Home La Parola della Domenica XIX domenica del Tempo Ordinario B.
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Gesù rispose: ... non mormorate tra voi
... quanti brontolamenti in questi racconti di fame e di pane, di carne
e di manna, di cibo terreno e di cibo celeste, di sazietà e
disperazione! Nel popolo, che si sente tradito, ma anche nel più grande
profeta che Israele abbia mai avuto, Elia. Gli si è bloccato lo stomaco
e la voglia di vivere. Anoressia e inedia spirituale. Perché la
delusione è andata così in profondo che gli ha seccato le radici
dell’anima: Non sono migliore dei miei padri!
Se l’obiettivo delle sue violente lotte profetiche era di purificare la
società ed i suoi capi da tutto ciò che è male, ambiguo e contrario
alla crescita dell’uomo e ai diritti di Dio, se ha dovuto eliminare i
cattivi maestri per costruire una società che i suoi padri hanno solo
intravisto da lontano... allora, ritrovarsi rinchiuso nelle prigioni di
prima, vedere che non si esce dal stesso cerchio che incatenava i
nostri padri alle loro possibilità meschine, ristrette e precarie, lo
ha ammalato di una amarezza letale. Come ogni giovane di grandi energie
e presunzioni, era cresciuto dicendo: io arriverò più in là! - tetragono a chiunque tutt’intorno gli replicava aggressivamente (quasi sempre) o suggeriva dolcemente (qualcuno!): chi credi di essere? – finirai come tutti noi!
Infatti l’Elia in formato più o meno ridotto, che vive dentro ciascuno
di noi, se la presunzione non lo acceca del tutto, appena inoltrato
nell’esperienza concreta degli anni, s’accorge che per affermare la
propria visione della verità e della vita, ha mangiato e consumato
quella di altri. Perché anche il più schivo di noi ha lasciato qualche
ferito o sconfitto, abbandonato lungo il cammino.
provenienza e qualità...
... hanno ragione in fondo, i giudei! Qui, come in genere nel vangelo
di Giovanni, si dice ‘giudei’, anche se siamo in Galilea, per indicare
chi, sicuro della “provenienza genuina” della sua verità, si oppone
teologicamente (ideologicamente) a qualsiasi proposta o novità non
abbia lo stesso sigillo di garanzia – il suo! Di lui conosciamo padre e madre, come può dire: “sono disceso dal cielo”?! Perciò il dissidio si rivela insanabile. Li scandalizza l’affermazione di Gesù: io sono il pane disceso dal cielo.
Effettivamente la “provenienza” di tipo terreno è documentabile
facilmente entro la logica del mondo fisico, biologico, psichico,
secondo le leggi di necessità che governano questi mondi, a portata
delle misure dell’uomo. La “provenienza” spirituale è un rapporto di
amore divino (dove c’è amore c’è Dio!) insondabile. È credibile, è
affidabile, può esser più certo dell’esistenza di me e di te, ma non è
dimostrabile con mezzi tecnici, né manipolabili da noi. Addirittura
bisogna cambiare totalmente livello di esperienza e di conoscenza, per
entrare in sintonia con questa lunghezza d’onda. Uno, infatti non può
entrare in questo tipo di rapporto se non lo “attira”, come una calamita vivente, il Padre che mi ha inviato.
Qualche barlume di ciò avviene anche nelle nostre minuscole esperienze
di amore. Dunque c’è un mistero di predilezione che avvolge libertà e
necessità interiore, e ottiene un consenso che trasforma la vita. È
irripetibile e gratuito, non acquisibile col proprio sforzo, ma non è
esclusivo di nessuno. Anzi, secondo Gesù, c’è una scuola misteriosa, di
predilezione, ma aperta a tutti, profetizzata fin dai tempi
dell’esilio, nella quale si “ascolta” e si “impara”, nei tempi e nei
modi più diversi e personali, ad essere ammaestrati direttamente dal
Padre. Naturalmente noi possiamo esserne solo segno indicatore: nessuno
è abilitato ad insegnarvi, se non chi conosce di persona il Padre.
Perché è lui l’oggetto e il soggetto dell’insegnamento. Attraversi
colui che - soltanto lui! - viene da Dio e quindi ha visto il Padre.
Il ragionamento, nel caratteristico stile circolare di Giovanni, sembra
scorrere intercettando i vari simboli e i vari soggetti, coinvolti in
questa spirale per attirarvi i “giudei” (noi!), liberarli nella mente e
nel cuore dai loro fraintendimenti... e aprirli alla verità vitale di
un cibo nuovo, offerto a loro e al mondo, annunciato proprio dai loro
profeti, nelle scritture! Chi ci salva è solo il Padre che ha mandato
il figlio suo come il maestro, perchè ha imparato dal Padre la sola
“dottrina” da insegnare: che è l’intimità del Padre stesso da cui
proviene – che ha un solo questo cibo capace di saziare finalmente la
nostra fame congenita: lui stesso, figlio suo, che proprio come pane
per la nostra fame, è rivelazione piena del suo amore di misericordia.
