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Domenica scorsa, con la celebrazione della solennità di Pentecoste, si è
chiuso anche per quest’anno il Tempo di Pasqua. Lunedì è infatti
ripreso il cosiddetto Tempo Ordinario. Eppure, in questa prima domenica
dopo Pentecoste, ci ritroviamo subito a festeggiare un’altra solennità:
quella della Santissima Trinità. Non è facile “star dietro” a tutte
queste feste (ascensione, pentecoste, trinità…), una dietro l’altra,
perché i misteri che vogliono celebrare sono davvero grandi… e
soprattutto sono impastati di così tante precomprensioni culturali, che -
a volte - già solo nominarle, fa scappar via la gente…
Per esempio… parlare di Trinità non è così immediatamente agevole… si
rifugge all’idea di provare a spiegare o spiegarsi cosa stia realmente
dietro a questa parola, che non è nemmeno biblica… istintivamente
vengono in mente piroette filosofico-teologiche che tutti sentiamo come
assolutamente estranee, estrinseche, lontane, incomprensibili… con
nessuna incidenza o significatività per la concretezza e quotidianità
della nostra vita…
E allora m’è perfin venuto da chiedermi: “Ma perché la Chiesa celebra
questa festa”, “Perché mi costringe a riflettere su ‘questa cosa’ così
complicata?”… E la risposta che mi son data, mi ha fatto quasi sorridere
nella sua semplicità ed evidenza così spesso dimenticate o offuscate da
tante impalcature intellettualistiche che i secoli passati ci hanno
montato nella testa: “La Chiesa celebra questa festa e parla di Trinità,
semplicemente perché è ciò che emerge dal vangelo. La Chiesa parla di
Trinità perché Gesù, oltre che di sé, ha parlato del Padre e ha parlato
dello Spirito”.
E non lo ha fatto occasionalmente, o per inciso… Ma tutta la sua vita è
come sostenuta da una passione “urgente” di rivelare il Padre, di farlo
conoscerlo, di farlo vedere («La parola che voi ascoltate non è mia, ma
del Padre che mi ha mandato», Gv 14,24); e da una “fissazione quasi
ossessiva” per l’annuncio del dono dello Spirito («Quando verrà il
Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che
procede dal Padre, egli darà testimonianza di me», Gv 15,26).
È per questo che parliamo di Trinità! Perché Gesù non ha semplicemente
parlato di sé come del Messia o del Dio fattosi uomo, ma ha
contemporaneamente parlato (con le parole e con la vita) di un Padre e
di uno Spirito…
Un annuncio che poi la Chiesa ha condensato nel dogma niceno del Dio uno
(nella sostanza) e trino (nelle persone). Ma – appunto – diversamente
da quanto noi spesso facciamo (e in parte nei secoli passati anche la
chiesa ha fatto) è il vangelo a dare la misura e il senso al dogma, non
il contrario: per cui di fronte alla solennità della Trinità il nostro
pensiero non deve immediatamente andare a chissà quale congegno
intellettualistico partorito dall’uomo per tentare di spiegare
(inventarsi?) dio; quanto piuttosto alle parole di Gesù, che
indubitabilmente fanno con costanza riferimento al Padre ed allo
Spirito. È lui – che noi crediamo l’insuperabile rivelazione di Dio –
che ci ha parlato dell’intimità di Dio in quei termini. Tra l’altro
all’interno di un contesto in cui non era facile elaborare una “teoria”
del genere: siamo infatti nella culla dell’ebraismo, religione che tutti
ricordano e riconoscono come il primo grande e ferreo monoteismo della
storia. Una religiosità che non a caso ha nel primo dei suoi dieci
comandamenti, precisamente la “blindatura” della sua rigorosità in
materia: «Non avrai altro Dio»!
Ma… se tutto questo è vero… la domanda diventa: “Cosa ha dunque detto
Gesù del Padre e dello Spirito?”.
Evidentemente non possiamo qui ora richiamare alla memoria tutti i passi
(espliciti o meno) in cui Gesù – vivendo – fa tralucere questa sua
relazione intimissima col Padre («Chi ha visto me, ha visto il Padre»,
Gv 14,9; «io sono nel Padre e il Padre è in me», Gv 14,11; bisogna che
il mondo sappia che io amo il Padre, «e come il Padre mi ha comandato,
così io agisco», Gv 14,31), che è lo Spirito… Ma possiamo certamente
annotare come “premura incalzante” di Gesù sia quella di annunciare agli
uomini la loro non - orfanità: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18).
