Home La Parola della Domenica XXIV domenica del Tempo Ordinario B.
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Negli anni 70, quando il vangelo di Marco viene scritto, la situazione
dei discepoli di Gesù, diffusi ormai nel bacino del Mediterraneo, non
era certo facile. Era esplosa da poco a Roma la prima grande
persecuzione di Nerone, travolgendo tanti cristiani tra i quali Pietro
e Paolo. Gerusalemme sta per essere distrutta dai romani, con supplizi
e sofferenze senza fine. Anche all’interno della chiesa non c’è pace
tra giudei convertiti e giudei non convertiti, e all’interno stesso
della chiesa, la tensione tra chi vedeva la salvezza solo nella grazia
di Cristo e chi giudicava ancora necessaria la legge di Mosè, come
testimoniano tante pagine del nuovo Testamento. Ma la grande difficoltà
per tutti, che sempre più emergeva come il vero nodo della fede in
Cristo, era il mistero incomprensibile della sua “croce”: la passione e
morte di Gesù sul patibolo degli schiavi, divenuto il simbolo della
nuova fede! La
parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma
per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio....Mentre i
Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo
Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,18ss). Ma la croce porta scandalo non solo tra i giudei o i pagani, ma nel cuore stesso dei cristiani: Perché
molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi,
ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro
sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio! (Fil 3,18s). Ogni ammorbidimento o edulcorazione di questo dato fondamentale rischia di rendere “vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17).
il cammino della fede tra i due ciechi!
Il testo di Marco di oggi, apre la seconda parte del suo vangelo con
una lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli, racchiusa tra due
racconti di recupero miracoloso della vista (Mc 8,22-26 e 10,46-52). La
guarigione del primo cieco (di Betsaida) fu laboriosa, come
precedentemente quella del sordomuto: avviene fuori dal villaggio,
sputandogli sugli occhi e imponendogli le mani: Vedi forse qualcosa? Il cieco si accorge di non percepire bene la realtà, nonostante una prima guarigione: vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano. E allora gli impose di nuovo le mani... per aiutarlo a “vedere perfettamente e a distanza”.
La chiamata a camminare verso la verità e la luce, sintetizzata qui nel
miracolo faticoso del cieco di Betsaida, passa dunque attraverso un
laborioso percorso di maturazione cristiana, per arrivare davvero a
riconoscere il Cristo come nostra speranza e ripromettersi di seguirlo.
Perché capita poi di trovarsi , oltre ogni nostra speranza, a mani
vuote, nel fallimento più o meno consapevole di quelle nostre speranze,
per aver scambiato o confuso il “salvatore” con tante fascinazioni
umane. Fino all’esperienza del dubbio angoscioso (se ci morde in cuore
un minimo di lucidità autocritica) se lo avevamo individuato per
davvero, Gesù il Cristo, al di là della ortodossia formale della nostra
fede - e quindi chi abbiamo seguito! È un’avventura davvero difficile
la guarigione della cecità dei discepoli, pur già conquistati alla sua
sequela. Ma è proprio il mistero della croce che irrompe nella sua (e
nostra) vita, a farci scoprire la seconda cecità. Ecco il significato
delle due guarigioni che aprono e chiudono la lunga istruzione di Gesù
ai suoi discepoli, sul senso del sua preannunciata passione, morte e
risurrezione. Solo passando da una iniziale vocazione, che insegnandoti
a distinguere correttamente le persone e le situazioni, ti inoltra un
poco nel cammino della fede, tra consensi, rifiuti e fraintendimenti,
scopri il senso totalizzante della croce di Cristo e le sue conseguenze
per la vita di chi vuole seguirlo. Infatti solo alla fine di questo
“insegnamento” che comprende tre annunci della passione, morte e
risurrezione di Gesù, e tre tentativi drammatici di convincere i suoi
discepoli a entrare decisamente in questa ottica, si arriva alla
guarigione totale e luminosa, del cuore e della mente, del secondo
cieco, Bartimeo, il quale, appena ha ascoltatola voce di Gesù che lo
chiama, butta il mantello, balza in piedi e corre da lui. Ma per
arrivare a così totale affidamento alla Parola occorre, appunto, un
lungo faticoso cammino alla luce delle spiegazioni di Gesù.
... e cominciò ad insegnar loro che il figlio dell’uomo doveva soffrire molto...
Nel Vangelo di Marco, appena Gesù comincia a parlare ed agire in
pubblico, fin dai primi passi, subito avviene lo scontro tra il
pensiero dell’uomo e il pensiero di Dio. Sembra addirittura lo scopo
stesso di tutto il vangelo, di essere soltanto l’introduzione (o la
preparazione) all’accoglienza del mistero difficile di questo modo di
Dio di comportarsi nella vicenda di Gesù di Nazaret, nella sua passione
e morte fallimentare (scandalosa) di figlio dell’uomo, abbandonato da
tutti. Marco aveva già raccontato delle successive barriere
d’incomprensione che Gesù incontra sul cammino: l’indurimento dei
farisei (3,6), le paure dei parenti (3,21), il rifiuto dei concittadini
(6,6), la cecità dei discepoli stessi (8,17: non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?...). Una cecità, che continuerà anche dopo le sue ripetute spiegazioni (9,32: Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni…) …; fino al Getsemani (14,50: tutti, allora, abbandonandolo, fuggirono) e alla totale desolazione dell’urlo inarticolato sulla croce (15,37 … Gesù, dando un forte grido, spirò…
40). Questo è il contesto della pagina di oggi, che sta al centro del
Vangelo di Marco: la confessione di Pietro e immediatamente il preludio
del suo rinnegamento. È impressionante che Pietro, che è il massimo
garante del riconoscimento teologale più esplicito del Messia, è anche
il protagonista del più cieco (diabolico) fraintendimento e addirittura
della repulsione verso il mistero centrale della vita del suo e nostro
Signore. Ormai Gesù non può che affrontare apertamente il problema del
rifiuto totale che avrebbe umiliato la sua missione e la sua persona.
