|
|
|
Pagina 2 di 2
… quando era ancora buio
I
racconti della risurrezione partono sempre dal momento in cui gli
apostoli non avevano ancora una fede piena, erano immersi nel dubbio e
nel pianto, sprofondati nel lutto inconsolabile, ma ormai
inconfutabile, di aver perso per sempre il loro maestro e amico. Noi speravamo…
cioè, non speriamo più! (Lc 20,21). Speravamo che…? Che non fosse una
storia privata, la sua, ma segno, realtà e simbolo, di un futuro nuovo
per questi dolori, vissuti e ripetuti infinite volte nella storia
dell’umanità, nel “grido inarticolato” o nel rantolo doloroso dell’uomo
che muore e dei suoi cari che lo piangono. E poi, i riti di sepoltura,
per elaborare il troppo di sofferenza, mentre il corpo scompare negli
abissi della terra… Cosa ci fanno queste donne, il mattino del giorno
dopo la sepoltura, di nuovo, ancora, accanto al sepolcro? Andavano … a
rinnovare il rimpianto, a rifiutare di suggellare per sempre la fine di
ogni rapporto di vita con Lui! Cercano ancora. Maria, per prima, spinta
dalla irreprimibile premura interiore del suo ‘troppo’ amore per
quell’uomo!
… la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
All’improvviso
tutto si ribalta… Cominciano, davanti al sepolcro vuoto, questi
interventi improvvisi e imprevedibili di Gesù, le ‘apparizioni
pasquali’, che riascolteremo in questi giorni, nelle loro diverse e
complementari modalità. Annunci incredibili, per quanto predetti da
Gesù stesso, di presenza, di affetto e di perdono, di accudimento e di
consolazione, di spiegazione e di coinvolgimento! Tutti i racconti sono
unanimi nel riportare lo smarrimento, l’incredulità, la paura di essere
preda di inganno o di suggestione o addirittura di delirio. E poi,
l’entusiasmo e la gioia trepidanti e trattenute… e infine
incontenibili. Pasqua è l’arrivo del cammino di Dio nel mondo. Siamo
chiamati a ripercorrere la lunga storia (miliardi di anni – ormai lo
sappiamo) che dalla creazione, la benevolenza di Dio nel mondo ha
voluto e percorso con misteriosa e infinita tenerezza, superando
dall’interno, per la dilatazione stessa del suo amore propulsore,
infinite barriere fisiche, chimiche, astronomiche, cosmologiche e ,
infine, (è la nostra storia!) antropologiche. Per manifestare
pienamente il suo volto, nella pienezza dei tempi, a chi poteva
rispondere finalmente al suo livello… E così aver ragione, in Gesù
risorto, dell’ultima barriera avversa all’amore, che è la morte. E le
donne e i discepoli fanno fatica a passare dall’esperienza atroce del
fallimento della missione di Gesù, dalla sua vita ormai sconfitta e
stroncata dal potere dei grandi di questo mondo (oltre che dalla
pochezza umana dei suoi amici), alla nuova visione. Vederlo ancora
vivo, con le piaghe gloriose, riprendere i grandi temi del perdono,
dell’amore, della promessa dello Spirito, che è il suo dono finale per
la salvezza del mondo. Come se solo adesso, con Lui morto e risorto,
tutto questo divenisse davvero possibile, a portata di mano. Per noi
sono attuali oggi questi racconti, come per i discepoli e le donne
allora, proprio perché anche noi siamo sempre a mezza strada tra
l’incredulità e il desiderio, la speranza e la fatica di passare il
guado delle nostre paure egocentriche e lasciarci attrarre dall’amore
trascinante di Cristo crocifisso e risorto. Perché se il Cristo ormai è
“il vivente”, il sepolcro che ci ingurgita tuttavia non si può
cancellare… e ci riporta continuamente alla coscienza della durezza
della storia, della distanza ancora troppo vasta e del percorso troppo
aspro tra la speranza e la vita. Vediamo ancora una tomba vuota,
un’assenza lacerante, un vuoto, il nulla. Gli “angeli” (uno al capo e
uno ai piedi del corpo che non c’era – quasi a segnarne ancora le
misure di carne) suggeriscono un altro modo di interpretare la realtà…
Dio l’ha risuscitato il terzo giorno…
… e volle che si manifestasse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti… E
ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare…: chiunque
crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome.
Questa esperienza della chiesa nascente, allo stato sorgivo della nuova
fede ecclesiale nel crocifisso risorto, è il punto cui dobbiamo rifarci
continuamente, perché questa fede apostolica è a prova di delusione,
debolezza e rinnegamento. Non è apparso a tutto il popolo, non ai capi
e ai sacerdoti, ma ai suoi discepoli, amici e amiche, che l’hanno
visto, che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai
morti- Sono questi che Gesù risorto ricostituisce come primo gruppo di
credenti, lanciandoli nel mondo per essere ”testimoni di lui”, per la
potenza dello Spirito, attraverso un cammino vario e faticoso, dopo
averli attratti con una forza discreta e pervasiva, aiutandoli a
riscoprirne il senso nei racconti della Scrittura, con gli occhi e il
cuore di dopo… Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, perché mancava loro la chiave finale di comprensione, che è proprio “vedere e credere” il Risorto.
