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Mi ami più di loro?! … ma che cosa significa veramente “amare di
più”? Difficile da dire, ancor più difficile, come ogni paradosso
esistenziale, collocarlo con equilibrio nella complessità delle
relazioni. Ma ogni innamorato l’ha provato! Forse siamo al mondo (come
un po’ troppo schematicamente diceva l’antico catechismo) per imparare
proprio questo - e ci vuole una vita! Ognuno con la sua storia, le sue
ferite, i suoi fallimenti e le sue illusioni… E i suoi ricominciamenti,
che - secondo Gesù -, la vita sempre riconcede. Perché, appunto, è
inesauribile la fame che ci muove di essere “amati di più”. E
quando questa fame fosse finita siamo finiti anche noi, svuotati come
viaggiatori senza meta. Il Vangelo è lo smascheramento delle illusioni o
ambiguità o falsità del cammino, con un rigore ed una tenerezza
sconcertanti – che inchiodano alla propria debolezza impotente chiunque
lo ascolti con sincerità e non cerchi di mascherare dietro le
insufficienze altrui le proprie paure e delusioni. E la voglia di
tornare indietro. Di “amare di meno”, per soffrire di meno! Il
Vangelo non ci insegna una tecnica psicologica o psicanalitica, ma ci
presenta un personaggio - il protagonista di questa “buona notizia” del
possibile ricominciamento - che ci chiama ad un percorso dietro lui: va
a dire ai miei fratelli che li aspetto in Galilea. La Galilea è il
posto da cui era partito per il suo viaggio finale. Fino alla sua
passione, morte e risurrezione. Quante attese, quanti entusiasmi, quanti
passi di gioia e condivisione e quanti momenti duri e amari… per
arrivare fino a lì - per imparare ad “amare di più”. Con la sua
famiglia e le inevitabili incomprensioni, con i compaesani delusi e
aggressivi, con i capi e i maestri del popolo, ma soprattutto con gli
amici, i discepoli e le donne, a cui ha aperto il cuore e la mente …
senza risultati immediati, ma senza pentimenti! Fino a patire
all’estremo, nella pelle e nell’anima, cosa vuol dire “amare di più”.
Gesù ha mantenuto vivo questo fuoco (e la passione perché divampasse
nel mondo), nella fatica, nell’abbandono e nella solitudine - senza mai
prendere occasione dalla debolezza e nemmeno dal tradimento per
diminuire l’amore! È il segreto misterioso di questa qualità
divino/umana dell’amore che vuole illuminare quest’ultima pagina pagine
aggiunta al vangelo di Giovanni, dopo che già era stato raccontato
tutto.
“Rivolgendosi a Simone Gesù gli chiede: “Mi ami tu più di
costoro?”. Richiesta esorbitante, non solo perché rivolta a chi aveva
rinnegato il suo Signore, non solo per quel curioso “più di costoro”,
ma anche e specialmente perché Gesù usa il verbo amare / agapào che
indica l’amore totale, esclusivo, incondizionato cioè perfetto,
“santo”. Pietro non osa rispondere con lo stesso verbo (forse lo avrebbe
fatto prima di conoscere l’amara esperienza del tradimento): risponde
semplicemente e poveramente “Ti voglio bene”, usando il verbo
dell’amore amicale philéo. Nella seconda domanda Gesù insiste con la
richiesta dell’amore totale e Pietro insiste nella seconda risposta con
l’offerta del suo povero, umile, amore. Alla terza domanda e risposta
non è Pietro che cambia il verbo: è Gesù! “Simone di Giovanni, mi
vuoi bene?” e Pietro - sebbene “addolorato che la terza volta gli
dicesse: Mi vuoi bene?” (che fosse cioè Gesù ad avere dovuto
cambiare il verbo dell’amore) - gli risponde: “Signore, tu sai tutto,
sai che ti voglio bene”. Si potrebbe quasi dire che non è Pietro a
convertirsi a Gesù, ma è Gesù che “si converte” a Pietro, si adatta al
suo linguaggio e alle sue possibilità. È questa “conversione di Dio” che
mi colpisce profondamente: anche perché è a partire da essa che Gesù
pronuncia l’imperativo nel quale sbocca tutto l’itinerario educativo con
cui aveva formato il suo apostolo: “SEGUIMI!” (Gv 21, 19). Così dal
fallimento è cominciata la storia nuova della santità personale di
Pietro, spinta fino al martirio, quando egli dirà, non più con le
parole, ma con il gesto della vita donata e con il silenzio eloquente
della morte, la parola dell’amore esclusivo e totale per il suo Signore!”
