Home La Parola della Domenica XIV domenica del Tempo Ordinario B.
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Il racconto del Vangelo di oggi gira attorno alle cinque domande che
esprimono lo stupore e poi lo scandalo della gente di Nazareth: “Da
dove gli vengono queste cose, questa sapienza, questi prodigi? – perché
sappiamo già tutto di lui e della sue origini, qui tra noi ! Gesù è
ferito e deluso. Perché, invece, il suo vangelo viene da fuori, ha
un'altra origine. Semina la sua verità nel desiderio più profondo
dell’uomo, ma gli dà una risposta imprevista, disomogenea, refrattaria
ad ogni cattura mondana. C'è "un di più", una rivelazione che non è il
frutto della tradizione umana. La quale, proprio perché è ricca già di
una esperienza millenaria di ricerca di Dio, si sente minata alle
radici dall’atteggiamento e dal messaggio di Gesù. “Lo scandalo
sta nel fatto che si rifiuta con ragioni penultime ciò che con ragioni
ultime (che si conoscono molto bene!) si dovrebbe accettare”
(Balthassar). La banalità tonta della “normalità”, che non vuol
vedere nulla al di là del “si è sempre fatto così!”, contesta ogni
profezia, tanto più quella casalinga. Ogni generazione, che obbedisce
ciecamente alla letale logica immunitaria della carne, dissipa così i
suoi profeti, che sono l’organo sensore del sistema immunitario dello
Spirito, con cui l’istituzione è avvertita della conclusione di un
momento storico e dell’apertura inarrestabile di prospettive nuove… Un
figlio d’uomo, con mani di carpentiere, segnato dalla fatica, nato e
cresciuto in una famiglia dai volti noti, nulla di straordinario… si
mette a fare il Figlio di Dio: ecco lo scandalo della fede. Eppure, che
la forza della Parola si rivesta di debolezza e si nasconda nella
fragilità dell’umano, sta tutta la potenza eversiva del vangelo – il
mistero dell’incarnazione – l’abisso della misericordia di Dio.
…si meravigliava della loro incredulità
Effettivamente quelli della cui incredulità Gesù si meraviglia, sono
tutti ‘credenti’ in Dio, senza dubbi di fede, anzi stupiti della sua
sapienza – ma per niente dubbiosi, però, della propria fede: di quale
incredulità, dunque, si tratta? Quale fede gli mancava? Anche gli
ascoltatori di Ezechiele , che il profeta apostrofa come testardi e
ribelli alla voce di Dio, sono credenti. Eppure di loro Dio dice: … gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me!
Al centro delle letture di oggi (Ezechiele – Paolo – Gesù a Nazareth)
c’è il conflitto strutturale tra il profeta che domanda un “nuovo
affidamento” del cuore ad un “annuncio nuovo” dell’amore di Dio per il
suo popolo (fede “evangelica”) – e i concittadini del profeta, con una
fede “religiosa” (ereditata dai padri), diventata ormai elemento
strutturante dell’assetto sociale del gruppo. Una fede che, proprio
perché ha impregnato inscindibilmente le varie componenti ideologiche,
politiche economiche della nazione, letteralmente “ha fatto il suo
tempo”, cioè ha intriso l’epoca e la generazione di persone che l’hanno
accolta, ma è divenuta ormai una prerogativa discriminante a custodia
del potere teocratico dei “credenti”, che proprio per questo si sono
induriti nelle loro posizioni che ormai sono “mondane”, se pure
suffragate dalla fede!
Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito
Gesù stesso legge l'episodio di Nazareth non circoscritto al suo
piccolo paese e alla sua esperienza personale, ma come segno del
rifiuto dell'intero Israele e addirittura di ogni popolo: venne in mezzo ai suoi e i suoi non lo hanno accolto (Gv
1,11). Ancora una volta è qui sottesa la domanda centrale del vangelo
di Marco: qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? E
cioè: Chi è quest'uomo? Le ragioni più profonde del cuore,
affascinato dalla luce che emana da lui e dalle sue opere, farebbero
dire: quest'uomo viene da Dio. Ma le ragioni del buon senso, del
con/senso sociale che cementa la tribù, e in più, l’atavica amara
sfiducia che niente di nuovo possa arrivare di più sicuro dell’ordine
esistente, dicono il contrario: «Non è costui il carpentiere?».
Questo è lo scandalo (cioè, l’inciampo) insolubile e inseparabile da
Gesù stesso. Infatti la scelta di assumere “un’umanità” inserita nel
normale contesto di un tessuto famigliare, lavorativo, popolare, in
tutto simile agli uomini… è proprio il progetto salvifico del Padre: il
cuore del Regno. D’ora in poi “credere in Dio” è affidarsi a questo
volto d’uomo, che ravviva nei millenni il paradosso del cristianesimo,
il paradosso dell’incarnazione: una presenza del Dio assoluto, (il Dio
di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… il Dio promesso a tutte le genti)
senza nome, senza immagine - ma adesso “relativizzato” in un volto e in
un messaggio, espressi in una cultura individuabile nei suoi confini
(limiti) storici e culturali, cronologici e geografici, ben delineati
quanto precari e transitori- ai quali affidarsi per una salvezza che è
nata e cresciuta lì, ma li sorpassa e diventa “eterna”. Perciò
contemporanea ad ogni generazione passata e futura (cfr Fil 2,7ss).
Fino a porre, di fatto, ai nazaretani di ogni tempo (anche noi siamo
della sua stessa patria umana e del suo villaggio globale) la
sconvolgente inversione della domanda: credi che Dio è Gesù?
