Home La Parola della Domenica III domenica di Quaresima C.
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… quando, immersi nella normalità del quotidiano, si aprono
imprevisti orizzonti, quando emerge il desiderio timido ma
irreprimibile di ulteriorità, il “bisogno “ di continuità di ciò che di
più intimo percorre le mani, il cuore, la mente di un uomo … allora
l’esperienza di Mosè arriva fino a noi! Mentre pascolava il gregge … egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Quest’esperienza
è la scintilla tra le due tensioni che l’accendono e la mantengono viva
e inestirpabile per sempre da noi: una è la radice genealogica che
arriva dalla catena vitale dei Padri fino al più piccolo figlio d’uomo,
camminando dentro la corrente del sangue umano. L’altra, inseparabile,
è la notizia personale di Dio, tematica o senza concetti, muta o
orante, seminata nella mente e accolta, custodita, forse dimenticata e
poi disseppellita e rielaborata di nuovo nelle vicende alterne della
vita. Allora s’accende in ognuno un piccolo roveto, qualcosa di quanto
doveva esser capitato, in diversi modi e in altri tempi, ai padri e ai
profeti, ai poveri affamati e assetati di giustizia e di pace, come ci
ha tramandato la Parola giunta sino a noi. Il disagio, il desiderio,
l’anelito, assumono un volto, diventano una presenza … È il suo modo di
parlare. Qui sta il mistero del nostro difficile incontro con Dio!
Questa “trasfigurazione povera” del nostro sentire e desiderare, in
“altro” da noi, è la spina del roveto, è il dubbio nella certezza, la
nebbia luminosa, che fa luce e che nasconde - tra paura e sconcerto.
Con parole e con segni, sempre maldestri, con consapevolezze e
sentimenti contrastanti, ci trascina comunque fuori dai meandri
intimistici e ci parla, appunto, di come “Lui” era presente ai Padri,
con nomi e volti precisi, come accompagnava l’umanità che è arrivata
fino a noi dal buio dei tempi, quanto è sacro e impervio questo
territorio interiore ad ognuno … come da una parte è tenace la voglia di osservare questo spettacolo e dall’altra è paralizzante la paura che ci fa coprire gli occhi per non vedere. Come,infine,
per entrarci, bisogna togliersi le scarpe, camminando a piedi nudi,
anche se fanno male. Ma, fin qui, tutto questo è un’esperienza
religiosa, per quanto sublime, che cammina sul crinale dell’anima, tra
psichico e spirituale. È solo il preludio per accostarci all’intimo di
Dio, quando decide di manifestarsi, secondo la grande novità – il
sussulto d’umanità - dell’esperienza giudeo cristiana. Quella che
ribalterà ogni pretesa religiosa, toglierà ogni giustificazione alle
discriminazioni tra gli uomini, annullerà ogni distanza sacrale da Dio
e tra noi. Perché Dio mette la “storia” nelle nostre fragili mani
‘impure’, proprio mentre la lega indissolubilmente alla sua
misericordia affettuosa e alla sua solidarietà indissolubile di amore e
alleanza: Ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido , conosco le sue sofferenze… La
responsabilità umana è piccola, avvolta nella tenerezza affettuosa e
preoccupata dell’accudimento di Dio, ma è insostituibile operatrice di
storia, conseguenza e garanzia, insieme, dell’autenticità del rapporto
con il Dio, che è … “Io/sono” - in mezzo a noi. Perciò è detto a Mosé: va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti! E
se, mentre vai dalla fede alla storia, ti morde in cuore la domanda che
consistenza abbia questa presenza misericordiosa, se dubiti che possa
essere la proiezione dei tuoi desideri umani, se ti interroghi cosa mai
percepiranno gli altri dalla pochezza della tua fede e conoscenza di
lui ... ? – ti si domandi: io che cosa risponderò? … - Dio disse:
«Io/sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti:
“Io/Sono” mi ha mandato a voi … Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio
di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Questo
è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di
generazione in generazione”.
Allora, è come se avesse un nome e un cognome, un nome innominato
che mantiene una sua assolutezza imprendibile fuori del tempo e dello
spazio, e un cognome (io/ti/mando!), perché è colui che si fa presente
per noi, si è chinato su noi –con la premura irreprimibile di starci
vicino “per sempre”, mandando incessantemente uno di noi tra noi!
