,20.
Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza,
specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle
insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente
evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.
Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in
banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto
a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21;
Lc 12,33s.
Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e
materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e
consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno
amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.
Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e
titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza,
Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di
Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.
Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo
quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche
di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti
offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor
9,14-19.
Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia,
con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra
ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una
partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale.
Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.
Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore,
mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei
gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che
questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo
i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad
evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il
lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e
9,1-27.
Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro
mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in
opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto
di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi
pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.
Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri
servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni
sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo
armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui,
all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli
dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9
interi; 1Tim 5, 16.
Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica
realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato
di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci
impegniamo:
-a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
-a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando
il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture
economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un
mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di
uscire dalla loro miseria.
2. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita
con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché
il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:
-ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
-formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;
-cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
-saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.
3. Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli
delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con
la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.
Aiutaci Dio ad essere fedeli.
[In ricordo di dom Helder Câmara http://www.giovaniemissione.it ]
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