Home La Parola della Domenica XIV domenica del Tempo Ordinario C.
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In questa quattordicesima domenica del tempo ordinario, la Chiesa ci
invita a riflettere sul brano del vangelo di Luca (Lc 10,1-12.17-20) che
segue immediatamente quello della settimana scorsa (Lc 9,51-62), seppur
con una piccola cesura nel mezzo (Lc 10,13-16).
Dopo la prima parte (conclusasi in Lc 9,50), siamo dunque collocati in
quella seconda parte del vangelo che era iniziata con la decisione di
Gesù di dirigersi a Gerusalemme – «Mentre stavano compiendosi i giorni
in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di
mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51) – e che si concluderà
proprio a Gerusalemme con la passione, morte e risurrezione di Gesù: una
seconda parte orchestrata seguendo il filo conduttore del viaggio verso
Gerusalemme.
Mentre quindi il brano di settimana scorsa era l’episodio inaugurale di
questo “secondo tempo” del vangelo di Luca, il brano di questa domenica
tratteggia quello immediatamente successivo… il quale però si riferisce
subito a quanto lo aveva appena preceduto: «Dopo questi fatti…», dopo
cioè il rifiuto dei samaritani ad accogliere Gesù, la reazione dei
discepoli (con annessa sgridata!) e le istruzioni di Gesù a chi vuole
seguirlo.
È a questo punto che l’evangelista inserisce un episodio che gli è
proprio, cioè che solo lui – fra tutti – racconta: è il cosiddetto
“invio dei settantadue”. «L’intenzione, probabilmente, è di mostrare
come la missione non è unicamente affidata allo stretto gruppo degli
apostoli, ma anche alla cerchia più vasta dei discepoli. Il compito di
annunciare Cristo rientra nella vocazione cristiana semplicemente. E
deve estendersi a tutta la terra: il numero settantadue richiama infatti
la tradizione giudaica che riteneva che le nazioni della terra fossero,
appunto, settantadue» [B. MAGGIONI, Il racconto di Luca, 206].
Il problema però è quello di intendersi… Troppo spesso infatti la
sottolineatura per cui la “missione” è prerogativa di tutti i cristiani,
è stata usata da qualcuno per autoproclamarsi dispensatore di verità, o
– peggio – per reclutare improvvidamente (per loro e per gli altri)
turbe di persone (che in maniera efficace e geniale come sempre, Sequeri
chiama “i pretoriani del vangelo”) a convertire chissà chi… un esempio
su tutti: quando preti e catechisti invitano i ragazzini a essere
“testimoni” presso i loro coetanei – che in sé sarà anche una cosa
bella, ma non quando vuol dire mandarli a combattere (totalmente
sprovveduti) “battaglie” da cui escono solo più bastonati, più frustrati
e più soli … o peggio ancora, ritenendosi gli unici “santi” in un mondo
di peccatori… che è l’anti-vangelo (ma loro non lo sanno… ancora).
Anche perché aveva detto «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi»…
dunque i cuccioli è meglio lasciarli a casa…
Il punto è dunque intendersi… su cosa sia “missione”, “testimonianza”,
“annuncio”… e in proposito qualcuna Gesù ne dice…
Innanzitutto: «li inviò a due a due»… forse perché – e mi pare già una
bella delimitazione di campo per inserirsi in una prospettiva corretta –
la missione non è questione di insegnare intellettualmente delle
verità, o moralmente dei precetti, o spiritualisticamente
delle preghiere, ecc… ma di mostrare la verità
che è Gesù, che si traduce in una “morale” (cioè in
una storia... fatta di gesti, parole, carezze, silenzi, vicinanza,
accudimento… comportamento, plasmazione di sé…), nutrita dentro alla
preghiera (la relazione intima col Padre…). E allora, quale il modo
migliore di mostrare questa verità (Gesù e il suo vangelo), questa
morale (la vita evangelizzata in tutti i suoi interstizi), questa
preghiera (il farsi dire la propria identità di figli da uno che ci è
Padre) – tutte cose che noi per primi abbiamo ricevuto in regalo (non
sono nostre… conquiste!) – che quello di “farla vedere” a due a due
– appunto: cioè in un “cantiere antropologico”, dove vivendo così,
amando così, gli altri possano prima vedere e poi essere come
tirati dentro ad una dinamica, ad una relazione… Non a caso Gesù pone
come segno di riconoscimento dei suoi, proprio il bene che si vogliono
(tra loro!), cioè la qualità (evangelica) della relazione che vivono:
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli
uni per gli altri» (Gv 13,35)!
Segue poi una constatazione… «La messe è abbondante, ma sono pochi gli
operai»… «per chiarire subito l’impresa e gli attori : e prendere atto
che c’è una sproporzione strutturale congenita tra le messi sterminate
da mietere e i pochi contadini addetti! Bisogna assolutamente entrare in
questo atteggiamento di piccolezza e insufficienza sproporzionata, a
scanso di equivoci dolorosi, perché l’opera a cui siamo mandati - il
Regno – non è nostra… organizzata da noi: è sua! Siamo solo lavoratori
nei suoi campi – e la tentazione subdola sarà [invece sempre quella] di
inventarci mezzi nostri, illudendoci di riempire lo scarto incolmabile»!
