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Sommario
IV domenica del Tempo Ordinario C
commento

la “carta” d’identità del messia
Il racconto della vita pubblica di Gesù, nel vangelo di Luca, inizia con la presentazione che egli stesso fa di sé, come abbiamo ascoltato domenica scorsa: In quel tempo, Gesù tornò in Galilea con la potenza dello Spirito,… entrò nella sinagoga e … aprì il rotolo del profeta Isaia: …”Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri … ai prigionieri … ai ciechi … agli oppressi! … la liberazione - “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Questa, dunque è la sua identità di Messia, il senso e la missione determinante della sua vita: rispondere finalmente e definitivamente a “questo grande motore nascosto di tutto il racconto biblico” (Ruggeri G.), che è il desiderio “umano”, il desiderio della liberazione, della pienezza della vita - desiderio insaziabile, perché gli uomini, come dice il Qoelet, hanno ricevuto da Dio: “l’eternità del cuore” (3,11). Da quello che possiamo dedurre dalla memoria dei discepoli, la modifica forse più significativa che Gesù operò nel racconto biblico della salvezza dell’uomo fu la sua inaudita pretesa di rendere “vicino” il compimento di questo desiderio di liberazione di tutti gli oppressi, che era sempre stato l’anelito appassionato dei profeti. In nome e per grazia di Dio! Perché questa è l’originalità incredibile del Dio di Israele, la sorgente indimenticata della sua “storia” teologica: Ho osservato la miseria del mio popolo … conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo …(Es 3,7s). Gesù dichiara di essere mandato proprio per questo compimento del desiderio antico (il Regno di Dio si è fatto vicino - Mc 1,15) come si vedrà irrefutabilmente nel corso degli ultimi anni della sua vita (Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca).

… un’identità crocifissa

Ma immediatamente dentro questa sua identità emerge un mistero imprevisto e sconvolgente, il rifiuto, l’ostilità e la condanna a morte – un dramma tragico che Gesù scopre dolorosamente, ma con piena consapevolezza che si tratta di una “necessità” interna, inerente alla sua stessa identità (l’identità crocifissa!), come ribadisce nelle ripetute “predizioni” della sua reiezione, passione, morte e risurrezione, riportate in tutti i vangeli – e che sconvolgono e scandalizzano Pietro stesso e tutti i discepoli e seguaci di Gesù. Ormai la sua morte e al centro della sua vita! Nel racconto di Lc, pur prefigurata già nei racconti dell’infanzia, la si scopre a Nazareth! L’ostilità sorda che Gesù sente nell’aria della sinagoga (di ogni chiesa e di ogni sinagoga … all’annuncio che la salvezza comincia fuori!) la esprime lui stesso prevenendo l’obiezione che rode nel cuore dei suoi paesani: fai anche qui, in casa tua, quello che hai fatto in giro. Gesù smaschera immediatamente il vero motivo del cambio di umore degli ascoltatori: l’annuncio della presenza salvatrice dell’opera di Dio è aperta a tutti, proprio perché Dio è amore. L’amore non ha patria né chiesa, né nazione che lo fermi. E se si è manifestato prima a qualcuno, è sempre per il coinvolgimento di tutti. Gesù cita gli esempi autorevoli dei grandi personaggi della loro storia: Elia ed Eliseo, che hanno annunciato e dimostrato l’amore del Signore fuori dei confini del popolo eletto. La reazione durissima (tendenzialmente omicida) dei nazaretani è “tipica” quanto funesta. È un miracolo (dello Spirito), invece, la fusione dei due elementi dell’identità cristiana: l’incarnazione puntuale e concreta della salvezza offerta “a noi” e l’apertura universale della “cattolicità” - cioè il paradosso di dover tenere insieme il totale coinvolgimento di Dio nella nostra esistenza concreta “qui, oggi, per noi!”, con l’estensione della salvezza a tutti gli oppressi della terra (i lontani, diversi, peccatori). Questa apertura è proprio ciò che gli uomini non sopportano, quasi la salvezza fosse diluita e svilita, se offerta a tutti.

Il primato dell’amore: quale amore?

