Home La Parola della Domenica III domenica del Tempo Ordinario C.
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La liturgia ci confeziona una sorta di “prologo” del vangelo di Luca,
composto dai primi versetti del vangelo seguiti da questa sorprendente
autopresentazione che Gesù ha fatto nella sinagoga del suo paese,
Nazareth, dove la gente l’aveva visto crescere tornato lì adesso,
dopo esser già diventato famoso per la sua predicazione e i suoi
prodigi nei paesi dei dintorni. Un prologo “storico”, nato da ricerche
accurate di documenti e testimonianze, ma concentrato nella profezia di
Isaia di cui Gesù annuncia finalmente il compimento – oggi! Un prologo
“contemporaneo”, dunque, elaborato e scritto da chi, dopo non tanti
anni, ancora ne vedeva gli effetti, sotto lo sguardo, il cuore (e le
mani che benedicevano e guarivano) degli apostoli e dei discepoli del
Nazareno. La gente è sbalordita, tra ammirazione (la sua fama si era già diffusa per tutta la regione!) e rivendicazione aggressiva (che Gesù sente già nell’aria: mi direte, medico, cura te stesso!).
Perché allora (come ancora ai tempi di Luca) non c’era effettivamente
via d’uscita. Ognuno vedeva con i propri occhi una provocazione
inevitabile ed era costretto ad accogliere o rifiutare. Solo la potenza
dello Spirito o un immensa presunzione poteva motivare l’attribuzione o
la pretesa per sé del compimento della millenaria attesa biblica – e,
in essa, della speranza di tutta l’umanità. A noi, invece, forse i
millenni di delusione accumulata da intere generazioni di poveri,
prigionieri, ciechi, oppressi… morti senza essere mai liberati o
guariti, ha raffreddato l’entusiasmo e ridotta al lucignolo
(quantomeno!) l’attesa. La troppa distanza dal protagonista di questa
sorprendente personale opera di liberazione, nel breve periodo della
sua vita, ha trasformato queste profezie “attive” in dottrina e culto.
E ha fatto di lui l’operatore di questa meravigliosa e incredibile
restituzione agli uomini della loro libertà fisica psichica affettiva
spirituale… uno sfuggente simbolo divino/umano. Al quale, dopo averci
magari provato ripetutamente con la nostra debole fede, rischiamo di
non riferirci più (gli occhi di tutti era fissi su di lui!) né
implorarlo, né crederlo davvero presente storicamente a noi. E infine
di non … non amarlo più - “da adulti” - se non con qualche misterioso
scarso residuo della fede infantile. Mentre tutto il vangelo inizia qui
– e domanda esplicitamente adesione o rifiuto!
Per noi, infatti, dopo due millenni, non fa più tanto scandalo neanche lo sconcertante stravolgimento di ciò che la gente si aspettava da un profeta. La sua buona notizia
non è la chiamata ad uno sforzo morale o ascetico (come tutti i profeti
prima di lui), né l’invito ad una pur necessaria conversione della
quale tutta questa gente, cui Gesù si riferisce, non era affatto
capace. È piuttosto il dono di una gratuita e assolutamente immeritata
salvezza dai propri mali più devastanti e opprimenti! È il preludio
concreto che apre al campo sterminato delle Beatitudini (che Luca
presenta come il “compiacimento” del Padre con noi, prediletti dal suo
amore, anche e soprattutto nelle situazioni più disperate: beati voi! – o come dispiaciuto per le situazioni ostinatamente irrecuperabili al suo amore: guai a voi!).
Non è una proposta di rinnovamento della preghiera o del culto, che non
è mai stato alla portata di questa gente, ma è l’arrivo sicuro, dolce e
determinato, di un amico (investito di una forza dinamica divina) che
si preoccupa dei nostri mali e sa guarirli … Non è infine un nuovo
libro (il nuovo testamento che sostituisce l’antico) dove scrivere nero
su bianco la verità da credere per salvarsi dalla morte o dal male: è
invece “un uomo” come noi, cresciuto in mezzo a noi, che la potenza
dello Spirito (che è sopra di lui!) abilita a trasformare
radicalmente la nostra vita per renderla degna d’esser vissuta, libera
delle catene e impedimenti che la soffocano.
Con tutt’altro linguaggio, la dinamica interna della salvezza
sintetizzata in questa pagina di Luca, è la stessa dell’altro
“prologo”, più famoso, quello di Giovanni: la Parola che irrompe
finalmente a parlare “oggi”agli uomini. Perché in lui è la vita, ogni
vita - e vuole donarla agli uomini, per rinnovare la loro. È venuto nel
suo paese, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto
ha dato in regalo il potere (il suo!) di diventare figli – guariti per
sempre dalla prigionia del male e dalla condanna che pesa sulla loro
impotenza fisica psichica morale, dalla quale era impossibile salvarsi.
