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Sull’immagine biblica della Vigna converge il fascino dell’antica
appassionata promessa di Dio di accudire l’uomo e insieme lo scoramento
del cuore dell’uomo nel rifiuto di Dio o comunque nell’incapacità a
intendersi con lui - e dare frutti adeguati al suo amore! Piantare una
vigna è una sfida di amore alla vita, al futuro, perché esige cura e
passione, fa parte della casa e del pasto, si eredita come bene
prezioso di famiglia, è luogo di lavoro e di incontro, di fatica e di
gioia… per la vendemmia, il mosto, il vino! Ma la vigna è anche il
luogo della delusione suprema di Dio e dell’uomo, il luogo del
conflitto insanabile che porta all’uccisione del figlio del Signore
della vigna, dopo lo sterminio dei suoi profeti (Mc12,1 e paralleli)!
Dopo millenni, ancora, al nostro sguardo e alla nostra esperienza,
rimane drammatico e insolubile il male nel mondo, ed ha ancora uno
strascico tragico nella nostra storia l’antica disperazione di Dio,
secondo il profeta: Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io
non abbia fatto?... Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa
ha fatto uva selvatica? Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento
di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi (Is 5,4ss).
La vigna è uno delle grandi similitudini che Gesù ha scelto per dirci
con linguaggio umano, nel contesto vitale della nostra cultura
mediterranea, chi è lui per noi: “IO SONO” il pane, la luce, la porta,
il pastore, la via, la verità … e la vita! Oggi ci dice: io sono la
“vite” vera! come ci ha detto: io sono il pane vero ,la vita vera, il
vero pastore… Per annunciare che in Lui finisce la storia dell’
infedeltà dell’uomo al suo stesso Padre, che l’ha piantato nel mondo.
L’Agricoltore vede finalmente una vite fedele e feconda nel Figlio, nel
quale tutti noi diventiamo, come discepoli, i suoi rami, la sua vigna –
il popolo nuovo, redento e fedele per sempre
… io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore!
Proprio per la sua densità di significato nel linguaggio biblico, la
similitudine della vigna nel Vangelo di Giovanni contiene questa
eccezionale garanzia: che da qualche parte, nel misterioso progetto di
benevolenza di Dio, noi siamo radicati, vitalmente desiderati e legati
da amore indissolubile, come nelle profondità della terra la vite è
abbarbicata alle sue radici, che la nutrono e la fanno vivere. Non
siamo orfani, isolati e abbandonati alla nostra sorte da un creatore
inafferrabile e invisibile. Non siamo destinati a esaurirci nel nulla
da cui siamo provenuti. Ma ancor più! L’annuncio (il Vangelo) che si
fonda su questa garanzia di un legame vitale, va ben oltre. Tutta la
vita di Gesù e la sua predicazione è mirata a coinvolgere l’uomo in
questo progetto del Padre, realizzato finalmente nel Figlio, mandato
nel mondo per salvarci. La fede dei discepoli consiste nel prendere
atto di questa sorgente vitale da cui proveniamo e “rimanere”
saldamente connessi ad essa. Gesù ci implora che rimaniamo in lui
(8 volte in positivo e in negativo), perché solo così la sua opera di
salvezza si comunica ai discepoli, i tralci di ieri e di oggi. Solo
uniti al figlio siamo anche noi intimi a Dio. Rimanete in me… allora io rimango in voi … perché senza di me non potete far nulla!
L’esigenza è così vitale e discriminante che sembra una minaccia, ma si
tratta di conseguenza non punitiva ma naturale, vitale, come è appunto
del tralcio se si stacca dalla vite: non è la vite che lo punisce, ma
presto gli mancherà la linfa e si seccherà. Tutto è contenuto in
un’unità di progetto, di amore vitale, di dedizione: un attaccamento
esistenziale reciproco tra noi e Dio, in Cristo, che ne fa il mistero
centrale del mondo e della sua storia, la convergenza in lui di tutto
ciò che esiste.
se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…
Rimanere in lui non è un riferimento sentimentale, un simbolico legame
di riconoscenza, ma una spinta propulsiva intima che sconvolge il cuore
e la mente con un preciso nuovo progetto di vita, che è forza e modello
insieme: lui e le sue Parole, lui e i suoi comandamenti, lui e il suo
legame vitale al Padre. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui!
Una comunione di assimilazione vitale interiorizzata dall’uomo, non una
precettistica morale dall’esterno. Il discepolo si trova coinvolto
attraverso questa comunione dinamica vitale, in un tessuto di relazioni
vive, dove i personaggi della similitudine giocano ognuno il proprio
ruolo, assumono un volto preciso nell’intreccio di amore, conoscenza e
liberazione dell’uomo, che è il Regno di Dio, che cresce nella storia.
Il Padre, è l’Agricoltore. Gesù, è la vite nuova nella vigna ostile del
mondo. Noi, siamo i tralci chiamati a “divenire” suoi discepoli,
proprio perché coinvolti e immersi nella dinamica di Cristo crocifisso
e risorto, che si ripete e si comunica a noi. Lo Spirito, è il sigillo
di garanzia di questa nuovo contesto di relazioni vitali, di cui dice
la lettera di Giovanni: in questo riconosciamo che lui rimane in noi: dallo Spirito che ci è dato!
