Home La Parola della Domenica XXIII domenica del Tempo Ordinario B.
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Il brano di Marco di domenica scorsa riportava un duro rimprovero di
Gesù verso chi soffocava la parola di Dio nel cuore degli uomini, sotto
il peso di tradizioni rituali fuorvianti. Poi, nel racconto evangelico,
Gesù entra in terra pagana e proprio lì incontra una fede...
inaspettata, “davvero grande”, come conferma anche Matteo, perché il
dolore della Cananea per la figlia che le lacera il cuore, fa nascere
nella donna straniera, irresistibile, una “parola”, che converte Gesù
stesso, e quasi lo costringe a prestarle ascolto, a travalicare i
limiti della sua missione. La bimba è salva con un “intervento a
distanza”, strappato in un dialogo serrato con il Maestro. Subito dopo
– ed è il brano di oggi! - sempre in terra pagana, emerge ancor più
esplicitamente il vero problema dell’uomo di fronte a Dio, a sé e agli
altri: l’uomo è sordomuto! Dunque questo è il tema centrale cui mirava
tutto il Cap. 7 del Vangelo di Marco: la parola e l’ascolto, cioè il
linguaggio, come dinamica fondamentale della nascita e crescita
dell’uomo – e come il luogo dove si radica la fede. Il linguaggio -
questa facoltà propriamente umana di produrre segni e scambiarli con
gli altri, in una reciprocità dinamica che coinvolge vitalmente i due
soggetti trasmittente e ricevente, è la caratteristica fondante della
cultura umana, dunque il tessuto entro il quale soprattutto si fa e si
manifesta la persona come relazione.Gesù si inserisce in questa
dinamica, nel punto dove è lacerata tra le due polarità che la tengono
in tensione: da una parte la struttura consolidata dei codici di
comportamento, trasmessi dalla tradizione abitudinaria, cioè il
contesto psicologico, sociologico, ideologico nel quale avviene la
trasmissione del messaggio – dall’altra la creatività soggettiva della
ricezione dell’interpellato che riformula inevitabilmente (se il
soggetto rimane vivace!) il messaggio che è stato trasmesso, e a sua
volta ritrasmette la sua ricezione scambiando i ruoli tra ricevente e
trasmittente. Così, quando la dinamica funziona, si crea tra gli
elementi della comunicazione un circolo ermeneutico (trasmittente -
rete di trasmissione – messaggio – ricevente) che sta alla base della
cultura, come luogo ove “l’uomo diventa più uomo” - ma anche come alveo
all’interno del quale l’uomo apprende la nozione di Dio... e lo
incontra. Perché l’uomo non è, ma “diviene” – diviene la parola cui
presta ascolto. Il massimo danno umano è essere “sordomuti”: non si può
crescere senza ascolto e senza parola!
un linguaggio esplosivo: un fermento inarrestabile nelle strutture culturali...
Perchè il messaggio di Gesù è esplosivo dentro i codici culturali del
suo tempo (e addirittura dentro lui stesso, come nell’episodio della
Cananea)? Perché il suo nucleo è l’amore, che incrina le distanze e le
barriere che dividono gli uomini – e li rendono “sordomuti”,
smascherandone le motivazioni fallaci, che li fanno incapaci di
relazione vitale con Dio e tra di loro, maldestri nell’ascoltarsi e in
più, per paura, aggressivi verso ogni diversità che li metta in crisi.
Gesù rompe i codici di separazione che mantengono gli uomini divisi a
causa di criteri, che se erano serviti per una tappa del camino di
umanizzazione dei rapporti, sono poi diventati oppressivi nei vari
settori della vita. Nel campo della purità rituale, per esempio, “i
farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si
comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con
mani immonde?” La tradizione degli antichi era omai lontana dalla
vita e tanto “pervertita” che arrivava alla prassi di cinismo sacro di
cui dice Gesù: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn,
cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli
permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così
la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. La
vita religiosa era diventata un ginepraio di prescrizioni inattuabili
da chi viveva una vita normale, a causa di infinite prescrizioni di
comportamento nel lavoro, nella malattia, nel mangiare, nel pregare,
nelle relazioni sociali e religiose... per essere graditi a Dio! Gesù
ribadisce che l’uomo è unico responsabile della propria relazione con
Dio: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo”.
Allo stesso modo proprio mentre dal popolo ebraico, con l’arrivo del
Messia, ci sta venendo la salvezza, ci viene ribadito che questa è
offerta a chiunque, anche pagano, senza che debba passare attraverso il
groviglio di normative e sedimentazioni culturali discriminanti: la
salvezza non è infatti questione di razza o di genere o di purità
rituale o di privilegi economici o giuridici o religiosi... ma di
ascolto della Parola per convertirci al suo Regno e imparare a
“parlare” con lui e tra di noi!
