Home La Parola della Domenica VII domenica del Tempo Ordinario B.
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… faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia!
L’uomo, anche il più santo, ha assunto dalla carne con cui è intessuto, una specie di perverso istinto (la “legge della carne”
che contamina anche il piano morale) di sopraffare e “mangiare” il più
debole, quasi non si possa sopravvivere senza prevaricare su qualcuno,
o desiderare di farlo. Questo istinto congenito convive con le migliori
intenzioni… Anche il discepolo convertito è tuttora preso nel dramma
tra la paura di perdersi e la scoperta evangelica che il dono della
vita, come insegna Gesù, è la strada migliore per salvare la vita
stessa. E allora è lacerato in questo dilemma interiore e rischia di
consumarsi dibattendosi dolorosamente tra il “sì” e il “no”, come dice
Paolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Rom 7,15). Incapace di imitare la fede totale e duratura che ha sostenuto la vita di Gesù, nel quale invece “tutte le promesse di Dio sono «sì»”. Dio è stanco che ci siamo stancati di lui…,
proclama il profeta. Ma questo intenso dispiacere in lui non genera il
rifiuto di noi, anzi provoca una voglia ancor più grande di perdono e
di proposta di rapporto nuovo. Gli antichi testi profetici hanno
plasmato l’animo di Gesù e la sua concezione di Dio – Padre! La gente
capisce che il suo atteggiamento verso il male (morale, come peccato,
ma anche fisico e psichico – esistenziale!) è completamente diverso da
quello che insegnano i loro maestri. Pur tenendone conto, Gesù non
guarda tanto alla trasgressione della legge divina, che effettivamente
è perdonabile solo da Do – ma guarda al malessere interione della gente
che incontra, lo soffre dentro di sé (è preso da compassione nelle
viscere!|), perché è un male che blocca la vita come esperienza e
processo di amore, di comunione con gli altri, di stima umile di sé
(perché amati!), di speranza in un futuro… sostenuta dalla fede che
spera in un Dio che ti dice: “Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati”.
Il vangelo che Gesù vive, prima ancora di annunciarlo, è la notizia
sorprendente che Dio non è né la legge né la coscienza, è più grande di
ogni legge e del nostro stesso cuore e dei suoi scrupoli e rimorsi…
Anche se da soli non riusciamo ad uscirne e bisogna che uno che ci ama
ce lo dica! Incontrandoci paralizzati dalle catene interiori che
neppure noi conosciamo del tutto, prima ancora che apriamo bocca per
implorarlo, Gesù dice: figliolo, sono rimessi a te i peccati! Non dice: io ti rimetto,
perché è vero che solo Dio può farlo, ma Dio esercita questa sua
prerogativa divina nel Figlio dell’uomo sulla terra. Il giaciglio
(nominato quattro volte) in cui è steso il paralitico è la legge, che è
necessaria per contenerlo, ma nello stesso tempo lo tiene legato a sé,
senza riuscire a guarirlo, perché effettivamente la legge non può
perdonare. Così gli uomini, fratelli e sorelle, sono la necessaria
mediazione per “calarlo” davanti a Gesù, ma non sono loro che lo
salvano!
… amare l’uomo scrutandolo fino in fondo …
Gesù, infatti, non rimprovera ai suoi interlocutori di ritenere che
solo Dio perdona i peccati, ma contrasta la loro rigida mentalità di
preclusione del perdono divino, qui, sulla terra, senza il quale siamo
condannati alla falsità e all’ipocrisia. Conoscere il cuore dell’uomo,
le sue caverne interiori, le sue ferite sanguinanti, è possibile solo
al Padre che ci ha creati e, mantenendoci in vita con il suo amore
misericordioso, penetra e abita nelle pieghe più intime del nostro
essere, contenendo il nostro male dentro di sé … Il perdono dei peccati
non è tanto un problema del peccatore, che ci è immerso come in un
pozzo da cui non ha forza e strumenti per uscirne da solo, ma di Gesù
che si pone di fronte a lui… Proprio davanti al peccatore, più che mai,
Egli manifesta “il suo potere” interiore, cioè la libertà e l’amore,
l’ineguagliabile maturità umana di non esserne a sua volta schiavo -
del peccato – e quindi in atteggiamento di paura, aggressività,
condanna verso di sé e verso gli altri! Mentre Lui è, dentro di sé,
“signore” del peccato, non ha paura della morte, non si lascia vincere
dal panico della solitudine e della sofferenza, non perde dignità e non
tradisce mai il fratello o sorella… non ha complessi di colpa che lo
impaniano nel passato, ma solo un’immensa compassione misericordiosa –
quella stessa di Dio, suo e nostro Padre - che si espande come forza
risanante attorno a lui… Non – come si dice con un pericoloso
cortocircuito – perché ha pagato al Padre il dovuto prezzo del peccato
degli uomini, attraverso la passione e la croce! Piuttosto si è
scontrato con la coalizione delle forze del male (come ricorda subito
Marco : 3,6) determinate a bloccarlo e distruggere la sua umile
amorevole “signoria” sul peccato e sulla sua causa che è la paura della
morte. A Dio non lo obbligava il prezzo da pagare alla Sua offesa. È il
Padre stesso che genera incessantemente nel Figlio l’irriducibile
passione di amare tanto il mondo da mandare il proprio figlio, non a
giudicare, ma a salvare gli uomini.