Dio lo ha costituito giudice dei vivi e dei morti:
Il
Cristianesimo non è semplicemente una religione, la più elaborata (o la
più vera!). È invece anzitutto l’annuncio di un fatto! Tramandatoci da
testimoni, non della resurrezione stessa, che nessuno ha visto, ma del
Risorto, che era morto ed è il Vivente. La resurrezione di Gesù non è
la rivitalizzazione di un cadavere, ma un “giudizio” (uno schieramento
ontologico!) efficace ed esistenziale sul mondo e sulla morte: è la
risposta, la sfida di Dio alla logica umana imperante di oppressione e
perdizione del debole, prima, ma poi di tutti. É il capovolgimento
addirittura della creazione - dove tutto è destinato alla consunzione!
Sulla dialettica drammatica tra vita e morte (in perenne duello tra di
loro, recita l’inno di questi giorni!) si gioca l’annuncio inquietante
di Paolo: “Voi siete morti”! Che siamo morti fa parte, dunque,
del “fatto cristiano”. Veramente in lui siamo morti e con/sepolti e
con/risuscitati (Col 2,12)… L’avventura di Gesù ci ha coinvolti al
punto che gli effetti della sua morte salvifica per amore nostro, con
il fermento di risurrezione che ha dentro, è già efficace in noi
attraverso lo Spirito che ci ha dato.
… chiesa degli uomini e chiesa delle donne
… una cosa è rimasta
in ombra ed era invece vivacissima nello stato sorgivo della chiesa
nascente. Questa censura è causa non ultima, forse, di un certo impasse insuperato,
di un disagio forte e sotterraneo, nella chiesa fino ad oggi. Nei
racconti pasquali vengono fatti partire ‘di corsa’ gli apostoli, a
cominciare dai più importanti, Pietro e Giovanni… Mossi, però sempre,
da coloro, le donne, che per prime hanno trovato il sepolcro vuoto, per
prime hanno visto e parlato con Gesù, per prime ne hanno ricevuto la
missione di evangelizzare e consolare i fratelli… Sono gli apostoli e
il loro ministero ecclesiale ufficiale o istituzionale, che controllano
lo stato del sepolcro che impedisce qualsiasi ipotesi di furto del
cadavere… Prendono atto, perplessi, e un poco credono, ma poi se ne
tornano sui loro passi! La vera attesa inconsolabile e poi la vera fede
viene prima per la donna: il vuoto luminoso, l’annuncio di assenza non
è sufficiente a questa “chiesa femminile”: vuole il corpo! Che lei
stessa ha baciato e accarezzato e unto da vivo! Curioso che agli
uomini, nelle apparizioni, il Signore deve dire: toccatemi, sono proprio io! Le donne invece lo toccano e lo abbracciano e lo trattengono prima che lui parli, anche se Lui si schermisce, “perché
è in via verso il Padre: la terra non deve trattenerlo, ma deve dire
‘sì’ Come per la sua incarnazione, così ora per il suo ritorno al
Padre. Questo ‘sì’ diventa la felicità della missione ai fratelli: dare
è cosa più beata che tenere per sé! La chiesa è nel profondo più
profondo donna, e come donna ella abbraccia sia il ministero
ecclesiale, sia l’amore ecclesiale, i quali si appartengono. ‘La donna
abbraccerà l’uomo” - Ger 31,32 (von Balthassar). Qui c’è un primo
dato dell’esperienza cristiana nella sua punta germinale, l’esperienza
del risorto è un’esperienza evidentemente non gerarchica ed è inoltre
un’esperienza femminile… Qui è stabilita una differenza che, per tutta
l’esperienza intera del mondo e dell’uomo, noi cristiani non possiamo
disdire: le prime persone che hanno visto il risorto sono donne… Per un
cristiano c’è sempre questo evento discriminante dell’origine: alle
donne e non agli uomini è stata data questa inizialissima esperienza
del Cristo risorto: potremo abolire tutte le altre differenze, ma
questa resterà. Allora, in modo più illuminato diciamo che questa
differenza ha, nel piano di Dio, un suo senso, non una ragione, ma un
suo senso esistenziale, e quindi non la possiamo cancellare… C’è una
ricchezza in questa polarità, una grande ricchezza, non solo
compensativa… perché da questa polarità nasce, primordialmente e per
sempre, quell’elemento dinamico della comunità cristiana che è
rappresentato dal filone dei carismi femminili, a meno che non si pensi
che la donna si debba accontentare, debba ridurre i suoi carismi
positivi e quindi appiattirsi a quello che è il livello pià basso dei
carismi attribuiti a lei. Se questa è la scelta dell’umanità (e della
chiesa) futura, è certamente una scelta disgraziata, sbagliata e contro
la rivelazione (cfr G. Dossetti, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline Ed. 2007 MI, p. 165 e passim).
|
|
|
|