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… i brani prescelti per la II domenica di quaresima (B) toccano i
nodi fondamentali dell’avventura del credente, a partire dal Patriarca
stesso della fede - nodi, che sono anche le domande di senso dell’uomo
sulla terra. Credente o non credente, la cultura occidentale, in
qualche modo globalmente invasiva di tutte le culture, è segnata
indelebilmente dal dramma della fede, o della fuga al di là della fede…
E la ragione critica, illusa per una breve stagione, di aver avuto
“ragione” di ogni fede, ci ha riportati tragicamente, dalle follie del
20° secolo, a pensare che forse ‘solo un dio ci può salvare’. Ogni
tentativo dei nuovi strumenti di antropologia culturale di comprendere
e contestualizzare il cuore della religione, che è il sacrificio, come
fatale tributo che lega l’uomo all’Assoluto, non fa che riportarci
dentro il dramma eterno di Abramo, straziato dal volere divino, che gli
fa uccidere il figlio, proprio il frutto della sua fede! Il male del
mondo (la sofferenza e la morte) genera nell’uomo il bisogno di una
fede che ne renda accettabile l’assurdità, come volere insindacabile di
Dio. Ma così si sposta soltanto l’assurdo (il male) all’interno di Dio…
Insuperabile Kierkegaard, a riprodurre idealmente questo dramma, come ne è contagiato l’Abramo moderno, consapevole o meno:
“… era di prima mattina. Nella casa di Abramo tutto era pronto per il
viaggio. Egli si congedò da Sara. Ed Eliezer, il servo fedele, lo seguì
per un tratto e poi se ne andò a casa. Abramo e Isacco camminarono
insieme fino a che arrivarono al monte Moria. Abramo preparò tutto per
il sacrificio, calmo e tranquillo; ma quando egli si volse ed estrasse
il coltello, Isacco vide che la sinistra di Abramo si contorceva per la
disperazione e un brivido percorse il suo corpo – ma Abramo estrasse il
coltello…
… allora fecero ritorno a casa e Sara corse loro incontro, ma
Isacco aveva perduto la fede. Di questo nel mondo non si era mai fatto
parola: Isacco non parlò mai con nessuno di quel che aveva visto e
Abramo non sospettò che qualcuno l’avesse visto.
Quando il bambino si deve svezzare, la madre gli porge un cibo più
forte, perché il bambino non muoia. Beato colui che ha a portata di
mano un cibo più forte”…
Un cibo più forte, appunto!
Per essere svezzati dalla tentazione religiosa di proiettare il
nostro problema in Dio oppure sprofondare nel vuoto del mondo, ma
imparare invece a camminare sul crinale vertiginoso tracciato da Gesù
per i suoi discepoli, di essere nel mondo senza essere del mondo! Per questo… Gesù
prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte,
in disparte, loro soli. E fu trasfigurato di fronte a loro. Sono
portati fuori dal cantiere culturale, sugli alti monti, anche loro, in
qualche modo più esposti… a Dio. Lì convergono i due vertici del
tentativo unico di vivere storicamente la fede, che è la lunga vicenda
di Israele: c’è Mosè, il promotore della liberazione e organizzazione
istituzionale del popolo, dall’Egitto al Sinai, che non vedrà mai il
suo traguardo, la Terra Promessa, sempre lontana e irraggiungibile. E
c’è Elia, il profeta indomito sempre sulla breccia, contro ogni
oppressione idolatrica, ridotto ormai solo, deluso e disperato, a
preferire la morte di inedia nel deserto, ma spinto invece a ritroso
sull’Oreb, a riscoprire un’altra presenza di Dio, silenziosa, “sottile”
o svuotata, disomogenea ad ogni potenza cosmologica o antropologica…
Gesù assume queste esperienze, si confronta con loro, matura la sua
decisione di incamminarsi definitivamente verso il suo “esodo”, la
passione che lo aspettava a Gerusalemme. Perché questa è la chiave
d’interpretazione del senso della sua vita e di tutta la Scrittura.
Questa è la risposta alla domanda di fondo del vangelo : chi è Gesù?
Pietro aveva intuito qualcosa del mistero “divino” del suo Maestro, ma
ancora dentro la logica del potere mondano. Un unico modo c’è per
capire davvero chi è Gesù, seguirlo! Convocata la folla insieme ai
suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Gesù
non propone un nuovo insegnamento morale che prepara una nuova
religione: la buona notizia è la sua vita, il suo lucido destino di
amore, di dono di sé, e lo spiega: … cominciò a insegnare loro che
il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli
anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso. Perciò si scontra con Pietro, che ragiona “umanante” e non vuole il cibo più forte! (8,31ss).
L’esperienza di fede di Gesù è il ribaltamento della concezione religiosa connaturale all’uomo.
