Home La Parola della Domenica III domenica di Quaresima B.
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L’uomo compiuto
C’è una autorevolezza che viene dalla verità interiore di una persona,
il fascino dell’autenticità, che tutti attorno sentono, alcuni
accogliendola come un dono e uno stimolo, altri rifiutandola come un
rimprovero o una sfida. Uomo compiuto, uno lo può essere soltanto
diventando progressivamente quello che è, perché si è costruito così
fin dall’inizio, orientando i suoi sentimenti, i suoi gesti, le sue
parole nella costante, faticosa e gioiosa, fedeltà del processo della
vita, a partire dall’istintualità infantile congenita in noi, in
ascolto della “voce” che lo chiama da dentro – nella sua piccola
nicchia socioculturale che lo permea da fuori.
Se lo sdegno della passione talora esplode, è sempre per la difesa dei
diritti altrui violati o vilipesi, non per sé, perché non ha bisogno di
difendere se stesso, confortato interiormente dalla testimonianza viva
della verità. Allora il suo corpo, luogo, strumento e materia del
crearsi dell’identità personale, da minuscolo germoglio di carne a uomo
compiuto, è diventato la creta dove l’antica immagine di Dio ha trovato
espressione, dove il progetto va compiendosi, la casa dove il Padre è
venuto ad abitare, ormai indistruttibile, perché impregnata dal suo
amore.
Gesù, erede della millenaria storia di Israele, è l’ebreo compiuto che
ne incarna l’anelito ininterrotto di cercatori e ascoltatori della
parola di Dio. Finché questo cammino non è terminato, e morte e
risurrezione non hanno ancora sigillato l’alleanza nuova nel suo corpo,
l’antica casa di Dio, il tempio, doveva servire solo alla preghiera
incessante, che implora nell’attesa dell’ “eletto”, nel quale Dio
potesse finalmente compiacersi. Gli idoli non devono assolutamente
profanare la casa del Padre, tanto meno il dio alternativo, che è
mammona, il denaro, il mercato – la svendita dell’amore!
Le dieci parole
Per capire la qualità intensa delle dieci parole, l’intenzione profonda
che le definisce nella loro diversità irriducibile alla normativa
morale e giuridica, occorre vederle dal punto di vista di Gesù, l’ebreo
fedele, in cui hanno raggiungo il loro compimento e manifestato il loro
vero senso. E allora si illuminano e, se materialmente appaiono come
orientamenti fondamentali di diritto naturale, sono invece proposte di
amore e vanno vissute come il tessuto dialogico di un’alleanza
personale, nelle quali Gesù assume e porta a compimento la storia di
predilezione di Dio per il suo popolo. Dove Dio si rivela un
interlocutore appassionato fino alla gelosia, sin da quando, preso da
compassione per il popolo che soffriva e piangeva nella condizione
servile, lo ha liberato dalla schiavitù d’Egitto e condotto con
affettuose ali d’aquila nel deserto, verso il Sinai, per farne il suo
popolo libero e fedele. Un Dio affamato di un contraccambio del suo
popolo, dal quale desidera un’appartenenza totale, per introdurlo in un
mistero di amore dove ogni raffigurazione, concetto o nome è inadeguato
ed osceno, come imprigionare l’amore in una gabbia. Un amore
innominabile per troppa intensità, non per distanza o reticenza. Allora
la pretesa esasperata di fedeltà assoluta della prima parte di queste
“parole” è la conseguenza della trepidazione di un amore che sente come
un tradimento personale (un adulterio) ogni perversione verso gli
idoli, perché questi prima che “dei” concorrenti o alternavi, sono la
deturpazione del volto e l’abbrutimento del cuore del popolo amato. Non
dai comandamenti si allontanano, infatti, ma dal suo amore, che li
farebbe felici! La tentazione è sempre la stessa, nelle sue diverse
forme storiche condizionate dalla situazione culturale del momento:
impossessarsi della potenza di Dio, per farne uno strumento al servizio
dei propri desideri di onnipotenza. Per questo nella storia, man mano
che ci si purifica da questa pretesa e ci si immerge nell’umile
condizione umana, Dio è silenzio, cioè sempre meno si osa mettere in
bocca a Dio le nostre parole. E perfino chi ne ha incarnato totalmente,
senza uguali, le dieci parole… alla fine gli rimane solo
l’implorazione, di fronte al silenzio di dio, di non essere
abbandonato! Nessuno come Gesù patirà sulla sua pelle il mistero
abissale del silenzio di Dio, al quale, nel momento supremo della vita
(come dice il vangelo di Marco) potrà rispondere solo con un grido
inarticolato di totale consegna (15,37).
