|
|
|
Pagina 2 di 2
La domenica di Pentecoste – come tutti sanno – si celebra il memoriale
del dono dello Spirito Santo da parte del Padre, attraverso Gesù
risorto, ai discepoli.
Ma di cosa si tratta davvero? Al di là delle formulazioni, al di là
delle frasi fatte che conosciamo da sempre, al di là delle spiegazioni
nominalistiche di questo “mistero” (vere, ma del tutto insignificanti –
non significative per noi, per me), di cosa si tratta quando si parla
del dono dello Spirito santo?
Io credo si tratti – andando contro il sentire comune per cui questa è
una festa (solo) gioiosa – in realtà, di uno dei momenti più drammatici
della vita della Chiesa (di allora) e dell’esperienza dei singoli
cristiani (di sempre). Credo infatti si abbia a che vedere con la
“cosa” più difficile da credere di tutto il fatto cristiano. E provo a
spiegarmi…
Qui si tratta di credere:
1) Che la storia va avanti anche senza Gesù: cioè – allora come oggi –
che il “non averlo più tra noi” non chiude la storia, non solo o non
tanto quella umana, di cui chi ha perso chi dava senso alla sua vita
non è poi molto preoccupato, ma quella personale; il dramma infatti per
i suoi è: “Come mai io sono vivo se lui è morto?”, “Che senso ha che io
sia in vita, se nella vita lui non c’è?”… Precisamente questo infatti è
in gioco con l’elaborazione dei testi neotestamentari che parlano del
dono dello Spirito. In prima battuta infatti il fatto che ci sia lo
Spirito, vuol dire che non c’è più Gesù. O appunto: che c’è in Spirito…
Ma su questa drammatica non si può soprassedere o passar via troppo in
scioltezza… Perché che Gesù “non ci sia più” non è affatto una cosa
banale. E non lo è stato allora…
2) Ma non solo questo… Qui si tratta di credere, non solo che la storia
vada avanti anche senza Gesù, ma che essa quasi “debba” andare avanti;
e non solo per inerzia, perché finché il corpo non muore si resta in
“vita” (come cantava De Gregori: «Cosa sarà che fa morire a 20 anni,
anche se vivi fino a 100?»); e nemmeno perché Gesù abbia fallito e
quindi la vita debba andare avanti alla ricerca di altro, che dia
senso, che sia la vera via, verità e vita…; no: credere nel dono dello
Spirito santo vuol dire credere che – nonostante Gesù non ci sia più
come prima – sia sensato andare avanti, portare avanti quella sua
medesima storia, quella sua via, verità e vita che – pure – l’ha
portato a non esserci più…
La Pentecoste è dunque la scelta radicale tra il credere alla vita o
alla morte, all’affidamento o alla paura, all’aprirsi o al chiudersi,
all’amare o all’odiare… Pentecoste è scegliere se la storia continua o
se la storia finisce… Questa infatti è la posta in gioco: vivere da
figli o vivere da orfani?
I testi neotestamentari – anche quelli delle letture di questo anno C –
sono nati precisamente con l’intenzione di raccontare (attraverso
l’elaborazione “a posteriori” di questa scelta) come la Chiesa delle
origini, quegli uomini e quelle donne, si siano determinati. Quale sia
stata la loro risposta. E ogni generazione cristiana, ogni singolo uomo
su questa terra, a partire da quella loro esperienza fondante, è
chiamato a rispondere per sé a questo interrogativo…
Ciò che a noi può sembrare strano è la puntualità con cui – per esempio
il testo della prima lettura di questa domenica – racconta la scelta,
come se tutto si fosse concentrato in un episodio, in un momento, in un
attimo che ha determinato tutto il resto della vita di questi uomini.
In realtà – come si evince dalla faticosa vicenda degli Atti – anche
per loro non è bastato decidersi una volta per tutte… e l’elaborazione
“a posteriori” che noi oggi ci ritroviamo tra le mai nei testi
neotestamentari è – appunto – una ricostruzione “a posteriori”, un
tentativo cioè di condensare in un breve racconto cosa abbia voluto
dire credere alla vita che continuava, alla sensatezza della vita che
continuava… al fatto che si trattasse di una continuazione “abitata” e
non orfana…
Come dire… Lo Spirito donato ha avuto anch’esso bisogno del credito di
chi lo ha ricevuto, ha avuto bisogno del riconoscimento del fatto che
si trattava di una nuova modalità di presenza di Gesù e del Padre suo
tra i suoi.