Dire che Dio è Abbà e dire che il ritorno di Gesù a lui non è abbandono,
ma assenza colmata («io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro
Paràclito perché rimanga con voi per sempre», Gv 14,16) è il vangelo di
Gesù, la sua buona notizia. Dire “trinità” è dire non-solitudine: questo
è Dio per Gesù, una non-solitudine che vuole coinvolgere l’uomo, perché
non sia e non si senta mai (mai più) solo, nemmeno di fronte alla
morte, che è così paurosa perché – per quel che vediamo noi – è
solitudine estrema, eterizzata, abbandonata…
La non-solitudine che invece è il Dio che ci ha raccontato Gesù è
relazione da sempre e per sempre. Questo è Dio: relazione da sempre e
per sempre. E non una “relazione qualsiasi”…
Per specificarla dovremmo forse dire “una relazione d’amore”, ma
quest’ultima espressione risulta così abusata da non essere più in grado
di dire e significare niente… o tutto e il contrario di tutto, che è
poi lo stesso…
Diciamo allora che è “relazione decentrante” – che è lo stesso che dire
“amore” ma con un termine un po’ meno noto e dunque, forse, meno
scontato –, relazione cioè in cui si vive della custodia dell’altro
(degli altri) e per la custodia dell’altro (degli altri); dove quindi
non sono io a dovermi pre-occupare di me, perché è il bene degli altri
che mi “tiene”, ma devo piuttosto pre-occuparmi degli altri, perché
siano “tenuti” da me… Dio è questa “cosa” qui; tra l’altro circolare (ha
tre persone coinvolte) e non solamente reciproca (relazione a due):
perché è come se il bene che i due (Padre e Figlio) si vogliono,
straripasse al di là dei confini del loro rapporto e diventasse a sua
volta terzo elemento del rapporto (Spirito) “sovrabbondante”, che
ingenera una specie di reazione a catena coinvolgendo sempre qualcun
altro… Come quelle particelle che si liberano nelle reazioni chimiche e
vanno ad innescare altre reazioni, che a loro volta liberano un
sovrappiù di “particelle” che andranno ad innescare nuove reazioni… e
così via… a catena…
E questa storia – che è la stessa del dogma niceno, solo raccontata con
parole più laiche e più riconoscibili dalle orecchie dei giorni nostri –
non è quella che a me è piaciuto inventare o che a qualche padre
conciliare è piaciuto ipotizzare 1700 anni fa (il Concilio di Nicea è
del 325): è la storia che è piaciuto narrare (vivendola) a Gesù di
Nazareth, che noi crediamo essere il Figlio di Dio e la sua piena
rivelazione… Dio è la non-solitudine, è l’esserci per l’altro…
Ma se questo è vero – e lo è radicalmente – allora bisogna essere
coraggiosi fino in fondo: «A ben vedere, [infatti] ogni tentazione
cristiana (e, a livello inconsapevole, ogni tentazione umana) è una
tentazione antitrinitaria. Ogni totalitarismo, che censura le differenze
per esaltare un solo valore; ogni spiritualismo che deprezza la carne e
la debolezza ad essa legata, esaltando superuomini; ogni materialismo
che seppellisce il seme dello Spirito e il suo gemito nascosto nel cuore
dell’umanità; ogni lucignolo di verità spento in nome delle verità più
grandi; ogni uomo isolato o perseguitato per le sue idee o la sua
diversità; ogni debole oppresso dalla prepotenza di altri uomini; ogni
bimbo che non può crescere e gioire a causa del nostro egoismo… è una
bestemmia contro la Trinità. Noi cristiani, cui questo mistero è
affidato, ne abbiamo fatte e dette tante di queste eresie storiche - e
Giovanni Paolo II ne ha chiesto perdono a tutti più di cento volte… Ma è
pure vero che un’innumerevole folla di martiri ha testimoniato il
rifiuto della prepotenza politica o ideologica di capi, re e imperatori.
Generazioni di credenti, laici e consacrati, famiglie e chiese, hanno
sfidato la logica del potere e del danaro…e hanno seminato nel mondo il
fermento del primato della persona, e quindi l’accudimento del malato e
del debole, l’assistenza e l’istruzione del meno fortunato, l’ascolto e
il rispetto di tutti i pareri diversi…» [Giuliano].
È ben vero allora che l’idea di Dio che abbiamo in testa non è
ininfluente sulla vita che costruiamo (foss’anche l’idea che Dio non c’è
– perché anche questa è un’idea di Dio…), ma anzi: dall’idea di Dio che
uno ha in testa, si capisce anche che uomo egli è; e viceversa,
ovviamente: da che vita uno conduce, si può capire in che “idea” di Dio
crede… se in un dio monadico, totalitario, autoritario, autosufficiente,
autoriferito, ecc… o in un Dio di relazione, di pluralità, di custodia,
di solidarietà, di collaborazione…
Un “dio per sé” ha infatti seguaci che vivono per se stessi; un “Dio per
gli altri” ha seguaci che vivono per gli altri…
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