La descrizione della presenza misteriosa di questo vitale intreccio
trinitario nella nostra umile storia è descritta da Gesù con parole
forti e insistenti, che possono apparire similitudini oscure, ma a chi
si arrischia in quest’avventura fanno ben capire cosa gli sta avvenendo:
rimanere … in lui, anzitutto, - nella sua parola, nel suo
legame, che attraverso di lui ci collega al Padre. Rimanere nelle
conseguenze talora dolorose della sequela del suo Vangelo. Ma rimanere
anche nella scoperta progressiva e liberante che davvero quanto succede
(e ci succede!) per quanto possa sembrare così avverso ed ostico, va
ricompreso, pregato e vissuto come sua vera quanto imprevista risposta
a ciò che chiediamo: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
Non tanto perché esaudisca i nostri desideri, che la sua Parola ci
rivela piccoli e di corto respiro, ma perché li dilata secondo le sue
promesse, rimettendoci in cammino verso i suoi orizzonti e dilatandoci
il cuore secondo le sue misure. E così finiremo per chiedere quello che
vuole lui… ed essere quindi sempre esauditi - noi che, man mano che
cresciamo, sappiamo sempre meno cosa domandare, e ci affidiamo
all’anelito del suo Spirito, che geme in noi l’attesa del Padre nostro!
potare – Gesù stesso è stato potato così drasticamente da
morirne… e solo così è stato abilitato nostra guida e salvatore. La
potatura fa piangere la vite… gli taglia ogni illusione di estendersi
dove la linfa naturale la spingerebbe: delusioni, lutti, malattie, ma
soprattutto contrasti e conflitti e … incomprensioni, proprio con
coloro che camminano con noi, nella stessa fede. Per S. Paolo il
tormento dell’incomprensione delle esigenze superiori della fede da
parte di chi faceva chiesa con lui, è stata la scarnificazione
incessante di una vita. Il più delle volte ci ribelliamo, cerchiamo di
proiettare ogni colpa nei vari soggetti coinvolti e perdiamo
l’occasione di vedere la mano del Padre che taglia, pota, lega e slega,
per non lasciarci nascondere ed illudere dietro il nostro fogliame
infruttuoso. Una mano, la sua, talora indiscreta, se taglia non solo il
tralcio che non porta frutto, ma anche ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto! Anche le opere buone può essere bene che siano tagliate!
produrre i frutti: c’è infine una realtà, sottesa tacitamente a
tutta la similitudine evangelica della vite ed essenziale nella
realizzazione vitale del cammino del discepolo: la linfa! Cioè lo
Spirito, con il quale il Padre e il Figlio si amano, che ci tiene in
vita nel legame alla Vite e al Vignaiolo, lo Spirito che piange con noi
nelle nostre potature, il vero produttore dei “nostri” frutti … Solo
lui può verificare in noi (come ha fatto in Gesù!) che… non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Così si avvicina la meta di ogni cammino: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
La trasformazione che il rimanere in Gesù e l’accogliere le potature
della storia, induce nel credente, lo fa “diventare” sempre più
discepolo di Gesù. Vuol dire che sempre più si identifica (come il
figlio) nella volontà del Padre, sempre più aumenta la sua
disponibilità riconoscente ad accogliere nella vita i “diversi”
progetti di Dio, che portano la salvezza al mondo… La preghiera diventa
l’implorazione che attende e che fa … il Nome – il Regno – la Volontà
del Padre. Questo vuol dire glorificare il Padre suo e nostro!
… la chiesa era in pace… si consolidava e camminava!
In tempi difficili e conflittuali, per la comunione ecclesiale (anche i
nostri!) ci suona provocatoria e consolante insieme questa annotazione
di Luca. La Chiesa di cui parla era appena uscita dalla persecuzione di
Paolo stesso, e stava entrando nel conflitto interno drammatico
dell’accesso dei pagani alla fede e nella persecuzione esterna di
Erode, con l’assassinio di Giacomo e la dispersione dei discepoli… Ma
di che pace si tratta? La chiesa vive entro una dialettica generata dai
due fuochi che la tengono viva nella storia: il legame vitale al Cristo
nel suo corpo che è la chiesa, attraverso la quale ci e donato
Battesimo, Parola ed Eucaristia - e la sollecitudine appassionata per
chi è fuori della chiesa, la missione inarrestabile verso chi è lontano
e diverso e rifiutato, e, proprio per questo, intimo a Gesù, che sulla
croce coinvolge nell’amore del Padre persino i suoi uccisori! Infatti
non saremo in pace finché non riusciremo a fare dell’umanità una sola
famiglia, con tutte le creature, liberate dalla corruzione e dalla
morte. Allora c’è una pace profetica, già disponibile prima della pace
finale, mentre siamo ancora immersi nella complessità conflittuale e
talora oppressiva della storia: purché sia sempre orientata
all’universalità dell’amore. Non è la pace auto centrata e aggressiva
di una setta. È una pace che per adesso è unilaterale ed eccentrica,
perché non ha il baricentro in sé, ma lancia instancabilmente il ponte
della benevolenza lontano da sé, presso l’altro che è ostile, dove il
Padre ci aspetta. Per questo anche se i sentimenti sono feriti, le
risposte deludenti, amare o aggressive… e spesso il nostro cuore ci
rimprovera, perché ci sentiamo incapaci a reggere, sappiamo che Dio è
più grande del nostro cuore. E tiene fede alle sue promesse!
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