Questo perché non si ha a che fare con un’idea, con un dogma, con una
proposizione da imparare a memoria e ripetere a comando, ma piuttosto
con il credito che si è disposti a dare alla parola / vita
(promettente) di Gesù... che aveva promesso di non lasciarli/ci soli
(«Non vi lascerò orfani», Gv 14,18), di restare sempre con loro / con
noi sulle vie di questo mondo («ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo», Mt 28,20) e di costruire insieme a loro / a
noi la vita (così come spiega san Paolo: «Lo Spirito stesso, insieme al
nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio»)…
Ma se Pentecoste è tutto questo, se credere al dono dello Spirito
santo, vuol dire credere ad una modalità nuova di accessibilità a Gesù
(e in Lui, a Dio) – nonostante non lo si veda, non lo si senta, non lo
si tocchi –, se vuol dire credere in una possibilità diversa – ma vera,
addirittura più intima e universale – di relazione a Lui, che continua
nonostante l’assenza fisica (in spirito, appunto…), se – inoltre – lo
si fa basandosi sulla sua parola… allora non ci si può più porre di
fronte a questo mistero come di fronte “a questo sconosciuto”… come se
lo Spirito fosse qualcosa d’altro rispetto a quanto raccontato nel
vangelo… come se credere in Lui fosse qualcosa di diverso che credere
che Dio è «Abbà, Padre» e che «Gesù è Signore», “nonostante” la sua
morte e la sua assenza fisica… che dunque Egli è incontrabile, che può
davvero ancora alimentare la vita che continua, che può davvero
plasmare i nostri cuori perché il suo Regno venga…
«… Si può dunque, nella vita feriale, camminare secondo lo
Spirito [di Gesù], disinquinando la storia dal basso – cominciando
dalle piccole cose accessibili agli uomini senza potere, che però sono
assuefatti ai segreti del Regno. E imparando a lasciarsi abitare e guidare da Lui. Così cresce il germe divino che dimora in noi, negli appuntamenti silenziosi e nascosti della vita d’ogni giorno…ove lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… e intercede con insistenza per noi, con “aneliti senza rumore”.
QUANDO?:…
* quando dobbiamo fare tante piccole cose senza senso, come sorridere a qualcuno, mentre tutto ci amareggia o ribolle dentro
* quando lasciamo ad altri un minuscolo successo o affermazione, senza ritorsioni, per lasciarli crescere… in pace
* quando silenziosamente condividiamo la passione dei sofferenti e disperati della terra - seduti per terra con loro
* quando sperimentiamo il desiderio e insieme l’impossibilità di uscire
dalle gabbie della carne e dall’egoismo - e confidiamo lo stesso che la
liberazione è vicina e non ci sarà negata
* quando la fame di compagnia e tenerezza ci rode la carne - e la solitudine sembra l’unica assurda risposta
* quando facciamo i conti della nostra vita e vediamo un passivo
incolmabile scavato nell’anima - e ci fidiamo che un Altro,
inafferrabile, pareggerà
* quando stiamo dentro l’amara realtà quotidiana sino alla fine,
sottomettendoci con fatica alla monotonia corrosiva di una vita che si
svuota
* quando ci ostiniamo a pregare, sicuri di essere in ogni caso esauditi, anche se nessun segno ci perviene
* quando la caduta diventa l’estremo umano modo di camminare, che ci
rimane - perché sempre di nuovo chiediamo di essere accolti, amati,
sollevati
* quando affidiamo la domanda irrisolta e il desiderio inesaudito al
mistero di grazia che tutto avvolge - dove Qualcuno, nel buio o nel
disagio interiore, ci chiama con il nostro nome
* quando ci esercitiamo nei disappunti delle faccende quotidiane, per
imparare a morire con serenità ed amore - vivendo, appunto, come
vorremmo morire
* quando ci sono offerte scintille di gioia e compiutezza, e cerchiamo di condividerle …
DOVE?:…
* dove è nascosta la possibilità piccola, ma qualitativamente essenziale, della nostra libertà - di donarci
* dove incontriamo… il diverso – perché l’alterità è la casa dello
Spirito, “dove si manifesta la verità ‘più’ intera e le cose future”
* dove siamo chiamati al coraggio di atteggiamenti nuovi… per
“abbeverare di Spirito la nostra carne”, aprendola a gusti diversi, in
vista della redenzione del nostro corpo
* dove è nascosta la mistica quotidiana, perché questa accoglienza
dello Spirito … è l’unione con Dio, l’eterno che scorre nella nostra
storia!
* dove si può gustare la sobria ebbrezza dello Spirito, di cui parlano
i Padri e l’antica Liturgia: sobria, perché vissuta laicamente e
sommessamente nella storia d’ogni giorno; ebbrezza, perché è una strana
forza interiore, che vuole mandarci ‘fuori’… dagli angusti schemi
mondani».
Giuliano […. su un testo di K Rahner…]
|
|
|
|