(card Martini).
Gesù vive questa qualità dell’amore che è entrare nell’amore dell’altro,
e lasciarsene mangiare … Ci vuole una libertà interiore totale, di
fronte alla quale la “diversità” (fosse anche l’immaturità!) dell’amore
dell’altro non è un limite, ma una sfida. Che esige un “di più”
di amore e niente da perdere, come dice Giovanni di Gesù : avendo
amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine! Il giovane
ricco era ricco di doti morali e di beni materiali, ma aveva paura di
perderli. Gesù, comunque, lo guardò e lo amò! E di certo il suo
amore è rimasto dentro il giovane … ad attendere la maturazione delle
possibilità di germogliare. Pietro ha percorso tutte le tappe
dell’immaturità dell’amore: la presunzione (anche se tutti ti
abbandonassero, io darò la vita per te!), il rinnegamento, ribadito e
drammatico (non conosco quell’uomo!). Ma l’amore di Gesù lo
riaccoglie e lo ama così com’è: Allora il Signore si voltò e fissò lo
sguardo su Pietro … (Lc 22,61). Ed ecco nell’ultima pagina del
vangelo, il perdono come rifondazione tenera e appassionata dell’amore,
instancabile e rigeneratore, sempre a partire dalle umane fragili
possibilità soggettive. Chi “ama di più” entra nell’amore
dell’altro, accogliendolo e soffrendolo così come è – perché si fida più
della potenza mite ma inarrestabile (divina!) dell’Amore che della
impazienza prepotente fremente della propria fame!
Nel gioco sottile delle sfumature delle diverse parole sta forse
nascosto il segreto della proposta “cristiana” dell’amore, inaugurata da
Gesù con l’esempio della sua vita. Lui ha amato ognuno di noi “più
di loro - nessuno ci ha amati così!”. Ha dato la vita per me, mentre
io non ero ancora capace di amare. E accoglie ognuno come è, più o meno
capace di ricevere il suo invito, affidandosi alla forza stessa interna
all’Amore - come si accudisce un germoglio senza poterlo forzare,
dandogli il suo tempo. Questo vuol dire, nel limite storico della nostra
quotidiana debolezza, il dono pasquale: Ricevete lo Spirito santo!
Gesù ha chiamato, accolto, lodato, rimproverato, perdonato… Pietro -
sempre nel segno dell’amore, sostenuto da una pazienza “materna”
inesauribile, che solo la piena gratuità della dedizione può sostenere.
Forse ogni amore deve essere così: bisogna che l’altro cresca e che io
lo attenda, a costo di diminuire, a rischio di morire, prima che mi ami
di ritorno. Amami più di tutti, vorrà dire questo? Rendere Pietro
(e tutti noi!) consapevole che l’amore che Gesù ha per lui è così! Il “di
più dell’amore”… vuol dire questo, dunque! E quando l’altro
s’accorge e si strugge [… addolorato, che per la terza volta gli
domandasse : mi ami tu …?], forse gli matura dentro la dinamica vera
dell’Amore e scoppia la possibilità di un salto di qualità. Che non è
prodotto della nostra umanità di carne, ma dallo lo Spirito che lui ci
ha mandato… e geme dentro di noi …
«Se si potesse possedere, afferrare e conoscere l’altro, esso non
sarebbe l’altro. Possedere, conoscere, afferrare sono sinonimi di
potere. La relazione con altri è l’assenza dell’altro; non assenza pura e
semplice, non l’assenza del puro nulla, ma assenza in un orizzonte di
avvenire, un’assenza che è il tempo» (Emmanuel Lévinas).
Il tempo per maturare! Amare di più è accettare la sfida del
tempo, dell’amore che non c’è ancora - dunque la sfida della precarietà,
ma anche della fecondità creativa! È affidarsi davvero all’altro, alla
sua libertà trepida e fragile, alle sue paure e al suo desiderio di
ricomporre l’armonia della sua dedizione, di reimparare ad amare … E per
resistere, nel nostro piccolo struggente dramma quotidiano, all’assenza
dell’amore, alla solitudine che dà spazio all’altro di essere se stesso
… occorre l’aiuto di Chi nella concezione dinamica cristiana di Dio è
l’Amore… che si vogliono gli altri Due! Neanche nel nostro piccolo,
infatti, ci può essere pasqua (l’incontro con il crocifisso risorto!)
senza pentecoste: senza che il suo Spirito ci entri nel cuore e lo
coinvolga nella dinamica del suo amore, lavandolo progressivamente da
ogni ambiguità!
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