provenienza e attrazione
Elia è troppo sfinito e disperato per farsi domande da dove provengano
focaccia e orciolo d’acqua, quando viene svegliato e indotto a mangiare
a forza... Di sicuro è roba che proviene da fuori. Ma bevendo e
mangiando ritrova la voglia di vivere e camminare... Credere (mangiare,
accogliere, affidarsi... a qualcosa/qualcuno che ti chiama) e
rimettersi sul cammino della vita sono strettamente legati. Questo
sussulto che ci fa riaccendere la spinta vitale, con un soffio che
proviene da un misterioso amore di attrazione, è strettamente legato
alla risurrezione, come un primo germoglio appena nato, che già quaggiù
ne prefigura la forza e la qualità. Inutile e insensato (fuori
sintonia) ogni scetticismo: Non
mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre
che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Credere
in lui, sotto la spinta libera, impercettibile e irresistibile del
Padre, e quindi andare verso di lui, ascoltare lui, mangiare di lui,
sono tutte manifestazioni convergenti dell’azione del Padre nel mondo,
attraverso Gesù. Tutte seminano “adesso” dentro di noi il germe della
vita eterna. Dirà infatti allo stesso modo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (54).
Questa attrazione così intima che diventa segno e causa efficace di
vita divina in noi e quindi fermento di risurrezione, trova il suo
simbolo reale (sacramento), nella fame e nella nutrizione,
nell’assimilazione e nella digestione. Diventa il luogo umano (la
nostra carne fatta di spazio e di tempo e di energia) dove è innestato
il fermento dinamico che trasforma una vita terrena mortale (destinata
a consumarsi senza residui) in una vita mortale rigenerata e capace di
risurrezione (eterna), cioè abilitata a passare attraverso la morte
senza esserne svuotata, senza annichilirsi! L’attrazione ‘celeste’ di
amore Paterno seminata in lei dallo Spirito del Figlio l’assorbe in sé!
pane vivo e pane morto
... io sono il pane della vita! proclama apertamente Gesù,
incurante, ormai, delle ambiguità e dei fraintendimenti scandalizzati
che ne seguiranno. Adesso vuole soltanto che si capisca chiaramente la
verità sconvolgente della sua presenza. È nettissima la
contrapposizione ad ogni altro cibo, magari necessario e utile per la
vita terrena che stiamo conducendo, ma incapace di sostenerla nella sua
caducità. Come si vede dall’esempio che riprende proprio dal discorso
dei giudei... la manna! Prodigiosa senz’altro, ma i padri che l’hanno
mangiata, sono tutti morti. Il suo pane (lui, come pane) è di
tutt’altra qualità: questo è il pane disceso dal cielo, perché chi lo mangia non muoia.
Questo pane infatti dà la vita, perché è vivo, è una persona
vivificante. È un volto che si mette in comunione intima con te, fino a
lasciarsi assimilare nello specchio dell’anima! e così attira a sé
colui che entra in questa relazione con lui. Una relazione costitutiva
e rigenerante tutta la persona. Il pane che viene dal cielo induce
nell’amico che lo accoglie, questa qualità “celeste”. Rende capaci di
cielo, cioè di eternità, chi lo “mangia”, proprio perché questa è la
qualità del suo sigillo di provenienza, trasmessa in un rapporto di
totale dedizione e intimità. Questa vita eterna che viene infusa in un
incontro terreno tanto intimo da essere significato in un’assimilazione
biologica nutritiva, vuol dire rendere capaci della stessa relazione
intima col Padre, da cui viene questo “cibo inviato a noi”: ci fa
diventare dunque capaci di eternità, dove amore e vita, desiderio e
verità, orfanità e figliolanza si intrecciano e si compenetrano in una
promessa radicata però alla terra, alla nostra e sua carne: Io sono
il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
... fatevi imitatori di Dio
questa dinamica di immersione nella materia di carne per attrarci
nell’unico modo “terreno” (carnale) a noi accessibile, nella sua vita
divina, diventa, secondo Paolo, il motore della nostra vita. Ci fa
imitatori di questa vita intima di Dio, in un coinvolgimento tanto
personale da “rattristare”, se non corrisposto, lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione.
Non si diventa dolci e misericordiosi per virtù, e se è vero che
comunque bisogna sforzarsi per essere tali... ognuno può costatare,
passando gli anni, i magri risultati raggiunti, anche dopo qualche
decennio di frequentazione cristiana. Era già un problema della chiesa
nascente. Asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità...
segnano solo la sfiducia profonda che ci morde e dispera nel profondo
ed emerge anche nelle persone più ‘a modo’ come un’accusa più o meno
inconscia (e reciproca!): nel momento della mia debolezza mi
abbandonerai, per salvare te stesso! Agire diversamente, cioè amare
l’altro più di sé e piuttosto lasciarsi mangiare da lui che
abbandonarlo, è amore di un altro mondo! Si diventa virtuosi per
nutrizione! E Paolo lo sa bene: Fatevi dunque imitatori di Dio,
quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche
Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in
sacrificio di soave odore. Dio stesso, infatti, in lui si è fatto
cibo e nutrimento perché nessuno venga meno e nessuno si lasci morire.
Ma, a sua volta ognuno si faccia pane... Amare non vorrà dire, allora,
andare alla ricerca (non apposta, lo fanno già le varie traversie della
vita che ci è data!) di qualcuno che ci faccia diventare pane, come
Gesù; ci dia il coraggio di diventare dono, come lui, di diventare gli
uni per gli altri pane e sostegno, compagnia nel cammino?
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