Allora si capisce quanto fosse facile diventare non solo riluttanti, ma
ostinati e testardi, … per non lasciarsi coinvolgere - anima e corpo,
idee e senso della vita – nella tensione insanabile della proposta
evangelica, tra la sublimità dei segni, parole ed opere di questo
Messia, e la debolezza sociopolitica del suo mite ed inerme progetto di
salvezza dell’uomo e del mondo. Comincia da qui, e influenzerà
pericolosamente la fede cristiana fino ad oggi, la reazione
incontenibile di fronte a questa concretissima incarnazione: un
processo storico, mai interrotto, partito dai suoi compaesani, e poi
rispuntato in ogni chiesa. La tentazione, cioè, di “normalizzazione
sacra” della tensione profetica del Cristo – il lento veleno di
ri/divinizzazione dell’incarnazione (che è l’umanizzazione di Dio!),
fino a renderla inutile (è il processo inverso alla dinamica della
storia della salvezza: infatti rimanda al mittente il mistero
dell’incarnazione - sostanzialmente perché è troppo di disturbo
dell’assetto storico socio religioso di un’epoca storica, faticosamente
elaborato e consolidato - e difeso… fino allo sterminio di chi osa
insidiarlo.
perché io non vada in superbia mi è stata messa una spina nella carne
…dentro tutto questo dramma, ecco infine la sofferenza di Paolo, anzi,
prima, l’avventura personale di Gesù… e di ogni profeta. Esser profeti
per i discepoli di Gesù non è presunzione! È dimensione essenziale del
battesimo, purtroppo non a caso censurata! Perché il mestiere del
profeta, suo malgrado, è mettere in conflitto permanente la coscienza
‘profetica’ con la coscienza religiosa stratificata nella società.
Perciò, in prima battuta, il profeta è ben accolto dalla gente comune,
poco ideologizzata e succube sofferente delle ingiustizie, ma è
rifiutato dai capi, dai teologi, dai sacerdoti… cioè dal sistema. Il
profeta è “necessariamente” perseguitato, perché non misura l’uomo
secondo i criteri sociologici e gli equilibri fragili del potere nella
tribù o nel paese, stabilizzati per la coesione del gruppo stesso. Ma
misura l’uomo nella sua verità radicale assoluta (bisogni desideri
diritti) ispirata solo alle idee e sentimenti… del Padre che è nei
cieli. Per questo il cristiano/profeta denuncia ogni oppressione. E
questo mette in crisi la visione culturale dominante, aprendola ad un
assetto futuro diverso, a costo di apparire sovversivo! Ma il
cristiano/profeta non è un nuovo maestro, è solo il testimone, oggi,
del suo Maestro, che non si rivolge solo alla testa, ma propone il
cambiamento della vita, del cuore, dei sentimenti: c’è infatti un solo
modo storico di riconoscere e testimoniare la sua “divinità incarnata”:
diventare oggi suoi discepoli! Cioè diventare, almeno un poco, profeti.
E qui nasce il problema che mette a prova l’autenticità della fede in
Gesù.
Ma non vi poté operare nessun prodigio…
Qui l’avventura del credente, di colui dunque che si è già sbilanciato
per affidarsi alla “divinità” di Gesù il Cristo, s’imbatte in un dolore
imprevisto. Il dolore di Gesù, del quale non aveva colto la ricaduta in
chiunque crede in lui! Il dolore inconsolabile dell’uomo Gesù, che
sente, soffre e piange la sua spina nella carne, la propria drammatica
invincibile insufficienza “umana”a contenere, sanare, convincere,
medicare l’immensa miseria degli uomini, che vagano come pecore senza
pastore … Ma il profeta di basso profilo, quale siamo noi, a differenza
di Gesù, annega nella fragilità senza fondo di una fede che si rivela
sempre più immatura o comunque non del tutto pronta a portare la
sofferenza, il conflitto, l’incomprensione … l’inadeguatezza della
propria testimonianza. Perché i suoi puntelli erano ovviamente la
condivisione, la stima, il sostegno del consenso di chi è “importante”
nella nostra vita… e maschera l’inconsistenza della fede nuda. Il
lumicino fumigante che ci rimane in cuore, acceso dalla amicizia per
lui e poggiato sulla forza perdente del suo vangelo. Anche se non siamo
perfetti e forse nemmeno tanto coerenti, né dobbiamo pretenderlo dagli
altri, perché non è la nostra debole coerenza che ci salva.
"Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza"
Già Paolo si è scontrato con questo paradosso dell’impotenza (mondana) della fede! "I
Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi
predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i
pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci,
predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio" (1Cor 1, 22s).
Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza
degli altri discepoli, nostri fratelli e sorelle, da farne degli
antagonisti, fino a scordarci dell’essenza del Vangelo, che è venuto a
togliere l’inimicizia… Talmente scandalizzati dai loro veri o presunti
difetti da non voler aprirci al cuore dell’autenticità cristiana, per
convincerci che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma
la misericordia. L’importante non è che l’altro colga il pezzo di
verità sul quale io (profeta!) lo sfido oggi - che io sia nel vero e
lui fuori strada o viceversa… o un po’ per uno! Ma l’importante è,
invece, la profezia suprema, quella che ha portato Gesù a donare la
vita per noi e che ci ha così ‘profeticamente’ avvolti e lavati nella
sua misericordia cieca – sicuro che questo bagno, soltanto, ci avrebbe
aperto gli occhi a scoprire con infinita riconoscenza… il compimento
della profezia cristiana.
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