L’Inaccessibile viene con volto umano lungo la genealogia degli uomini,
nostri padri, senza confondersi con nessuno di loro. Il nome che è
ricordato di generazione in generazione, fa scorrere per sempre la vita
in chi ha creduto (ha cercato di affidarsi totalmente) al suo nome.
Ormai per nominarlo bisogna, come fa lui quando si definisce, recitare
la litania simbolica dei credenti in lui, da Abramo in avanti… :” Io/sono” il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe - che ti mando …
Una litania di vivi, non di morti, come dirà Gesù – che è il Credente
in Dio, come nessun altro mai, mandato a dare la vita per noi! In lui
finalmente il roveto si è consumato, perché nell’orto e sulla croce, in
lui la religione si è esaurita, con l’abbandono di Dio. È diventata
solo fede: il servo si è s/legato, è diventato figlio! si è gettato in
totale affidamento nell’abisso – della sconfinata fiducia che solo
l’amore misericordioso di un Padre salva.
Ma qui entriamo nel nucleo di fuoco del vangelo!
La parabola brevissima e lapidaria del fico improduttivo coglie
il cuore del dramma della fede nella storia, lo scontro tra l’amore
trasformante di un Dio di tenerezza onnipotente e la refrattarietà
inconvertibile del cuore dell’uomo, con il suo briciolo di libertà
ribelle e disorientata. La sfida che il Signore della vigna ha
accettato dal Vignaiolo è ancora in corso e ci interpella: Credete
che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver
subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete
tutti allo stesso modo … È lui il concime gettato nelle radici
della storia, per renderla feconda. Gesù ha vissuto tragicamente sulla
sua pelle il dramma del passaggio dalla fede sacrificale alla fede
nell’amore misericordioso, dalla fede che giudica e discrimina alla
fede che assume il peccato dell’altro e lo salva! I due atteggiamenti,
infatti dentro il cuore dell’uomo! sono figli di un dio diverso.
L’uno è il Dio sacrificale, per il quale appunto, vista la recidività
perversa e incorreggibile di noi peccatori, la storia diventa inutile
(il fico sterile rende la terra improduttiva – i peccatori cosa stanno
a fare sulla terra?)… Questo è un dio pensato e predicato da chi non
gli importa nulla degli uomini (… è un mercenario e non gli importa delle pecore! Gv 10,13). L’altro atteggiamento invece è figlio di un dio “Padre”, che ha manifestato in Gesù il senso profondo della storia: vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità! (1Tim 2,4). Ma come? anche peccatori!? “La
domanda ha un presupposto nascosto: che esista una demarcazione netta
tra giusti e ingiusti, che il grano cattivo abbia una linea per quanto
sottile che lo separa dal grano buono. E invece io ritengo che la
storia sia un grande mistero, esattamente come Dio, proprio perché è la
storia di Dio, e ritengo che la presunzione di tanti pensatori
ecclesiastici (a partire dai Padri), secondo i quali adesso, dopo la
venuta di Gesù e del suo Spirito, i cristiani abbiano la possibilità di
vedere quella linea che separa il grano buono dalla zizzania, e che
quindi bisogna procedere al radicitus eradicare (strappare il male dalle radici), sia invece la “radice” della violenza ecclesiastica: dall’Inquisizione a Calvino (G. Ruggeri cfr http://www.statusecclesiae.net - FI 06.03.2010).
Lo spazio della nostra salvezza è questo misterioso “sentire in grande” di Dio. La longanimità è il tempo secondo Dio: Una
cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un
giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore
non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma
usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti
abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,9). In questa qualità divina della
pazienza (makrothymìa) del Signore sta dunque la soluzione del senso
(orientamento - destinazione) della storia - e del male nella nostra
vita. A noi sembra che Dio “tardi” a compiere la sua promessa. Ma Dio
“prende tempo” per accogliere tutti. Allora il tempo di questa
dilazione diventa “tempo di Dio”. Per questo è fondamentale che i
discepoli di Gesù s’immedesimino in questo tempo e imparino ad
attendere, perché proprio questo tempo è il miracolo di Dio, che in
Gesù Cristo ha trasformato lo strumento della nostra condanna nello
strumento della nostra salvezza.
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