Home La Parola della Domenica XII domenica del tempo ordinario B.
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Dopo il lungo e intenso ciclo pasquale torniamo con questa domenica
alla lettura del Vangelo di Marco. E subito ci è riproposta la domanda
centrale della sua catechesi: Chi è costui? Dopo le parabole che
spiegano la forza misteriosa ed efficace della Parola seminata nel
mondo, i discepoli sono coinvolti da Gesù in eventi che mettono alla
prova “praticamente” la loro fede nella sua “potenza”: Gesù è “il
Signore”, con uno strano dominio su tutto: sulle forze della natura
(infatti il vento e il mare gli obbediscono 4,41 – cammina sulle acque
6,45); sui demòni (tutti ne erano meravigliati 5,20); sulle malattie
mortali (emorroissa e anoressica 5); sulla cultura degli scribi e
farisei (che sapienza è mai questa che gli è data? 6,2; 7,1ss). Ma i
discepoli non riescono a capire( non capite ancora? 8,21). L’obiettivo
del vangelo non sono i miracoli (occasionali e irripetibili), ma
portare i discepoli a scoprire cosa vuol dire la fede in lui, scuoterli
mentre sono immersi nelle vicende del mondo e della propria vita
personale, in questa storia tribolata, dove siamo tutti dominati
dall’angoscia e dalla paura di essere travolti e andare a fondo… Scopo
dunque non è il miracolo, come toccasana che toglie il fedele devoto
dai lacci della vita, come nei racconti pagani analoghi, ma la
ri/fondazione della fede. Come imparare a seguire il Signore, dopo
l’adesione a lui, quando lui sparisce dalla scena del mondo (dorme!),
quando le forze del male sembrano prevalere e la paura ci intontisce?
La forza della natura, né intelligente né matrigna
La natura non si preoccupa… dell’uomo! È l’uomo che proietta i suoi
desideri, sentimenti e idee sulla natura. Mentre per la natura le leggi
fisiche e chimiche, biologiche e psichiche, subatomiche e astronomiche
non hanno proprio in conto l’uomo più di una farfalla - né che sia
piccolo o grande, malvagio o innocente. Il problema di Giobbe, il
problema del male nel mondo, è un problema strettamente umano, non è un
problema della natura. Ma è nel contempo l’ingresso inevitabile al
problema della fede, della ricerca di un’ulteriorità per svincolarsi
dalla natura. Che sembra aver dentro di sé un limite,
un’autoinsufficenza! L’uomo di oggi può esser convinto o meno, a
differenza di quello antico, che proprio Dio, in qualche modo, abbia
messo i confini al mondo, agli oceani e alle nebulose e sia comunque
misteriosamente al principio e alla fine e al di dentro dell’esplosione
di energia che da più di 13 miliardi di anni muove l’universo, ma
rimane ugualmente muto di fronte alla realtà storica del male! La
misteriosa finalità interna all’evoluzione della natura che a noi
sembra di vedere nel cammino indecifrabile del cosmo, a un certo punto
diventa “cultura”, quando l’uomo si scopre capace di manipolare la casa
in cui è nato e trasforma lei e sé stesso… Un pezzo della natura
diventa storia! E subito all’uomo brucia dentro il mistero del male:
suo e di natura! Che non è anzitutto questione di fede o di ateismo, è
prima una domanda radicale di senso. Ambedue questi atteggiamenti del
cuore dell’uomo, fede e ateismo, sono tentativi di risposta alla stessa
ineludibile domanda che morde il cuore di ognuno: importa a qualcuno che noi moriamo?
– o invece sprofondiamo totalmente riassorbiti nel pozzo vuoto dalla
natura? Gesù risponde con la sua vita e con il Vangelo a questa
domanda, ma i discepoli non capiscono. Ancor meno capiranno quando lo
scandalo e la delusione scaverà un abisso nel loro cuore sentendolo
gridare anche lui, sulla croce, allo stesso modo, prima dell’urlo
inarticolato della morte: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Una nuova proposta
Gesù tenta di traghettare i discepoli ad un’altra dimensione della vita, ad un’altra comprensione del male e della sofferenza: "Passiamo all’altra riva".
Il racconto segna i passi del nostro ripetuto itinerario di maturazione
cristiana. Dopo un giorno pesante, racconta Marco, mentre la gente era
tanta che Gesù dovette entrare in una barca per non essere schiacciato
dalla folla, finita la predicazione, domanda appunto di passare
all’altra sponda, ma lungo la traversata si addormenta a poppa, la
parte della barca che per prima va a fondo… La tempesta porta il
discepolo alla disperazione che cova nel fondo di ogni uomo… di fronte
alla vita che delude le sue attese. Gesù si sveglia non a causa delle
onde, ma per il grido angosciato dei discepoli: "Non ti importa che moriamo?" Sistemate le cose, si rivolge ai suoi discepoli e dice loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Con la sua domanda cambia la direzione del racconto. L’attenzione non è
più rivolta al prodigioso potere sulle forze della natura, ma alla fede
del credente. Il discepolo, che ebbe abbastanza fede per staccarsi
dalla folla e seguire Gesù, ora che è schierato dalla sua parte, deve
imparare una diversa presenza del suo “Signore”. Il miracolo è solo per
mostrare una volta per tutte che Gesù c’è anche quando non c’è! La fede
matura è fiducia in lui anche nelle difficoltà e nelle sofferenze. È
nello stile di Marco “offrire un messaggio di speranza alla Chiesa
perseguitata e forse scoraggiata di fronte al silenzio del Cristo
risorto. Insomma ogni cristiano viene avvertito che si può essere uomo
di poca fede in due modi: c’è la poca fede di chi non ha il coraggio di
lasciare tutto per Gesù, e c’è la poca fede di chi, avendo lasciato
tutto per Gesù, pretende però (soprattutto nei momenti difficili) una
presenza chiara del Signore, consolante, accompagnata da ripetute
verifiche. È questa una fede ancora immatura, perché confonde il
«silenzio» con l’assenza del Signore, confonde il permanere
dell’opposizione con la sconfitta del Regno. E oltre che immatura è
anche una fede poco coraggiosa, incapace di scelte nuove, rischiose
secondo le cautele del buon senso dell’uomo, ma possibili per chi si
affida alla potenza di Dio. Il vero discepolo però si sente al sicuro
in compagnia del Signore, anche quando le difficoltà sono grandi e il
Signore sembra dormire” (B.Maggioni).