La fede è seminata nel mondo perché, ben coltivata e cresciuta, porti frutto... Chiamiamo inculturazione la maturazione di un contesto ecclesiale di fede che permea la vita “umana” e la rende capace di seguire Gesù e il suo vangelo e di ripetere in sua memoria la comunione con Dio e con gli uomini. Innumerevoli volte si è rinnovato questo frutto dell’annuncio del vangelo… e innumerevoli volte si è ripetuta la degenerazione (inevitabile?!) della esperienza cristiana in una crisalide religiosa con forte componente culturale e ideologica, nell’elaborazione di pesanti strutture socio religiose, che comportano preferenze e discriminazioni, rischiando di tradire l’iniziale e permanente nucleo della fede, che è salvezza offerta a tutti i popoli di qualsiasi cultura e lingua e religione. Quando la soglia della inculturazione diventa frattura discriminatoria e poi repulsione tendenzialmente omicida – come a Nazaret? Nel cosiddetto occidente cristiano ci siamo costruiti una “civiltà del benessere”. E adesso ci tocca recintarla di filo spinato, se no ce la invadono! L’analisi di S. Paolo è sconvolgente. Afferma che l’uomo ha doni e possibilità immense, quali la comunicazione tra i popoli, l’investigazione dei misteri del mondo e degli angeli, infinite conoscenze e sapienza e tecnica, e perfino capacità etica eroica... ma sono tutti sentieri interrotti, senza l’amore! Non portano in nessun posto, senza l’amore! “Io vi mostrerò una strada più sublime” (iperbolica!)… L’agàpe, di cui parla, è l’amore oblativo, che non aggredisce né rinfaccia le imperfezioni dell’altro, ma lo fa crescere, lo accudisce, ne assume le difficoltà … Accoglie la “lontananza”, la tiene “vicina”, come tale, e la custodisce. Creando nell’altro ciò che è degno di essere amato, instancabilmente e nonostante tutto – a costo di morirne esaurito! A costo di esserne crocifisso! Questo amore è Cristo stesso - realizzazione storica dell’amore del Padre.

Cosa non ha funzionato nell’annuncio del vangelo?

Sta sempre più crescendo oggi nel nostro paese una reazione nazaretana, un miscuglio ambiguo di appartenenza cristiana e di rifiuto di altre culture, uno schieramento ‘devoto’ alla chiesa, che mantiene però una visione ideologica razzista ed egocentrica. Ne nasce una fede civile senza carità e senza vangelo, anzi impregnata di aggressività e discriminazione. Forse del vangelo abbiamo accolto e capito la capacità di fermento dell’impasto umano, la forte identità che può offrire ad una civiltà senza riferimenti forti e affascinanti. Ma questa preoccupazione rischia di mettere in ombra l’altra polarità della manifestazione di Dio in Cristo, che è proprio la causa del rifiuto di Gesù e del tentato (per ora!) omicidio a Nazaret : l’apertura all’altro, altrettanto essenziale all’identità cristiana, ma molto più ardua, perché la crocifigge! La capacità di apertura all’altro non è intesa qui come una virtù morale con le sue modalità difficili di applicazione nelle varie situazioni storiche. E’ invece il senso profondo dell’Incarnazione stessa del Verbo – il centro dell’identità cristiana! “L’evento cristologico che i vari racconti del N. Testamento ci trasmettono, è la storia di questo “far spazio all’altro”, non solo in quanto anche a lui creato a immagine di Dio, ma all’altro determinato nella storia della sua libertà. Gesù Cristo è “il tempo di Dio”, la storia vissuta da Dio attraverso la persona del Figlio. Questo tempo è il tempo dell’alterità accolta e liberata . E ‘il racconto di Cristo’, quello che nel gergo della scuola viene chiamato cristologia, deve costruirsi come prassi e comprensione dell’accoglienza dell’altro, dentro l’amore trinitario. Si apre uno spazio teorico e pratico di grande interesse. Il cristianesimo degli anni a venire deve essere misurato – soprattutto - non tanto dalla sua capacità di assorbimento, quanto dalla sua capacità di imitazione del Dio crocifisso che, nella relazione con l’altro lontano da sé, manifesta tutta la sua verità più sconvolgente per l’uomo …” (id)
Allora la relazione all’altro (l’amore), che costituisce l’essenza della persona di Gesù, manifestata nel crocifisso, diventa al tempo stesso il compimento della “persona” in ogni uomo, per cui in Cristo ogni uomo (consapevole o meno)viene rivelato a se stesso come intimamente costituito dalla relazione all’altro, nel suo significato letterale di esser-volto all’altro, Per questo ogni altra dote o virtù o dono, senza questo amore che configura la persona è inconsistente.
[per i brani citati cfr G. RUGGERI, la verita crocifissa, Carrocci MI]