I giudei esigono segni
Gesù rifiuta apparentemente la provocazione dei giudei (e dei credenti
di ogni tempo) che chiedono segni, ma di fatto la esaudisce, prevedendo
e lasciando che la logica perversa del rifiuto dell’amore distrugga il
suo corpo: Come
infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così
il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
(Mt 12,40). Questa forza interiore di fedeltà assoluta all’amore è la
sua vera “autorità”, contro la quale ogni potere spezza le sue armi,
pur sicure di poterlo vincere! e dimostrando proprio con questo, che
l’amore, che sembra inerme e disarmato, di fatto è invincibile… nella
sua impotenza! Ed è proprio per questo che il corpo di Gesù umiliato,
torturato e ucciso, diventa la nuova vera abitazione, il vero tempio di
Dio, che è amore! E qui, in questo luogo sacro, il Padre scende a
compiacersi di trovare chi ha ascoltato la sua parola fino a diventare,
come Dio, amore. Un corpo di carne che diventa amore è il luogo di Dio,
è divino!
Egli parlava del tempio del suo corpo
… il nuovo tempio del culto di Dio è dunque il corpo dell’uomo,
attraverso un passaggio, una pasqua, che proprio per renderci capaci di
questo amore abissale, passa attraverso il dono “fisico” della vita, e
scende come ogni corpo nel ventre della terra. L’osservanza radicale e
compiuta della legge, pallida immagine del progetto di Dio sulla natura
e sulla storia, porta fino a questa soglia, non può andare oltre. È
esterna all’uomo, scritta su lastre di pietra, non ancora incisa sul
cuore degli uomini. Giudei, che si fidano solo di segni divini, e
greci, alla ricerca di una superiore sapienza umana, sono parimenti
bloccati di fronte a questa soglia. Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani.
La maturità cristiana è il lungo cammino, alla sequela di Cristo, per
fare del proprio “corpo di carne” il tempio, il luogo di “riconoscenza”
del Padre, dove la legge e la giustizia sperimentano la propria
impotenza, per l’invincibile tentazione contrattuale di cui sono
intrise, che fa di ogni rapporto con Dio un consapevole o inconsapevole
mercato, dove non il volere, ma il potere di Dio è la merce più
ricercata. Ma Dio è stoltezza, scandalo e debolezza… in questo mercato!
e la religiosità del credente, come la sapienza dell’ateo, giustamente
aborrono un tale scambio!
I suoi discepoli si ricordarono … e credettero “nella scrittura” e “nella parola di Gesù”
Il male della storia, la sofferenza dell’innocente, come del colpevole,
l’ineluttabilità della morte… ci mettono di fronte alle fauci
dell’incomprensibile o del nulla… dove il non senso mette a nudo la
nostra precarietà - la nostra radicale lontananza da Dio. E la fede non
è l’esenzione dall’angoscia del male nella storia, al contrario. Perché
credere nell’unicità del Dio di Gesù sta proprio in questo, credere che
egli è capace di stare dove non c’è posto per lui! E il posto dove non
c’è posto per Dio, deve essere attraversato da chi vuole unirsi a Dio,
cioè seguire Gesù, Servo e Signore, … fin dove la sua avventura umana
ha toccato il fondo! Non è stato Gesù ad abbandonare Dio, ma è stato
l’amore del Padre a spingerlo fin dove c’era l’assenza, il non senso
della sofferenza e del silenzio di Dio (G. Ruggeri). Che Dio abiti,
ormai, l’umile impotenza del corpo dell’uomo, la precarietà del suo
desiderio inesausto, molto più che il simbolo sacro e religioso dove
noi lo costringiamo, dovremmo ormai ricordarcelo e crederlo, perché ce
l’aveva detto… e la sua Parola, confermata dalla Risurrezione, è ormai
il compimento delle Scritture, che proprio questo di Lui avevano
profetizzato!
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