"Chi è quest’uomo?"
… a questo passo del cammino del discepolo s’impone la domanda che
guida tutto il vangelo, la cui risposta è il Vangelo stesso. "Chi è
costui a cui obbediscono perfino il mare ed il vento?" (come del resto
– nelle pagine seguenti! - le forze del male di ogni tipo… fisiche,
biologiche, psichiche, demoniache, culturali, religiose…). Malgrado gli
anni ormai trascorsi al suo seguito, i discepoli non sanno chi
veramente è Gesù – ma la stessa domanda sgorga dal cuore di chiunque
abbia cercato di seguirlo con qualche passione. Chi è dunque quest’uomo
con cui mi sono imbarcato nella vita? Marco inizia il suo vangelo
dicendo: "Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1). E lo conclude, nell’ora della morte di Gesù, con la dichiarazione del soldato romano: "Costui era veramente Figlio di Dio!".
Dentro questo percorso i titoli e nomi che cercano di individuare
questa misteriosa presenza sono tanti: Messia cioè Cristo, l’Unto,
Signore, Figlio amato, Santo di Dio, Nazareno, Figlio dell’uomo, Sposo,
Figlio di Dio, Figlio di Dio altissimo, Falegname, figlio di Maria,
Profeta, Maestro o buon Maestro o Rabbunì, Figlio di Davide, Benedetto,
Rabbi, Pastore, Figlio di Dio benedetto, Re dei Giudei, Re di Israele…
Tutti questi titoli indicano un aspetto che insieme illumina e nasconde
la sua figura… tant’è vero che Gesù stesso talora li mette in dubbio e
li contesta, per denunciarne l’ambiguità che possono contenere. Ma ad
un certo punto della vita il discepolo non può più eludere la domanda
senza rinnegare e tradire se stesso, Gesù e la gente con cui vive: chi è Gesù per me?
L’amore di Cristo ci possiede…
Ma Paolo sembra ribaltare il problema, e si domanda piuttosto: chi sono
io per Gesù? È Dio che ci ha amati per primo e ci ha donato il figlio
per salvarci… nell’affidamento a lui. Noi, dunque, non conosciamo più secondo la carne
– e la carne è la natura! Anche se abitiamo pienamente in essa, che ci
ha fatti, non siamo più soggiogati dalla sua “logica” deterministica di
necessità. Perché questo vorrebbe dire lasciarci ancora rinchiudere nel
nudo bisogno di affermazione della propria sopravvivenza. Per portarci
infine alla consunzione della morte senza speranza, perché ciò che è
nato dalla carne è carne. Oramai, invece siamo, presi (posseduti!)
dall’interno da una nuova energia spirituale, non prodotta dai
meccanismi di natura. Ed è l’amore di Cristo seminato in noi, come
nuova spinta propulsiva (chiamata la forza dello Spirito At 1,8), esplosa, come suo dono, con la sua morte. Perché Gesù, superando la logica di paura della carne, è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi.
Ha dunque aperto dentro la “natura” una nuova possibilità inedita, ha
iscritto un nuovo gene nel DNA umano, che ci rende capaci di donare la
vita, capaci di sbilanciarci dalla paura paralizzante alla fede
operosa.
Le leggi “naturali” vanno avanti per il loro corso, ma non sono più
assolute come catene che ci imprigionano nella schiavitù della paura!
Ormai il cristiano sa chi è il Signore che misteriosamente le spezza e
lo libera! E le rende “relative” e finalizzate al nuovo fermento
profetico che Gesù attraverso il suo Spirito semina incessantemente
nell’umanità… Solo la paura ci impedisce di svincolarci dal loro
fascino ambiguo e alla fine idolatrico! Non è da ingenui o da poeti
dire: siamo ormai una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
La novità di cui parla Paolo, come il “passare all’altra sponda” di
Gesù, vuol dire dunque liberarsi dagli ormeggi che ci tengono legati e
succubi dei condizionamenti della natura, della malattia, della
cultura, delle credenze religiose (i demoni) e assillati dalle domande
angoscianti: dorme? – gli importa che moriamo? Quale luce nuova
questa qualità di fede apporterebbe ai dibattiti di oggi sulla legge
naturale della morte e della vita, della sessualità e dell’economia,
della sicurezza e dei respingimenti!… dove è chiaro che la cruda legge
della necessità vede un’unica preoccupazione: conservare anzitutto se
stessi, a tutti i costi (costi… “altrui”, naturalmente!). Nel Regno
dell’umanità nuova nello Spirito, invece, l’unico assoluto non è più la
legge naturale o positiva, ma anzitutto l’Amore seminato nei nostri
cuori, perché proprio questo è il nucleo della fede: egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.
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