Home La Parola della Domenica XI domenica del Tempo Ordinario C.
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«… ecco una donna, con un vaso di profumo…
… dove ha trovato questo coraggio, di sfidare un pubblico ‘perbene’ ed
entrare già con l’intenzione di inondare Gesù della sua tenerezza?
Perché questo, ovviamente, era il suo tormento: trovare qualcuno che si
lasci davvero amare, curare e accudire, ma non a pagamento… Cercare
qualcuno cui donarsi davvero “gratis”, per amore. È la sua unica
possibilità di sapere che qualcuno la ama! Chissà quali parole o gesti
di Gesù le hanno infuso questa fiducia di essere accolta e poter osare
una libertà che sbalordisce il padrone di casa – e conquista la
“scandalosa” connivenza di Gesù. E’ la prima persona veramente libera
che Gesù incontra. Ha sperimentato in qualche modo che Gesù, a
differenza di tutti gli altri, invece che schiacciarle addosso la
pietra tombale del suo disgraziato mestiere, l’avrebbe accolta e amata,
con tale fiducia e condiscendenza, da lasciarsi amare da lei con tutti
i “sensi” dell’anima e del corpo… E proprio su questo Gesù richiama
l’attenzione (vedi questa donna?), enumerando di nuovo i suoi gesti di
tenerezza appassionata: con gli occhi (con lacrime irrorò i miei
piedi); con i capelli (li asciugò); con le labbra (non smise di baciare
i miei piedi!); con le mani (di profumo unse i miei piedi) … Lacrime e
baci, carezze e capelli, profumo e contatto della pelle … che
impregnano di sensualità amante i suoi piedi, lui tutto, … e l’intera
casa. Le sono perdonati i molti suoi peccati perché ha molto amato!».
(Giuliano)
Ho voluto iniziare la riflessione sulle letture (bellissime!) di questa
undicesima domenica del tempo ordinario con un pezzo significativo
della lectio di Giuliano di tre anni fa… perché mi pare “metta lì”
proprio bene quella che chiamerei l’ “icona” di questa donna, se
“icona” non suonasse alle nostre orecchie occidentali come qualcosa di
meramente simbolico, nel senso debole che si dà a questa parola oggi…
“Icona” e “simbolo” sono invece parole forti, parole in cui non solo è
evocata o rimandata una realtà, ma in cui essa è significata davvero.
In questo senso la donna che Luca ci presenta in questo suo settimo
capitolo è realmente icona, perché in lei si convogliano le esperienze
storiche di tante donne di tanti tempi (oserei dire: di tutte le donne
di tutti i tempi), ma non in una maniera che rende stereotipa,
evanescente, meramente esemplificativa la sua vicenda: la sua storia,
la sua esperienza, la sua relazione a Gesù è la sua… eppure è così vera
che – avendo intercettato le coordinate fondamentali del suo essere
donna – intercetta contemporaneamente quelle di ogni donna:
- Il bisogno di una visibilità pubblica dell’unicità del proprio amore;
- La “necessità” di sciogliersi in un’intimità che non ha ombre né paure;
- La condiscendenza dell’altro, «certezza di “indovinare”, questa volta, come amare».
- …
L’essere cioè guardata senza essere violentata, da quell’unico sguardo
che permette di farsi vedere davvero, nella propria intimità più
intima, senza dover costruire maschere, accettare etichette, fare
continuamente i conti col “non essere come l’altro ti vuole/vorrebbe”…
senza dover fare l’amore per soddisfare «le carezze di un animale» (De
Andrè) o per ricatto o «per avercelo garantito» (De Andrè).
E questa qui è l’icona a cui Gesù chiede di guardare: «vedi questa donna?».
È dentro a questo specchio qui che il cristiano si deve guardare…
Perché di fronte a quello che qui è raccontato (nel vangelo!!!)
crollano tante (tutte?) le impalcature che ci siamo preconfezionati per
scansare sempre – almeno un attimo prima – questo sguardo o l’intimità
della gente… che così abbandoniamo e tradiamo veramente, rifugiandoci
nelle nostre liturgie, nei nostri dogmi, nelle nostre banalissime
pacche sulle spalle… senza mai entrare nei drammi veri della gente che
ci vive accanto, nei suoi abissi, nelle sue disumanizzazioni… che anche
noi – come figli di questo mondo – abbiamo contribuito a creare, o a
rilanciare, o ad ignorare…
Quanta troppa poca gente rimandiamo in pace… come chiesa, come
cristiani, come persone singole, impastate delle stesse paure e
fragilità degli altri, dei loro stessi tradimenti e infedeltà,
schifezze e meschinità, dimentichi che se appariamo solo po’ più
bravini, lucidi, solidi, integerrimi, forti, è solo perché siamo dei
privilegiati tra i derelitti della storia, ancora convinti che è per le
nostre buone opere che siamo così (giusti!!?!?)… e non perché a noi è
stata fatta una carezza e agli altri no; e non perché noi abbiamo da
mangiare (tutti i cibi di cui si sazia l’uomo: pane, affetto, un tetto,
un’istruzione, …) e gli altri no… Con una mentalità ancora
anticotestamentaria per cui l’elezione (mia) è a scapito della
non-elezione (di qualcun altro)… come se il nostro privilegio fosse un
premio per le nostre opere buone e la loro dannazione (in terra) fosse
figlia delle loro opere cattive (dei loro peccati, della loro ottusità,
della loro malvagità o sfrenatezza)… Diceva un amico (il biblista Luca
Moscatelli) in proposito: di fronte al mandato «tutto ciò che legherai
sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla
terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19) dovremmo avere un sussulto di
gioia perché a noi è dato di “sciogliere” tutti… e non dovremmo far
altro che vivere per rimandare in pace la gente… e invece abbiamo fatto
anche di questo un potere… sciogliendo qualcuno e non sciogliendo
qualcun altro abbiamo inserito una discriminazione, su cui fondare il
nostro potere…
Ecco… è il volto di dio che fonda questa discriminante (perché lui
discriminatorio per primo) che Gesù – per tutta la sua vita e la sua
morte – ha voluto distruggere… per rivelare l’unico vero Dio, l’Abbà
suo… e nostro… che si tiene lì tra le sue braccia una prostituta (resa
tale dagli uomini, come è di ogni donna) perché lui ci vede solo una
“piccola” da pacificare – inglobandola nella sua tenerezza.
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