Letteralmente: diceva con franchezza la Parola! Lui l’aveva intuita - la sua destinazione! - meditata, temuta e desiderata, ‘con forti grida e lacrime’
- e con irrevocabile consegna al Padre, pregando sui testi di Isaia
profeta, sui salmi, sulle vicende dei giusti perseguitati. I suoi
annunci premonitori ai discepoli, anticipano la sofferenza del
Getsemani: l’umiltà di Dio onni/impotente passerà attraverso il
rifiuto, il disprezzo, la derisione, ma ancor più lo scoramento
dell’abbandono degli amici. Ha toccato il fondo dell’abisso della
disperazione umana, come racconterà lo stesso Marco più avanti: «La
mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi,
andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile,
passasse via da lui quell’ora. Ma proprio questa sofferenza
“divina” nel mondo sarebbe diventata la chiave di interpretazione della
storia, per chiunque, dopo la sua morte e risurrezione, l’avesse
riaccolta! Tutti siamo (continuamente!) azzerati di fronte alla croce
del Signore: Pietro, i discepoli, la folla… ci riscopriamo tutti
“mondani” o, peggio, diabolici! In Gesù Dio si rivela proprio facendo
ciò l’uomo non è capace di fare: accogliere il rifiuto e la sofferenza
come presenza storica del Padre. Perché non solo nella società, in
famiglia, in comunità, ma anche in ciascuno di noi – nella Chiesa! -
(come ci ricorda Giacomo) noi “cristiani” torniamo (invincibilmente!?)
alla logica mondana, molto più rassicurante ed omogenea al nostro
istinto di allearci al più potente per affermarci ad ogni costo, anche
al costo perverso di tradire l’amore. Allora Gesù ci riporta
all’essenziale del Vangelo che è la sua vita stessa, la sua vicenda
umana: vai dietro di me, satana – ci invita! – perché possiamo,
dietro a lui, riprendere a seguirlo, invece che cercare di dissuaderlo
e convertire lui ai nostri “diabolici” criteri di potenza o anche solo
di sopravvivenza a tutti i costi.
la diabolica tentazione mondana di Pietro - nella Chiesa
... in risposta all’opposizione di Pietro, Gesù, convocata
la folla, insieme ai suoi discepoli, disse loro: Se qualcuno vuol
venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Convoca “tutti”, perché sta annunciando il nuovo statuto antropologico:
cioè il senso profondo, tormento e compimento della vita umana, la
destinazione scritta ormai nell’intimo di ognuno – il progetto d’uomo
che sta ricostituendosi in lui, mentre si inoltra verso la sua
passione, morte e risurrezione. L’uomo “primitivo”, immesso nel mondo
dalle lunghe invisibili braccia di Dio, ancora immerso nel sonno della
pre-istoria, in qualche modo ingenuo e inconsapevole, arrivata la
pienezza del tempo, è chiamato a prender atto della sua identità in un
drammatico dialogo con se stesso e con Dio, per riconoscere la propria
nuova identità nell’avventura umana di Gesù il Cristo, che domanda ad
ognuno: chi dici che io sia?! La luce di questo nuovo paradigma
di vita è il rovesciamento del cieco istinto di sopravvivenza che ci fa
mangiare la vita degli altri: d’ora in poi chi vorrà salvare la
propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia
e del vangelo, la salverà. Se il singolo credente è invitato spesso, per il suo cammino spirituale, ad imitare il suo maestro, dolce ed umile di cuore, “il
destino di questa istanza evangelica come stile della missione della
chiesa... è invece amaro e censurato! L’attuale ricorso da parte della
gerarchia ecclesiastica a strumenti giuridici e politici per la difesa
dei valori considerati essenziali è il riflesso lampante di questa
censura. E quando si parla di povertà, esigita soprattutto dai ministri
della chiesa, se ne parla in senso individuale, non come stile
oggettivo e obbligatorio della chiesa stessa nell’annuncio e nella
testimonianza del vangelo. Sta a noi, se vogliamo proprio evitare la
ricaduta della chiesa nel temporalismo, nella pretesa di contendere e
controllare gli altri poteri presenti nella società, di far valere la
forza del vangelo con mitezza e testardaggine, nella parrhesia che lo
Spirito dona a coloro che se ne lasciano conquistare” (G. Ruggeri). (http://www.statusecclesiae.net)
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