l’umanità sordomuta
L’umanità è in questo uomo farfugliante, che emette mugugni, perché ha
una voglia irreprimibile di parlare e prova anche lui, ma non ha mai
sentito parlare come si deve, e quindi non può imitare i suoni
convenzionali (le parole!) che gli uomini si scambiano. Non può entrare
in dialogo. La gente sente che bisogna far qualcosa per introdurlo
nella normale vita di relazione. Allora lo conducono a Gesù, perché il
sordomuto non lo conosce. Non può averne sentito parlare, essendo
sordo. E lo pregano perché gli imponga la mano, credendo che si tratti
di uno dei vari impedimenti fisici o morali, che Gesù guariva spesso
con l’imposizione delle mani. Ma Gesù se lo porta via, lo separa dalla
folla. Non si può essere guariti da questo male radicale mentre si è
ancora immersi nei codici pervasivi che ci hanno manipolato, ammutoliti
o soggiogati con linguaggi disumanizzanti. Ci vuole una presa di
distanza “dalla gente” e dal suo mondo, un distacco che permetta di
concentrarsi per l’iniziazione ad ... un linguaggio nuovo. Occorre
risanare orecchie e lingua! Gesù inizia a “parlargli”con il tatto! È il
linguaggio materno, il più immediato, anzi l’unico contatto possibile
con chi non parla ancora, il più coinvolgente fisicamente.
Un’iniziazione articolata con gesti e parole simbolicamente potenti: “gli mise le proprie dite nei suoi orecchi! Infonde e plasma nel meccanismo delle orecchie una capacità di ascolto della parola “rimodulata” dalle dita di Dio… “ E con la saliva gli toccò la lingua”
- come un’estrema concrezione corporea del suo soffio, dell’alito
condensato del suo spirito. É l’immagine della parola non ancora
parlata, fisicamente la più vicina, più percepibile al sordo. E questa
primitiva elementare alfabetizzazione della carne innesca il sussulto,
che dà la capacità al muto di “sentire” e poi di parlare, cioè di
ripercorrere anche lui, accompagnato dalla lingua stessa di Dio che
l’ha lambito, il cammino della parola parlante, che ha imparato ad
ascoltare! Allora Gesù, come nei grandi momenti, alza gli occhi al
cielo, geme, poi aggiunge ai gesti la parola che spiega, come nei
sacramenti, ciò che sta avvenendo ad un livello profondo, ma parallelo
a quanto i segni fisici umanizzati esprimono: effatà! La parola
apre il cuore alla luce dell’amore… e infatti è l’intenso accudimento
percepito in ogni fibra che apre alla capacità di relazione. Adesso che
il sordomuto, risanato, sente – cioè sono risanate le orecchie - si
scioglie anche il nodo della lingua e parla “correttamente”, con le
parole e il tono di voce appropriati, non con mugugni.
pieni di stupore... proclamavano...
Che cosa ha subito voglia
di dire, l’ex sordomuto? proclamare, nonostante i dinieghi del Signore,
ciò che gli era successo! Perchè tutti lo ascoltavano (adesso!) e gli
rispondevano e parlavano con lui. Il Signore non riesce più a fermare
il “dialogo” di gioia che aveva innescato lui stesso: e quanto più lo ordinava loro (di non dirlo a nessuno) tanto più abbondantemente essi lo proclamavano.
Dunque il comando di tacere, per il timore di esporre alla magia il
miracolo, non riesce a contenere la gioia espansiva di chi ha provato
l’integrazione nella capacità di relazione, che fa umano l’uomo.
L’espressione greca parla di una meraviglia tanto intensa che non
troviamo in nessuna altra parte del Vangelo (B. Maggioni). Perché è il
compimento del Vangelo stesso, cioè la gioiosa consapevolezza che la
buona notizia si è avverata! L’uomo l’ha ascoltata ed è salvo. Per cui
proprio questa è la lode, ripresa dal profeta: si apriranno gli
occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi, lo zoppo
salterà come un cervo e la lingua di muto griderà di gioia. Il colmo di tutti i beni dell’uomo (ha fatto bene ogni cosa!)
sta proprio nella possibilità offerta all’uomo di reimparare ad
ascoltare e rispondere. Perché questo è il dono più grande ed esaltante
che gli è dato: di potere accogliere in sé il mistero trinitario della
Parola del Padre che si rivela in noi nella “forza” risanante dello
Spirito di Gesù! forse per questo Gesù ricorre anche qui al gemito:
alla implorazione al Padre, perché la salvezza è un puro dono della
benevolenza di Dio. Un dono da chiedere, non da pretendere, come già
nella moltiplicazione dei pani. Forse perché si tratta in questi casi
della vita intima del Padre che Gesù ha appreso da lui per trasmetterla
a noi, suoi fratelli
Le circostanze storiche hanno fornito la nostra condizione di credenti
di nuove capacità di ascolto della Parola, impensate alle generazioni
precedenti. Ma la nostra guarigione si è inceppata nella fase
successiva all’ascolto. Forse non abbiamo osato rischiare di lasciarci
toccare dalla lingua di Dio, perciò facciamo fatica ad imparare a
parlare parole e linguaggi “divini” comprensibili agli uomini – a
comunicare esperienze vitali che suscitino voglia di gustare nuovi
moduli di vita... Forse siamo divenuti anche noi un po’ sordi alle
sofferenze dei più lontani o affaticati, e pur di difendere la nostra
malata identità, ci siamo lasciati contagiare il cuore dal criterio
letale del respingimento e della discriminazione dei diversi, dei più
poveri, dei più lontani - che ci costringerebbero a riaprire orecchie e
lingua: abbiamo introiettato dunque il contrario esatto del criterio
propriamente “cristiano” che anche Giacomo ci ricorda: Ascoltate,
fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi
del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a
quelli che lo amano?
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