Home La Parola della Domenica VI domenica del Tempo Ordinario B.
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Il lebbroso andrà gridando: Impuro! Impuro
Le categorie puro/impuro (mondo/immondo, sacro/profano…) sono piuttosto
estranee alla mentalità moderna, ma determinanti nella mentalità
veterotestamentaria, come in ogni antica religione: per accedere a ciò
che è santo o comunque relativo al divino, occorre essere puri. Lo
stato di purità rende possibile la comunicazione col mondo della
santità divina, quello di impurità la preclude. Detto questo diventa
però difficile la distinzione dei piani morale e cultuale, religioso e
igienico, mistico e politico. Qui facilmente si equivoca: la
distinzione puro/impuro nella Bibbia non si riferisce subito alla
situazione morale, ossia non equivale a buono/cattivo: si radica molto
più sul piano fisico e poi cultuale fino a sconfinare, per noi moderni
almeno, nel magico. Trovare motivazioni razionali a queste dinamiche
non è sempre facile. In questo processo convergono vari fattori
dipendenti dalle conoscenze naturalistiche e mediche, da tabù
ancestrali, da motivazioni sociologiche, dall’incubo della morte e dei
suoi prodromi. Sinteticamente questo si può dire che la purità è legata
soprattutto all'integrità del vivente. Il contatto con quanto sta
nell'ambito della morte, è “mortifero”, E tutto ciò che è malato,
mutilato, corrotto, alterato, rende impuro. Ciò è ben evidente nel caso
della lebbra, che secondo le antiche tradizioni raccolte nel Pentateuco
provocava la più grave forma di esclusione dalla società e di abbandono
totale.
Un evento inaudito: un lebbroso si avvicina a Gesù! Ha sentito parlare
di lui, visto che in tutta la Galilea se ne parlava, come si dice poco
prima … Ma è un escluso, un impuro! Deve essere allontanato dalla
convivenza umana, a colpi di pietra. Chi gli si avvicina diventava
impuro anche lui. Questo lebbroso trasgredisce la legge di Dio, pur di
parlare a Gesù. Chissà come ha intuito che Gesù era connivente con lui!
Infatti Gesù l’ha già misteriosamente guarito - “dentro” - dal male più
subdolo e devastante che lo opprime, che è l’inconsapevole introiezione
della segregazione, come una maledizione accettata e meritata, in
qualche modo, fino a convincersi che è giusta, e farsene colpa. Per
questo la legge voleva che lui stesso gridasse di sé : Immondo!
Immondo!... a convincere se stesso, ancor prima che per allontanare gli
altri. Questo avvelenamento interiore che fa perdere a uno anche il
minimo di stima di sé, provoca la disintegrazione della persona, perché
ne taglia in radice la speranza, giustificando per di più, con questa
auto-maledizione, la discriminazione che lo distrugge umanamente. Come
lo schiavo, che si convince della “naturalità” della sua schiavitù…
fino a spegnere perfino il desiderio di libertà!
Il passaggio dalla legge alla grazia!
Gesù sovverte questa oppressione sociale che da prevenzione sanitaria è
divenuta una lenta condanna a morte fisica, affettiva e morale. Non fa
un discorso teorico. Apre un orizzonte nuovo. Prima suscita
misteriosamente un barlume di speranza, il desiderio di salvezza. Poi
accetta di incontrare il segregato, di rispondergli, e soprattutto di
toccarlo… Con conseguenze imprevedibili e sconvolgenti in un contesto
culturale tragicamente impotente di fronte alla “necessità” che il
malato contagioso sia espulso ed eliminato dall’accampamento. Inizia un
processo delicato e misterioso, “gratuito” ed esplosivo, che qualifica
la differenza di “regime” tra primo e nuovo Testamento. Un processo che
innesca una dinamica inarrestabile nelle strutture mentali personali e
comunitarie, come una nuova opportunità antropologica, il risveglio
dell’impossibile sogno di reintegrazione, un sogno divenuto adesso
realizzabile, possibile da quando Dio in carne umana sente smuoversi le
viscere materne davanti al nostro male congenito, avvolgendolo di un
immenso amore sanante e liberante, perché è Dio
- e non uomo, diceva il profeta antico (cfr. Os 11,9). Ma toccando
adesso, con una carezza della sua mano, la pelle putrescente del corpo
malato, perché è un Uomo, ove si è incarnata la tenerezza di
Dio! La compassione sembra divenire il supremo valore etico, al di là
di ogni religione e cultura: “la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo” (E. Lévinas).
Nel lungo cammino biblico, questo è un momento luminoso del “misterioso passaggio”
dalla struttura invincibilmente discriminatoria del sistema immunitario
dell’accampamento … alla compassione profonda e coinvolgente con chi
patisce l’emarginazione. Un passaggio dalla drammatica necessità di
eliminare i propri figli malati (dove il criterio guida assoluto è la
difesa del gruppo, legalizzata e sacralizzata), al coraggio dell’amore
che sfida ogni norma segregante… alla tenerezza che rischia il contagio
pur di veder rinascere la speranza… allo spirito autocritico sulla
propria cultura e sulle sue certezze morali o religiose… al coraggio,
infine, capace di sfidare l’opinione comune… quando il potere, la
gente, il buon senso cominciano a guardarti male. E solo la passione di
togliere l’altro dal dolore e dalla schiavitù fisica e morale e
soprattutto dalla sottostima di sé, può sostenerti.