… io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso
Questa sorgente di amore e benevolenza inarrestabile che sgorga dal
cuore del Padre nel Figlio, proprio perché è gratuita e gioisce di
coinvolgere tutti in sé, al di là di ogni legame o restrizione
contrattuale o di ricompensa o di castigo, è l’identità stessa di Dio!
Non c’è una formula o un potere magico… È “l’amore dell’amore” che
cancella i peccati, l’incontenibile desiderio che l’amore si diffonda e
faccia “vivere” tutti e tutto… Gesù né è impregnato appunto perché è
senza peccato, cioè senza freni o impedimenti o ostacoli che
impediscano dentro di lui di assorbirlo pienamente, al punto che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”
(Col 2,9). Da qui scaturisce la misericordia sconfinata per i peccatori
e gli sventurati della società… perché sono un vuoto di amore, e gli
stanno a cuore più di quanto loro amino sé stessi. È consapevole di
cosa è capace il cuore dell’uomo (e lo patirà amaramente!), ma è anche
in grado di percepire il reale desiderio di bene di chi ha peccato e
vorrebbe riconciliarsi e tornare a vivere. È questo il mistero che gli
scribi, legati al valore giuridico della legge, non riescono a capire.
Gesù compie il miracolo perché anch'essi sappiano che "il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati".
E il paralitico è completamente guarito. Qui, per la prima ed unica
volta, Gesù dichiara apertamente il motivo vero del suo miracolo: è il
segno che indica il suo potere divino, che riguarda proprio il perdono.
Dio è amore, e l’amore per l’uomo è anzitutto perdono risanante o
preveniente! Come dice Giovanni: In questo conosceremo che siamo
dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque
cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce
ogni cosa. (1Gv 3,19).
La radice profonda del problema del peccato
L’uomo religioso (come era normale nel mondo antico) o l’uomo ateo
(come oggi è culturalmente diffuso) sono imparentati tra loro da una
tenacissima radice comune: la falsa immagine di Dio! Accettata e
strumentalizzata nel primo o rifiutata e combattuta nel secondo, è
sempre idolatria,
che vuol dire appunto adorare l’immagine. L’uomo, secondo la Bibbia,
non ha dentro di se la causa di se stesso, ma raggiunge la sua pienezza
nell’esser relativo ad altro da sé… è fatto ad immagine di un altro.
Impara dalla mamma o da chi lo accudisce, poi dai rapporti di amicizia
e di coppia, se ha la grazia di sperimentarli… a maturare sempre più la
scoperta che il suo riferimento definitivo, intimo a tutti i suoi
riferimenti che lo fanno crescere sulla terra, è l’Altro! La sua
avventura umana è uscire da sé! Se non gli nasce dentro questa capacità
interiore (consapevole o meno) l’uomo si consuma nella rincorsa
continua di immagini fallaci, fondate sull’affermazione insaziabile di
sé, che lo ingannano e lo conducono all’angoscia, perché non
raggiungono mai il bersaglio. Allora si consuma nei sensi di colpa (che
sono provocati dalla lesione della immagine di sé!) - e non dal senso
del peccato (che è il rifiuto o la paura dell’amore che chiama fuori di
sé). Ma l’immagine di Dio, come si è manifestata nella storia, non è
“l’onnipotenza”, che l’uomo “religioso” ricerca in Dio o che l’ “ateo”
ricerca in sé … ma è Gesù, e questo crocifisso! Per aver insegnato agli
uomini che Dio è “amore impotente”, cioè storicamente inabile alla
potenza e alla violenza, ma capace solo di perdono e benevolenza! Un
amore che si manifesta donando a tutti perdono e misericordia e
insegnando agli uomini a fare altrettanto, già qui sulla terra!
ingenuità o bestemmia? Così pensano i realisti, sia religiosi che atei!
… comunque, un passo duro, per chi non ha provato un troppo di amore!
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