Abramo è provocato a superare l’idea di un Dio geloso, divoratore
dell’uomo e dei suoi beni (specchio della violenza sacrificale che sta
nelle fondamenta insanguinate della società!). E scopre un Dio
benefico, che non vuole il sacrificio dell’uomo ma che viva felice
sulla terra, affinché la sua benevolenza si estenda in lui a tutte le
genti. Ma poi, sceso dal monte, le tensioni e i conflitti, la
competizione per i pascoli e le guerre per l’acqua … sono come prima…
In questo dilemma senza uscita Gesù si immerge. E vive nella sua carne
l’avventura del passaggio sconvolgente da un dio che, siccome è più
grande di te e tu sei piccolo, esige che gli sacrifichi tutto,
(compreso Isacco, cioè il tuo futuro), ad un Dio che proprio perché sei
troppo piccolo di fronte a lui, viene lui a farsi piccolo come te, per
servirti come fratello e come amico: il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (10,45)…
Questo è il nuovo sacrificio che sostituirà per sempre ogni altro! Ove
la novità assoluta è appunto questa: la vittima non è un altro da
sacrificare per far piacere a Dio, ma il dono di sé stessi per amore: Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà (8,34).
La trasfigurazione ha uno scopo ben preciso nel racconto dei tre
vangeli che la considerano così importante: imprimere nella memoria dei
discepoli disorientati il senso profondo e nascosto di questo
drammatico scontro con il male del mondo di cui Gesù sarà protagonista.
Solo dopo la risurrezione (dopo il misterioso ritrovare, lui per primo,
la vita “persa”, quando farà loro toccare con mano le sue piaghe
gloriose) solo dopo, i discepoli ricordano, capiscono e riescono a
parlare di questo paradossale evento sull’alto monte, in cui convergono
dolore e gioia, splendore e umiliazione, la voce appassionata del Padre
sul figlio amato e il silenzio dell’abbandono disperato sulla croce…
Adesso stanno solo cominciando a capire che Gesù è il Messia. Ma
sentendolo dire che la sua strada conduce alla croce, vanno in
confusione. Il lievito dei farisei e di Erode è ancora dentro di loro,
per cui non possono capire che solo la croce nasconde la gloria. Ogni
altra vittoria è satanica, perché comporta la violenza. Per questo
hanno bisogno di un'esperienza anticipatrice, seppure fugace e
provvisoria: hanno bisogno che il velo si sollevi un istante, per
contemplare la gloria del Figlio. Purtroppo nessuna emozione
contemplativa, di sua natura un po’ fascinosa e trasognata, serve a
dare la forza della fedeltà, ma è necessaria lo stesso, per ritrovare
poi l’umiltà, dopo che si è tradito o rinnegato - nel ricordo
dell’amore che ci si era donato. Al momento è meglio non parlarne
neanche, finché non si hanno sulla pelle i segni del nostro personale
coinvolgimento nella sua passione. La Trasfigurazione non è il segno –
né per Gesù né per i discepoli – che la via della croce è terminata. È
lo svelamento del suo significato nascosto,
La trasfigurazione è necessaria per accettare la sfida della storia,
ma la aggancia alla manifestazione del mistero di Dio rivelato in Gesù,
contro ogni previsione umana. Non esime dai problemi della vita di
tutti, dentro la condizione comune degli uomini, ma segna piuttosto il
rifiuto di Gesù delle tende privilegiate o riservate che i discepoli
riprendono sempre a ricostruirsi, spingendoli invece a discendere dal
monte e rituffarsi nella nebbia della terra. Questo sprofondarsi della
fede nella condizione umana è la caratteristica del vangelo… a costo di
lasciarci, come gli apostoli allora, senza parole, perché non abbiamo
soluzioni più degli altri. A costo di non riuscire neanche a capire, da
quaggiù, cosa significhi la gloria futura. Ma non è importante, anzi è
pericoloso il cristiano che crede di saperne di più! importante è
continuare a credere che il modo di rivelarsi di Dio nella storia è
questo: scesi dal monte non videro nessun altro, fuorché Gesù solo,
in cammino verso l’avventura ignominiosa che lo aspetta: rifiutato,
deriso, abbandonato, crocifisso tra due delinquenti. Questa
‘sfigurazione’ è la vera manifestazione dell’impotenza di Dio nel
mondo, la cui autenticità è garantita proprio nella trasfigurazione: ascoltatelo!
Dio nella storia è Gesù appeso alla croce, per amore! Gli altri
“assoluti” nascondono un idolo vorace… Bisogna pulirsi gli occhi per
vederlo, per ritrovare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe…
Bisogna ripulirsi il cuore da ogni altra immagine di Dio, e non vedere più nessuno, se non Gesù solo. E se ci prende lo smarrimento, l’esperienza di Paolo ci conforta: Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?
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