Dio vuole tutti guariti in un’unica comunione …
Con quale solitudine interiore Gesù sradica da sé le sedimentazioni
mentali irriformabili perché giudicate indispensabili alla
sopravvivenza della nazione, dunque necessarie “leggi di natura”, e
immutabili proprio perché giudicate sacre, cioè di volere divino. Gesù
rompe questa barriera, intrecciando un “illegale” dialogo con il malato
segregato, un approccio diretto “nuovo ed eversivo” tra uomo e uomo,
che d’ora in avanti è seminato nel cuore del discepolo, come fermento
messianico di nuove relazioni liberanti, dialogo tra desiderio e
grazia, tra malattia mortale e rinascita alla vita, tra segregazione
distruttiva e gioia dell’annuncio evangelico. Un dialogo di “scambio
vitale”: se vuoi, puoi mondarmi… - lo voglio, sii mondato!… Con tutta discrezione, nonostante il desiderio straripante, il lebbroso dice: se vuoi... Il futuro suo (e del mondo) è appeso ad un «se vuoi»,
ad un misterioso “se”… che è la fede in Lui: Dio stesso accessibile
quaggiù di fronte a te! È la grazia! Tanto “necessaria” per liberarci
dalla malattia mortale quanto “gratuita” per responsabilizzare il
nostro amore e non ridurci di nuovo a schiavi – che Dio non vuole più.
Vuole solo amici! Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, sotto e
contro le sedimentazioni e le dure scorze tramandate dalle leggi e
tradizioni religiose: tu (Messia, mandato da Dio?!) vuoi abbandonarmi,
come dicono i sacerdoti e gli scribi - o vuoi guarirmi? Gesù rivela il
cuore di Dio di fronte al male: lo voglio, guarisci! L’esito – la guarigione totale! - è tanto immediato e sconvolgente che Gesù stesso cerca di correre ai ripari, “ammonendolo severamente”,
per contenere la divulgazione di un fatto così delicato e difficilmente
spiegabile nella sua complessità. Ma inutilmente! Il lebbroso si sente
liberato nell’anima, non solo nella pelle. È troppo irreprimibile la
gioia di esser tornato a vivere… troppo esaltante la voglia di
condividere la gratitudine, irrefrenabile la fierezza di far sapere a
tutti cosa gli è successo, quale miracolo dunque è possibile per tutti
i disastrati della vita…
Tre condizioni sembrano necessarie al discepolo di Gesù, per poter evangelizzare, secondo questo racconto:
* La “commozione” (delle viscere materne), che libera il cuore
dalla sterile preoccupazione di sé… a imitazione di Gesù il quale,
camminando in mezzo alla gente, ha accolto e fatto suo il dolore dei
volti concreti che incontrava, con un coinvolgimento così intenso, che
guarisce i malati e libera gli oppressi … Questo atteggiamento del
cuore di Gesù è la radice stessa della sua missione nel mondo: “…sbarcando,
vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza
pastore…. e si mise a insegnar loro molte cose...” (6,34)
* Lo spirito critico
che nasce da questo coinvolgimento nelle situazioni concrete di
sofferenza e di oppressione, cercandone e denunciandone, sulla linea
degli antichi profeti, le cause e le connivenze… con totale libertà e
autonomia dalle strutture culturali e normative, rese immutabili
dall’interesse o dall’inerzia intellettuale e spirituale delle classi
dirigenti:“annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato Voi” (7,13).
* Lo scambio dell’emarginazione:
chi aiuta l’oppresso a liberarsi si scontra presto con un’opposizione,
che in qualche modo si vendica ed emargina chi combatte
l’emarginazione, se presto non viene a patti… e lascia i poveri al loro
destino, per reintegrarsi nell’istituzione! Gesù sa bene come si
concluderà la sua missione di liberazione e proibisce al lebbroso di
parlare della sua guarigione. Ma finisce che Gesù non poteva più
entrare pubblicamente in una città. Aveva osato toccare un lebbroso…
ora lui stesso è un impuro, e deve stare lontano da tutti. Questo è il
“prezzo” che egli deve pagare per reinserire l’ex-lebbroso
“nell’accampamento”.
Gesù dunque non è un agitatore sociale che punta a sovvertire l’assetto
del potere, per sostituirsi ad esso, ma non è neppure un predicatore di
conversioni “spirituali”: il suo è un inserimento di contrasto nella
dinamica sociale di emarginazione che, con una sorprendente dottrina
nuova e “potenza” di guarigione e liberazione, reintegra l’umanità. Ma
suscita un’opposizione di diversi interessi che si coalizzano: “…tennero consiglio contro di lui per farlo morire”
(3,6). Per loro – a ragione - la sua non è una sostituzione
sacrificale, ma sovversione politica, della quale paga i costi in prima
persona. Non è per placare l’ira del Dio offeso dal peccato dell’uomo,
che Gesù viene stritolato dallo stesso criterio d’emarginazione
politica che vuole combattere, ma per dimostrare e realizzare l’amore
del Padre sulla terra: “È bene che uno muoia per il popolo” (Gv
11,50), sentenzia Caifa. Ma questo meccanismo perverso, che prima
abbandona il lebbroso alla sua deriva di consunzione, poi si ritorce
contro Gesù stesso, diviene il luogo d’incontro dell’umanità: Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore…
(Eb 13,13). Nessuna lebbra umana - grazie a Gesù – può essere più luogo
di separazione o vergogna, ma diventa spazio di incontro e
umanizzazione. Così proprio il nostro male diventa ponte di grazia sul
quale Lui ci incontra e ci salva.
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