[Giuliano].
«Pregate dunque il signore della messe»… «la preghiera, [infatti]
è l’unica preparazione proporzionata: proprio perché il Regno è del
Padre, occorre entrare nelle sue intenzioni, nel suo animo, nella sua
volontà…» [Giuliano]. E «non portate borsa, né sacca, né sandali e
non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada», «per togliere ogni
occasione di conflitto, ogni apparenza di interesse, ogni materia di
rivalità, nell’incontro tra discepolo di Gesù e gli uomini» [Giuliano].
Fino a qui le premesse… per arrivare al dunque… le istruzioni cioè per
favorire quello che è il centro dell’annuncio, il senso della missione,
l’oggetto della testimonianza: e cioè una buona notizia! E non le
cattive notizie di cui invece spesso – più o meno inconsciamente – noi
cristiani ci facciamo messaggeri (“Se fai così vai all’inferno!”,
“Guarda che questo è peccato”, “Non si può fare questo, non si può fare
quello”, ecc… ecc… ecc…). Che magari possono anche essere inevitabili, e
giuste, e necessarie (pedagogicamente parlando)…
Ma prima… di tutto… dite: “Pace”: «In qualunque casa entriate, prima
dite: “Pace a questa casa!”».
E che questo sia l’essenziale lo ribadisce il fatto che – nonostante
Gesù stesso ponga la distinzione tra le “città che vi accoglieranno” e
quelle che “non vi accoglieranno” – comunque “a tutti annunciate il
Regno”: «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno […] dite loro:
“È vicino a voi il regno di Dio” / Ma quando entrerete in una città e
non vi accoglieranno […] dite: “[…] sappiate però che il regno di Dio è
vicino».
E il Regno – nel vangelo – è sempre e solo una buona notizia! Questo è,
senza ombra di dubbio, l’inequivocabile del vangelo (eu = buon; anghello
= annuncio): «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i
lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri
è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5). Proprio come aveva profetizzato
Isaia: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e
portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una
madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete
consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa
saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai
suoi servi»… come mano/sguardo di Padre e non di Giudice! Una
mano/sguardo che sola può fare dell’uomo la “creatura nuova” di cui
parla Paolo, per la quale davvero poi «la circoncisione non conta, né la
non circoncisione»; né i voti, né i non voti; né l’essere Giudei o
Greci; maschi o femmine, schiavi o padroni… perché – appunto – ormai si è
nuovi, come ritessuti di una stoffa i cui fili si chiamano fiducia,
consegna, dedizione, cura: «Il frutto dello Spirito infatti è amore,
gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio
di sé; contro queste cose non c’è Legge» (Gal 5,22-23).
E allora sì che “satana cade”… cioè: la storia si sdemonizza, le persone
sono liberate e gioiose, la pace è accolta in comunione e tenerezza…
Ma c’era uno “scuotere la polvere”, che forse fa contraddizione (?!)…
perché «“scuotersi la polvere dai piedi contro qualcuno…” è
comunque sempre un fatto doloroso» [Giuliano]… Ma anche qui…
bisogna intendersi… “scuotere la polvere” per quanto sia un
riconoscimento del rifiuto della pace – e dunque un prendere le distanze
dalla logica mondana che l’ha provocato – non è però certo un maledire
quella casa, per la quale l’annuncio di pace si è rivelato precoce…
basta ricordare la reazione aggressiva rimproverata da Gesù ai due
fratelli, di domenica scorsa: Lc 9,54… si tratta allora piuttosto del
rifiuto (visibilizzato in un gesto) del lasciarsi contaminare dalla
stessa logica della contrapposizione competitiva… dunque – appunto –
rilanciare ancora una volta la logica evangelica!
E a conferma le parole di Paolo Curtaz, tratte da una sua omelia: «Gesù
ci indica con precisione lo stile e la modalità della missione. I
discepoli vengono mandati a due a due, precedendo il Signore. Non
dobbiamo convertire nessuno: è Dio che converte, è lui che abita i
cuori. A noi, solo, di preparargli la strada. Non dobbiamo salvare il
mondo: il mondo è già salvo, è che non sa di esserlo. In coppia veniamo
mandati: l’annuncio non è l’atteggiamento carismatico di qualche guru,
ma dimensione di comunità che si costruisce, di fatica dello stare
insieme. Il Signore ci chiede di andare senza troppi mezzi, usando gli
strumenti sempre e solo come strumenti, andando all’essenziale. Il
Signore ci chiede di portare la pace, di essere persone tolleranti,
pacificate. Nessuno può portare Dio con la supponenza e la forza,
l’arroganza dell’annuncio ci taglia da Dio in maniera definitiva. Infine
il Signore ci chiede di restare, di dimorare, di condividere con
autenticità. Noi non siamo diversi, non siamo a parte: la fatica,
l’ansia, i dubbi, le gioie e le speranze dei nostri fratelli uomini sono
proprio le nostre, esattamente le nostre. Condividiamo la ricerca,
portando nel cuore il Vangelo, senza facili verità da sbattere in faccia
agli altri, ma nella serena certezza che il Signore ci conduce per
mano».
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