Home La Parola della Domenica IV domenica del Tempo Ordinario C
|
|
Pagina 2 di 2
la “carta” d’identità del messia
Il racconto della vita pubblica di Gesù, nel vangelo di Luca, inizia
con la presentazione che egli stesso fa di sé, come abbiamo ascoltato
domenica scorsa: In quel tempo, Gesù tornò in Galilea con la
potenza dello Spirito,… entrò nella sinagoga e … aprì il rotolo del
profeta Isaia: …”Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri … ai
prigionieri … ai ciechi … agli oppressi! … la liberazione - “Oggi si è
compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Questa, dunque è la sua identità di Messia, il senso e la missione
determinante della sua vita: rispondere finalmente e definitivamente a
“questo grande motore nascosto di tutto il racconto biblico” (Ruggeri
G.), che è il desiderio “umano”, il desiderio della liberazione, della
pienezza della vita - desiderio insaziabile, perché gli uomini, come
dice il Qoelet, hanno ricevuto da Dio: “l’eternità del cuore”
(3,11). Da quello che possiamo dedurre dalla memoria dei discepoli, la
modifica forse più significativa che Gesù operò nel racconto biblico
della salvezza dell’uomo fu la sua inaudita pretesa di rendere “vicino”
il compimento di questo desiderio di liberazione di tutti gli oppressi,
che era sempre stato l’anelito appassionato dei profeti. In nome e per
grazia di Dio! Perché questa è l’originalità incredibile del Dio di
Israele, la sorgente indimenticata della sua “storia” teologica: Ho osservato la miseria del mio popolo … conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo …(Es 3,7s). Gesù dichiara di essere mandato proprio per questo compimento del desiderio antico (il Regno di Dio si è fatto vicino - Mc 1,15) come si vedrà irrefutabilmente nel corso degli ultimi anni della sua vita (Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca).
… un’identità crocifissa
Ma immediatamente dentro questa sua identità emerge un mistero
imprevisto e sconvolgente, il rifiuto, l’ostilità e la condanna a morte
– un dramma tragico che Gesù scopre dolorosamente, ma con piena
consapevolezza che si tratta di una “necessità” interna, inerente alla
sua stessa identità (l’identità crocifissa!), come ribadisce nelle
ripetute “predizioni” della sua reiezione, passione, morte e
risurrezione, riportate in tutti i vangeli – e che sconvolgono e
scandalizzano Pietro stesso e tutti i discepoli e seguaci di Gesù.
Ormai la sua morte e al centro della sua vita! Nel racconto di Lc, pur
prefigurata già nei racconti dell’infanzia, la si scopre a Nazareth!
L’ostilità sorda che Gesù sente nell’aria della sinagoga (di ogni
chiesa e di ogni sinagoga … all’annuncio che la salvezza comincia
fuori!) la esprime lui stesso prevenendo l’obiezione che rode nel cuore
dei suoi paesani: fai anche qui, in casa tua, quello che hai fatto in giro.
Gesù smaschera immediatamente il vero motivo del cambio di umore degli
ascoltatori: l’annuncio della presenza salvatrice dell’opera di Dio è
aperta a tutti, proprio perché Dio è amore. L’amore non ha patria né
chiesa, né nazione che lo fermi. E se si è manifestato prima a
qualcuno, è sempre per il coinvolgimento di tutti. Gesù cita gli esempi
autorevoli dei grandi personaggi della loro storia: Elia ed Eliseo, che
hanno annunciato e dimostrato l’amore del Signore fuori dei confini del
popolo eletto. La reazione durissima (tendenzialmente omicida) dei
nazaretani è “tipica” quanto funesta. È un miracolo (dello Spirito),
invece, la fusione dei due elementi dell’identità cristiana:
l’incarnazione puntuale e concreta della salvezza offerta “a noi” e
l’apertura universale della “cattolicità” - cioè il paradosso di dover
tenere insieme il totale coinvolgimento di Dio nella nostra esistenza
concreta “qui, oggi, per noi!”, con l’estensione della salvezza a tutti
gli oppressi della terra (i lontani, diversi, peccatori). Questa
apertura è proprio ciò che gli uomini non sopportano, quasi la salvezza
fosse diluita e svilita, se offerta a tutti.
Il primato dell’amore: quale amore?