La legge (e tutto il cantiere antropologico costruito nei millenni)
viene da Mose, ma la grazia e la verità – il dono regalato della
guarigione vera del cuore dell’uomo in ogni suo male – viene per mezzo
di Gesù Cristo!
Perché è così difficile credere davvero (“cioè avventurare la vita!”- come diceva Teresa d’Avila!) in una identificazione di Gesù così semplice e solenne insieme, così apodittica e concreta?
Perché inconsciamente (o, in qualcuno, subdolamente), noi finiamo sempre per mettere “prima di lui”
la legge, con tutto il suo necessario corredo di istituzioni e
mediazioni, di etica e ascetica, di religione e di culto, di gerarchie
e di svendita dello spirito critico! Perché … la legge è più comoda,
più rassicurante e più confacente all’egocentrismo inestirpabile che ci
domina, che vuole gestire la nostra salvezza e si trova bene con
dottrine e culto, doveri e diritti, merito e demerito. Mentre “al di
là”, dalla parte dei derelitti degli elenchi profetici: poveri,
prigionieri, ciechi, oppressi … non c’è nessun merito “proprio” da
gestire, ma solo il regalo della sua compassione e del suo amore
totalmente gratuito. Se infatti l’accogliamo, non siamo più padroni di
noi stessi, ma coinvolti in un nuovo rapporto dove funziona solo la
logica del dono, il perdono gratuito, la fraternità e l’amore
disinteressati per tutti, a cominciare dai nemici. In questo “prologo”
scarno ed essenziale, i discepoli che l’accolgono, scopriranno sempre
più le ricchezze lì implose: “Cristo è il Signore di un nuovo Tempo,
l’Annunciatore del culto in Spirito e in Verità, il secondo Adamo,
l’essenza e l’immanenza del Creatore nella creatura. Non porta un nuovo
culto, ma la più sconvolgente rivoluzione nella coscienza umana che,
per essa, cessa di essere legata alla carne e al sangue e assurge alla
figliolanza divina” (Vannucci). Una progressiva comprensione illuminerà
tutto questo mistero di salvezza: ma tutto comincia dalla incontenibile
misericordia del Padre incarnata da Gesù verso poveri e oppressi.
Questo è il “principio”! Chi lo attua sarà vivo, confermato in questo
germe divino, immerso anima e corpo nel vulcano dell’amore di Dio, la
comunione dei santi. Chi non accoglierà né attuerà quel “principio”,
rischia di consumarsi nella degradazione dell’essere.
Non è dunque soltanto un annuncio promettente e gioioso, ma l’apertura
ufficiale della nuova storia, segnata (pur nella discrezione del Regno
che non viene in rumorosa potenza) dall’erogazione di una energia
dinamica “spirituale”, comunicata” per la liberazione dell’uomo
oppresso … senza nessuna richiesta o condizione di fatiche o meriti
pregressi: Dio, in Cristo, ci ha amati e salvati mentre eravamo (siamo)
ancora malati e peccatori. Dopo, dal cuore guarito e perdonato,
sgorgheranno riconoscenza e “desiderio” di donare anche noi la povera
risposta di cui siamo divenuti capaci nello Spirito, ognuno secondo i
suoi doni e i suoi carismi – che nel reciproco scambio sovvengono alla
debolezza di tutti! Ma la cosa più importante e più dimenticata è
proprio questa: che non il nostro merito o la nostra conversione è
causa dell’intervento di salvezza del Signore, ma la sua infinita
benevolente misericordia, che ha questo di incredibile, come dice
Neemia: che Lui ci gode a salvarci e questo è il nostro punto forte, la
sorprendente garanzia che non si stancherà mai: la gioia del Signore è la nostra forza!
A questa incredibile gioia salvatrice, ribadita da Luca (15,7, 32 etc)
risale il dramma cristiano: la riluttanza congenita a entrare in questa
logica! La subdola tentazione sempre pressante e spesso vincente,
proprio nei discepoli più vicini al Signore, di mettere in ombra il
cuore stesso del vangelo e l’obiettivo di tutta la rivelazione,
compiuta in Cristo: Dio ci ama, senza se e senza ma. Dio ci vuole
guarire, ci vuole liberare da ogni oppressione … Adesso, non chissà
quando! Non perché siamo più o meno bravi – ma perché è e rimane sempre
nostro Padre. E non fa differenze tra giusti e peccatori, buoni o
cattivi, nazaretani o forestieri. Soltanto i “giusti” sono a rischio,
perché si auto discriminano, credendosi sani: E non possono essere
guariti!
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