Home La Parola della Domenica XVII domenica del Tempo Ordinario B.
|
|
Pagina 2 di 2
La liturgia della chiesa sospende la lettura del vangelo di Marco e
per le prossime cinque domeniche sposta la nostra attenzione sul VI
capitolo del vangelo di Giovanni. Un lungo e vivace dibattito animato
da diversi personaggi: la folla, i giudei, il gruppo dei discepoli e i
dodici. Al centro, protagonista, Gesù, il pane della vita! Come prima,
con Nicodemo, il “nascere di nuovo” e poi, con la Samaritana, “l’acqua
zampillante”, Gesù gioca sul fraintendimento tra l’uso normale della
parola e l’uso simbolico, che rimanda ad un altro significato vitale di
cui il primo è segno... e che, alla fine, è il rapporto di salvezza con
Lui stesso, Gesù! Dunque la stessa domanda centrale del Vangelo di
Marco: chi è Gesù? Ripresa però quando già tutti i vangeli erano stati
scritti, la comunità di Gesù aveva ormai fatto un lungo cammino tra
successi e difficoltà, conflitti e persecuzione, con una comprensione
del mistero del Signore risorto molto più approfondita e completa. Ma
come è avvenuta questa ulteriore comprensione della verità, che Gesù
aveva preannunciato, donandoci il suo stesso Spirito come
accompagnatore? Attraverso la riscoperta delle Scritture provocata
dagli eventi complessi e contraddittori della storia, alla luce di
quanto Gesù stesso aveva detto e fatto, perché “di Lui le Scritture
antiche parlavano”, di lui parlano anche tutti gli eventi e tutte le
cose, sia quelle naturali che quelle elaborate dal fervore creativo
dell’uomo, perché “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui
nulla è stato fatto di ciò che esiste”.
Eliseo profeta: la condivisione moltiplica, non diminuisce il dono
L’episodio parte da un gesto di generosità che intende onorare il
profeta con un dono: venti pani, frutto del nuovo raccolto:, un gesto
di riconoscenza a Dio e all’uomo di Dio, insieme! Ricevendo il dono,
Eliseo ordina al servitore di condividerlo con tutta la comunità (forse
il gruppo dei profeti suoi discepoli), suscitando la sua meraviglia,
poiché i pani sono vistosamente insufficienti per tanti commensali. Ed
ecco la solenne proclamazione della Parola del Signore: “ne mangeranno e ne lasceranno”.
La “Parola” si avvera e diviene fatto. Tutti ne mangiano e ne lasciano
ancora in avanzo. La Parola di Dio si manifesta nella sua pienezza: non
è parola vuota, e nemmeno semplice riconoscimento e comunicazione, ma
produce quanto proclama, è parola efficace! Parola ed evento si legano
misteriosamente, per cui la parola diviene fatto e il fatto parola.
Questa esperienza è vissuta e tramandata come viva indicazione della
strada della salvezza: il Dio d’Israele, attraverso la sua Parola, apre
la strada di salvezza efficace per il popolo di Israele, se gli sarà
fedele. Cioè se, appunto, crederà alla forza invincibile della sua
Parola e la seguirà con amore senza riserva.
tanti secoli dopo...
... i discepoli di Gesù si trovano in un simile frangente, in
proporzioni ancora più grandi. E non sanno come affrontare la
responsabilità di tutta quella folla affamata. La sfida è oltre ogni
misura: cosa sono, infatti cinque pani d’orzo e due pesci, dinanzi a
quella moltitudine di affamati. Il racconto di cosa succede (l’unico
tra i miracoli di Gesù che è narrato da tutti gli evangelisti – e per
sei volte), in Giovanni, ancor più che negli altri vangeli, mette al
centro Gesù. E’ Lui che vede il bisogno della folla, che attira
l’attenzione dei discepoli e che poi – addirittura! –distribuisce il
pranzo. Tutto è orientato verso Cristo; non solo per sfamare la folla
senza risorse e senza denaro, ma per imbandire un vero banchetto. Alla
gente viene ordinato di sedersi e il verbo usato è, appunto, quello
dell’accomodarsi a mensa: ma si tratta ben più che di soddisfare la
fame di un momento, come si può vedere dai ... i tre passi con quai si
avvia ormai al mistero eucaristico: Ma tutto è preceduto dalla domanda
tragica, incessantemente ripetuta da quando l’uomo è sulla faccia della
terra – fatta propria da Gesù stesso: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» e poi dalla successiva riflessione della voce fuori campo, che è la voce per noi, per tutti i tempi: diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere e infine la fuga solitaria sul monte!
... per metterlo alla prova
È questo il problema della storia ... o del senso della fede nella
storia. Cioè della fede nel mezzo delle vicende della vita, dei legami
affettivi, economici, politici in cui siamo avvolti e coinvolti... che
ci interpellano, ci provocano, “mettono alla prova”l’autenticità del
nostro rapporto con Dio, “mettono alla prova” la fede stessa di Gesù,
che è il prototipo della nostra. Gesù conosceva le Scritture, conosceva
l’esperienza dei profeti nel tentare di capire il senso della storia e
la Parola di Dio che la illumina. Aveva provato sulla sua pelle le
tentazioni del deserto! Conosceva l’esperienza del profeta Eliseo, in
questo caso di particolare somiglianza, nella provocazione ad affidarsi
alla parola, la quale afferma che distribuire il poco che abbiamo è
moltiplicare – contro ogni logica aritmetica. E Gesù assume questo
antico “vangelo” profetico, che sfida le misure entro le quali l’uomo è
imprigionato dalla paura e rinnova l’efficacia della parola: distribuisci i pochi pani che hai alla moltitudine e ne avanzeranno!