La fede è seminata nel mondo perché, ben coltivata e cresciuta, porti
frutto... Chiamiamo inculturazione la maturazione di un contesto
ecclesiale di fede che permea la vita “umana” e la rende capace di
seguire Gesù e il suo vangelo e di ripetere in sua memoria la comunione
con Dio e con gli uomini. Innumerevoli volte si è rinnovato questo
frutto dell’annuncio del vangelo… e innumerevoli volte si è ripetuta la
degenerazione (inevitabile?!) della esperienza cristiana in una
crisalide religiosa con forte componente culturale e ideologica,
nell’elaborazione di pesanti strutture socio religiose, che comportano
preferenze e discriminazioni, rischiando di tradire l’iniziale e
permanente nucleo della fede, che è salvezza offerta a tutti i popoli
di qualsiasi cultura e lingua e religione. Quando la soglia della
inculturazione diventa frattura discriminatoria e poi repulsione
tendenzialmente omicida – come a Nazaret? Nel cosiddetto occidente
cristiano ci siamo costruiti una “civiltà del benessere”. E adesso ci
tocca recintarla di filo spinato, se no ce la invadono! L’analisi di S.
Paolo è sconvolgente. Afferma che l’uomo ha doni e possibilità immense,
quali la comunicazione tra i popoli, l’investigazione dei misteri del
mondo e degli angeli, infinite conoscenze e sapienza e tecnica, e
perfino capacità etica eroica... ma sono tutti sentieri interrotti,
senza l’amore! Non portano in nessun posto, senza l’amore! “Io vi mostrerò una strada più sublime”
(iperbolica!)… L’agàpe, di cui parla, è l’amore oblativo, che non
aggredisce né rinfaccia le imperfezioni dell’altro, ma lo fa crescere,
lo accudisce, ne assume le difficoltà … Accoglie la “lontananza”, la
tiene “vicina”, come tale, e la custodisce. Creando nell’altro ciò che
è degno di essere amato, instancabilmente e nonostante tutto – a costo
di morirne esaurito! A costo di esserne crocifisso! Questo amore è
Cristo stesso - realizzazione storica dell’amore del Padre.
Cosa non ha funzionato nell’annuncio del vangelo?
Sta sempre più crescendo oggi nel nostro paese una reazione nazaretana,
un miscuglio ambiguo di appartenenza cristiana e di rifiuto di altre
culture, uno schieramento ‘devoto’ alla chiesa, che mantiene però una
visione ideologica razzista ed egocentrica. Ne nasce una fede civile
senza carità e senza vangelo, anzi impregnata di aggressività e
discriminazione. Forse del vangelo abbiamo accolto e capito la capacità
di fermento dell’impasto umano, la forte identità che può offrire ad
una civiltà senza riferimenti forti e affascinanti. Ma questa
preoccupazione rischia di mettere in ombra l’altra polarità della
manifestazione di Dio in Cristo, che è proprio la causa del rifiuto di
Gesù e del tentato (per ora!) omicidio a Nazaret : l’apertura
all’altro, altrettanto essenziale all’identità cristiana, ma molto più
ardua, perché la crocifigge! La capacità di apertura all’altro non è
intesa qui come una virtù morale con le sue modalità difficili di
applicazione nelle varie situazioni storiche. E’ invece il senso
profondo dell’Incarnazione stessa del Verbo – il centro dell’identità
cristiana! “L’evento cristologico che i vari racconti del N. Testamento
ci trasmettono, è la storia di questo “far spazio all’altro”, non solo
in quanto anche a lui creato a immagine di Dio, ma all’altro
determinato nella storia della sua libertà. Gesù Cristo è “il tempo di Dio”, la storia vissuta da Dio attraverso la persona del Figlio. Questo tempo è il tempo dell’alterità accolta e liberata . E ‘il racconto di Cristo’,
quello che nel gergo della scuola viene chiamato cristologia, deve
costruirsi come prassi e comprensione dell’accoglienza dell’altro,
dentro l’amore trinitario. Si apre uno spazio teorico e pratico di
grande interesse. Il cristianesimo degli anni a venire deve essere
misurato – soprattutto - non tanto dalla sua capacità di assorbimento,
quanto dalla sua capacità di imitazione del Dio crocifisso che, nella
relazione con l’altro lontano da sé, manifesta tutta la sua verità più
sconvolgente per l’uomo …” (id)
Allora la relazione all’altro (l’amore), che costituisce l’essenza
della persona di Gesù, manifestata nel crocifisso, diventa al tempo
stesso il compimento della “persona” in ogni uomo, per cui in Cristo
ogni uomo (consapevole o meno)viene rivelato a se stesso come
intimamente costituito dalla relazione all’altro, nel suo significato
letterale di esser-volto all’altro, Per questo ogni altra dote o virtù o dono, senza questo amore che configura la persona è inconsistente.
[per i brani citati cfr G. RUGGERI, la verita crocifissa, Carrocci MI]
|
|
|
|