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Solennità di tutti i Santi 2009 |
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… già fin d’ora siamo figli di Dio!
Vorrei tentare di trovare una risposta a una grave domanda che ci
vien posta dal nostro tempo: «È possibile esser santi oggi?» e se sì:
«Qual è la forma di santità possibile nel nostro tempo?». Comincio col
precisare il concetto di santità e di santo, seguendo, naturalmente,
quello che l’esperienza vissuta del Mistero divino può dirci. In tutti
i tempi si è sempre ritenuto che Dio potesse compiacersi di qualche
mortale, colmarlo di doni e favori speciali, così da separarlo dai suoi
simili e da porlo in una situazione più vicina a Lui stesso. Anzi, si
finì per ritenere il prescelto come un valido intercessore presso la
divinità; si pensi, per rimanere nell’ambito della nostra religiosità,
alle figure di Abramo, di Mosè, di Elia.
Questa scelta fatta da Dio nei confronti di un mortale fu chiamata
santificazione, e santità la qualità peculiare che lo rendeva
differente, separato, in una posizione di privilegio, dai suoi simili.
A seconda dei tempi, delle idee religiose, le qualità che rendevano
preferito un mortale di fronte alla divinità sono differenti. Uno
Sciamano è differente da un Profeta, uno Stregone da un Santo indù; con
il raffinarsi dell’intelletto d’amore, del senso morale, il concetto di
santità fu individuato nella virtù, nella dedizione all’affermazione
dei diritti dello spirito sopra la materia, nello sforzo costante e
tenace per esprimere più e meglio l’interiore somiglianza divina,
impressa in ogni uomo come un sigillo di predestinazione. Vale a dire:
l’uomo deve compiersi in Dio, deve ascendere a Dio per poter assumere
fino a Lui la materna materia. La santità è perciò la separazione dalla
natura bruta. L’uomo è per sua natura predestinato alla santificazione
e alla santità. Lentamente, ma sicuramente, assurgerà ad esse, anche
suo malgrado. «La parola di Dio non torna alla sua sorgente senza aver
recato i suoi frutti» (Is 55, 10) [G.Vannucci].
… l’uomo – dunque - deve compiersi in Dio, deve ascendere a Dio per
poter assumere fino a Lui la materna materia nella quale è nato e
cresce… Che lo sappia o meno, questo è l’anelito che lo preme da
dentro, che non lo lascia in pace, che lo spinge a cercare fuori di sé
(che non è altrove dall’intimo di sé) ciò che soddisfi il suo desiderio
senza confini. Bisogna che si accorga e si convinca attraverso dolorose
frustrazioni, che nessuna “materia”, fatta di spazio e di tempo e di
energia, nessun oggetto, neanche vivo e umano come lui, può chiudere
l’orizzonte della sua fame di essere … perché bramerà sempre altro
ancora, e dopo ancora altro, e ancora più compiuto. Una tensione viva e
incoercibile sgorga dalle sorgenti profonde dell’uomo di carne e
materia e lo affama di trascendenza o di ascesa o di compimento di sé.
Alla responsabilità del singolo, ma in comunione intensa e solidale con
ogni vivente, Gesù ha annunciato, davanti ad una folla di gente povera
e semplice, le sue BEATITUDINI, le linee guida per leggere la santità
nella storia, impregnate del lungo cammino biblico, ma inestirpabili
dal cuore pur devastato di ogni uomo. Ed ha così sconvolto per sempre
ogni schema o modello religioso o filosofico di “santità”! Queste
situazioni esistenziali scelte o accolte sono adesso la “santità” nel
Regno del Padre, che abita e si respira nella storia. Non sulle vette
del pensiero o della ascesi eroica, ma dentro lo spessore pesante
dell’umile storia delle faccende e sofferenze quotidiane sta il crinale
basso dove si incontrano o si scontrano le scelte operative, le
relazioni affettive, religiose, politiche, sociali, educative,
professionali … di umilissima qualità divina, proposte da Gesù e
inventate e suggerite dal suo Spirito dentro la nostra vita. Riguardano
tutti noi fragili e incompiuti … ma sono l’augurio del Padre che ci
coinvolge nel suo progetto di pienezza donata, sono le sue
congratulazioni per la strada intrapresa, sono la sua empatia per le
situazioni di dolore redentore. E dentro di loro che emerge
l’invincibile spinta propulsiva del bene (o dell’essere), nel cuore
dell’universo, ma soprattutto - data la sua consapevolezza e la sua
libertà di unico vero interlocutore di Dio - nel cuore dell’uomo, come
benevolenza del Padre, che vuole salvi, cioè “compiuti”, tutti i suoi
figli, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Una benevolenza
operativa che, nel cammino del tempo, ci preme dal presente al futuro,
dal desiderio al compimento, dalla sofferenza alla pienezza della
gioia. Da qui provengono le beatitudini! Seme e fermento, dono e
conquista, profondamente umane e dono inaccessibile alle sole nostre
forze … Le condizioni fertili della vita storica dell’uomo, secondo
Gesù, che le ha sperimentate nella sua vita e ne ha fatto la proposta
esistenziale per i suoi discepoli, non solo per sé (non è possibile una
compiutezza per sé senza amore di relazione), ma per un coinvolgimento
di salvezza di tutto il mondo: L’ardente aspettativa della
creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La
creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua
volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza
che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della
corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie
del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le
primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a
figli, la redenzione del nostro corpo (Rom 8,19ss).
… ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato
Questa attesa di tutto l’universo, che attraverso la redenzione del
corpo dell’uomo, spera nella propria liberazione, è dunque scandita
dalle Beatitudini. “Santo” (cioè, nel vangelo, discepolo di Gesù!) è
colui che si apre ad esse, perché in lui è scoccata la scintilla
“divina”, la mozione dello Spirito che animava Gesù, il germe della
seconda nascita, il punto impercettibile di contatto con l’assoluto, di
cui magari neppure s’accorge, mentre si libera dalla paura di morire,
propria della carne, con tutti i suoi residui di egocentrismo
competitivo e aggressivo che la natura e la cultura del mondo in cui
siamo cresciuti ci ha istillati, come legge universale di difesa armata
della propria vita. Seguire Cristo vuol dire tendere ad una giustizia
differente da quella della carne e del sangue. Esistono infatti due
giustizie: quella della materia (o ‘carne’, direbbe S. Paolo) che è la
legge del taglione, sempre comunque la sopraffazione del più forte; e
la giustizia del cielo (quella del Padre), che è lo slancio dell’Amore,
che reinventa le relazioni dell’uomo nella storia: la via crucis
feconda delle beatitudini. Non è una via per specialisti della mistica
o dell’ascesi: il regno di Dio è il rovesciamento radicale e quotidiano
del mondo in cui viviamo, dover domina il “Principe di questo mondo”,
che ne fa il regno del potere omicida di Mammona. Tuffarsi nel primo
vuol dire emarginarsi dal secondo, dove il “cittadino” del mondo è
invece accolto e applaudito. Non vi è legge, devozione, penitenza,
virtù, non vi è miracolo che muti questa dinamica. Il vangelo di Gesù è
micidiale per le forme mondane, che quindi reagiscono e si oppongono,
come dice l’ultima beatitudine. E, addirittura, la sconfinata libertà
che Cristo ci ha donato, il rifiuto di adorare e onorare gli idoli di
questo mondo sarà considerata un’ingiuria al buon senso o addirittura
all’ordine costituito.
Chi sono costoro… avvolti in veste candida?
Oggi il santo è chiamato alla solitudine del suo interiore laboratorio,
ove può sperimentare che la trasfigurazione spirituale del corpo e la
corporificazione dello spirito non sono un concetto ma una possibilità.
Orgoglio? Più probabilmente coraggio e fedeltà al divino che è in ogni
uomo (Vannucci). Le Beatitudini segnano il cammino del laborioso
travaglio che ci porta all’assunzione della materia nella dinamica
gratuita e creatrice dello Spirito. Raggiungere la santità significa
ripartire dalle profondità interiori spesso intricate, ferite e poco
conosciute, di ogni uomo e di ogni sua relazione. Perciò la costruzione
instancabile di tessuti di fraternità è il necessario complemento della
personale ricerca interiore. Lavoro faticoso, non conosciuto da altri
che da Dio, lavoro di discesa nei propri personali inferi, perché
l’Uomo vero risorga in ognuno. Chi sente l’appello a quell’aggiunta di
apertura all’essere che è la santità, deve inoltrarsi per la via della
sua personale liberazione, con generosità, senza speranza o desiderio
di ricompensa alcuna, se non il dono di poter giungere alla perfetta
statura di Cristo: l’Uomo vero. Il premio è il compimento perfetto
dell’opera, nella libertà sconfinata e consapevole dei Figli di Dio
che, partecipando all’esistenza, se ne sentono indipendenti, che, di
fronte a tutte le sollecitazioni di intrupparsi sotto qualche vessillo,
rimangono se stessi, liberi da ogni richiamo idolatrico, promotori di
una nuova storia che questa nostra che viviamo non riesce a contenere –
e durerà per sempre: … chi sono costoro, e da dove vengono?...
«Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato
le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo …
Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non
avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura
alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro
pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio
asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
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