Si accende un circolo luminoso tra la provocazione della storia, che
ripropone in forme sempre nuove la fame ancestrale dell’uomo e lo
sbilanciamento verso l’antica Parola già risultata efficace per la fede
dei nostri Padri. E avviene il miracolo definitivo in Gesù! Cioè il
“segno” su cui fondare la nostra fede, per farci ripartire, nelle
vicende della nostra vita, con lo sbilanciamento verso la Parola
nonostante l’angustia e la paura che l’insufficienza dei mezzi a
disposizione induce nel cuore. L’andamento del racconto è
paradigmatico: la moltiplicazione avviene solo dopo la divisione e la
con/divisione del pane avviene solo dopo che un “piccolo” mette a
disposizione di tutti le sue minuscole risorse. Quei poveri, piccoli
pani si moltiplicano man mano che si dividono! Finché ne vollero... furono saziati.
E’ l’abbondanza promessa dai profeti per il tempo della compiutezza di
ogni attesa – il banchetto escatologico di tutte le genti. Quindi mai
compiuto storicamente, verso cui dobbiamo con fatica camminare, un
banchetto di incessante fede operativa. Senza illusioni miracolistiche
o derive populiste di un nuovo potere che domini la gente, sfruttandone
la fame!
ma ... egli sapeva quello che stava per fare...
...non solo sapeva il segno che avrebbe illuminato per un poco la folla, ma come subito la folla ne sarebbe ammaliata. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Il circolo della fede si è appena acceso e già la tentazione del potere
lo insidia e vuole requisirlo. Infinite volte nella storia della nostra
fede di chiesa e di singoli discepoli del Signore scatta questa
trappola. È qui il punto più delicato di tutto il discorso di fede,
nella stessa vicenda umana di Gesù, tra la fame che “mette alla prova”
la nostra fede e ci fa dubitare di Dio e la tentazione di sfuggire il
problema proiettandolo alla fine, dopo la storia. “Questa folla che
vuole fare re” l’uomo del miracolo è dominata dall’istinto di potenza:
avere un capo che assicura il pane miracolosamente sembra la soluzione
del problema, ma priva l’uomo della sua libertà responsabile. Gesù si
ritira, fugge. Non vuole servi, ma amici. Fugge dalla storia? perché la
storia, nel concreto suo divenire, è una lotta per raggiungere il pane,
per raggiungere la giustizia economica. Gesù in questo momento è
isolato, non c’è! Egli va ad occupare e preoccuparsi, per così dire,
dell’orizzonte ultimo e sembra essere assente dalle tappe del cammino
storico. Non accende, forse, così facendo, luci ambigue sugli obiettivi
estremi della storia, lasciando però al buio il presente? Proprio per
rispondere a questi interrogativi non possiamo non tener conto
dell’evoluzione culturale avvenuta all’interno della coscienza
dell’umanità. Gli eventi degli ultimi secoli hanno mutato la
comprensione che l’uomo ha di sé. Sono emerse possibilità nuove
culturali e tecnologiche che investono con imprevedibili provocazioni
(mettono alla prova!) la fede cristiana e la sua natura profetica. Il
messaggio profetico è tale proprio perché, pur espresso in formulazioni
di una data cultura, le supera e man mano che la storia illumina
possibilità nuove, domanda nuove sintesi, apre nuove strade. E
ripropone al discepolo la forza e il fermento della fede di Gesù e del
suo amore... Chi pensava nel mondo antico ai poveri, cercava di
alleviare la loro miseria e li assisteva con amore, senza mettere in
discussione l’assetto socioeconomico stesso della società che produceva
quei poveri – ritenuto sostanzialmente “naturale”, immutabile, pur con
tanti limiti provocati dall’egoismo. Oggi è impensabile! e da un secolo
ormai la chiesa cerca la strada per combinare la profezia evangelica,
schierata coi poveri e la struttura socioeconomica che è la vera causa
della povertà.... Fino alla recente enciclica: Caritas in veritate,
che è un’articolata analisi storica proprio di questo sforzo del
Magistero di capire e illuminare il dramma tragico della società
moderna che ha a portata di mano un’opzione unica nella storia : la
possibilità “tecnica” di saziare la fame di pane dell’umanità, senza
trovare la volontà politica di attuarla.
“il profeta”... senza il potere che la gente vuole, sarà mangiato come pane!
La folla non si sbaglia su di lui, quando pensa che Gesù “è davvero il profeta che deve venire nel mondo”,
che inaugura i tempi messianici imbandendo un banchetto gratuito e
abbondante, come promesso dai profeti antichi. Ma cade subito
nell’ambiguità della tentazione del potere miracolistico – che deturpa
l rapporto tra Dio e l’uomo. Giovanni ripensa e centra il punto
nevralgico dell’avventura umana del Cristo: l’ora in cui l’umiliazione
di Dio coincide con la manifestazione della sua gloria “paterna”, cioè
il paradosso della salvezza divina nell’impotenza umana – l’ulteriorità
seminata nella morte della carne, la quale diventa, da cuore fragile
della logica mondana, luogo segno e mezzo di resurrezione e vita eterna
(chi mangia la mia carne…). Di certo si intravede già il cuore del
mistero eucaristico che insieme travolge Gesù e salva il mondo, ma con
questa drammatica premessa pregiudiziale: non ci si può avvicinare
autenticamente ad esso, se non passando prima attraverso il problema
della fame “fisica e storica” dell’umanità abbandonata nel mondo, che
rende ambigua e avvelenata ogni offerta eucaristica sull’altare.
|
|
|
|