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La liturgia di questo tempo dopo Pasqua ci introduce in un atmosfera di
gesti e di parole, di sentimenti e di comportamenti del Signore “risorto”
che ci fanno intravvedere un’umanità calda e misericordiosa, premurosa
e provocatoria, tutta intenta a far maturare nella fede debole e troppo
umana dei discepoli, impaurirti e complessati dai propri sensi di
colpa, il salto di qualità verso una fede matura, animata dal suo
“Spirito” – come Gesù aveva loro promesso, uno volta arrivato a questa
sua compiutezza: Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi!
Nella tenerezza misteriosa e dolcemente imperturbabile, del crocifisso
risorto, promana ad ogni incontro con i discepoli, il “perdono” e la
“pace” e ritrovano speranza le grandi promesse deluse della storia
dell’umanità.
“Egli entrò nel cenacolo chiuso, come un vero spirito; la densità della
sua carne risorta era diversa dalla densità della carne non risorta. I
più puri e ingenui accettano l’apparizione del Risorto semplicemente
come un dato di fatto; i più complicati lo obbligano a un’opera di
rivelazione. Chi non si aspettava d’incontrarlo lungo la strada lo
prende per un viandante qualunque. Tommaso, che invece l’attendeva suo
malgrado, gli chiede la più elementare delle prove, quella di toccare
le piaghe delle mani e del costato: ‘Non crederò se non metterò la mano nelle sue piaghe’.
E Cristo appare nel Cenacolo con la sua carne risorta, Tommaso corre a
toccarlo sicuro di sé, incontra la carne piagata, sfiora le ferite con
le dita; crede a ciò che vede, a ciò che tocca. Aveva rifiutato la
testimonianza, deluso la fiducia degli altri, adesso crede perché
tocca, perché vede. Cristo prova una pena profonda per il discepolo
incredulo, con dolore accetta un dato di fatto: Tommaso non crede allo
spirito, crede alla materia; non alla verità sempre enunciata, ma alla
testimonianza dei sensi; non ciò che è, ‘è’, ma ciò che sembra ‘è’!” (Vannucci).
Non è tanto difficile, infatti, la prima fede – quella dell’adesione mentale ad una dottrina affascinante o al potere taumaturgico del messia di Nazareth. Il difficile è la seconda fede
– quella consumata dalla delusione dell’impossibile, quando tutto è
finito nel fallimento e nella morte. La fede, chiamata alla fiducia e
allo sbilanciamento interiore nello spirito, a credere a chi che non si
vede e non si tocca – la fede che continua ad affidarsi pur, nel tunnel
dell’incredulità e del non senso …
L’esperienza di Tommaso è diventata così popolare e paradigmatica
perché il buon senso istintivo della gente ci ha visto il “piccolo
uomo” che tutti abbiamo dentro, quello che vede solo ciò che si vede,
programma la sua vita su ciò che rende e … dopo, è già abbastanza
stanco da non aver tempo da perdere per indagare oltre... Oltre! - dove
solo i poeti e gli innamorati, i mistici e gli insoddisfatti del
realismo di questo mondo (i poveri – guarda caso!), rimangono sempre ad
aspettare cose che non ci sono ancora... Il “!piccolo uomo” è abituato
a idee solide: ciò che gli occhi vedono e le mani toccano, perché solo
questo è vero. Cristo lo ammonisce: “Tommaso, tu credi a ciò che hai veduto! Beato chi crederà a ciò che non ha visto!”
(Gv 20, 29). Cioè: beato chi si applica ad una conoscenza fuori di ogni
forma e misura corporea; beato chi vede con gli occhi dello spirito e
non solo con quelli della materia!
Sta di fatto che in genere noi evitiamo volentieri ogni sforzo
‘spirituale’ (fondato o riferito all’immateriale!), perché credere a
ciò che si vede e che corrisponde al nostro controllo è più facile che
credere a ciò che s’intuisce soltanto e ci spinge oltre, in territori e
situazioni non ancora sperimentati. Come si vede bene nell’istinto
degli animali e dei bambini. Solo ripetere ciò che già si è visto e
verificato sembra sicuro! Ma è solo ripetitivo, rassicurante, ma senza
fermento di futuro. Entrare in un piano di aderenza fisica e psichica
alle faccende e vicende quotidiane, controllate più o meno dalla
ragione e dal buon senso, sembra più facile che inoltrarsi in un piano
di aderenza spirituale alla “eccedenza” del vangelo e delle sue
proposte sconvolgenti di approccio al diverso, all’imponderabile, al
misterioso, a tutto ciò, insomma, che contiene una minaccia di rischio
di sofferenza o di morte. L’esperienza di gran parte degli uomini (e di
gran parte della nostra vita) si accontenta della “razionalità della
carne” - non è molto provocata o coinvolta dalle sollecitazioni dello
‘spirito’, che pure ci appaiono in qualche momento come barlumi
intermittenti e flebili (non cogenti) che illuminano per un secondo
quali sarebbero le strade e le occasioni ove è promessa una maggior
pienezza e coerenza della fede! La vita, giorno dopo giorno, ce ne
presenta un’infinità, di queste occasioni o provocazioni, ad una
risposta gratuita, ad un sorriso o ad un consenso previo, donato prima
di ogni misura. Ma soltanto una litania di continui “affidamenti” e
successive consegne interiori rendono possibile questa attitudine
d’animo “spirituale”.
Ecco il campo interiore dove si coltiva … lo spirito – cioè l’amore
trasparente, gratuito, capace di andare al di là degli psicosomatismi
egocentrici, dai quali nel comportamento quotidiano tutto è vagliato e
integrato secondo le proprie misure di carne paurosa. Lo spirito é
amore! cioè relazione – e per dargli spazio occorre imparare a
balbettare questo suo linguaggio sconnesso dai nostri automatismi,
quindi ostico, all’inizio, per lo sforzo di uno sbilanciamento oltre
abitudini e paure. Perché richiede di elaborare una consolidata
attitudine interiore di apertura, di benevolenza, di spendimento
generoso. Proprio questo è “agire nello spirito” cioè entrare
nell’orbita di oblatività verso l’altro. Invece che centrarsi sempre su
di sé, aprirsi per amore – cioè per far crescere l’altro! E allora è
ovvio che occorre un volto di riferimento, una persona … un amico, che
abbia già fatto la strada, che sia la strada stessa su cui convergere
i sentimenti, le attese, le fatiche, le speranze, i fallimenti… cioè
tutto il nuovo (ancora maldestro) sistema copernicano “evangelico” o
“agapico” (diremmo, nel nostro sistema culturale). E così, finalmente,
mettere gradualmente e faticosamente al centro della galassia della
propria vita l’amore all’altro – l’amore oblativo, non egocentrico.
Per anni Gesù aveva istruito i suoi discepoli cercando di preparare
cuore e mente ai misteri del Regno – che sono i misteri dell’amore
misericordioso rivelati ai piccoli e semplici, e nascosti ai grandi e
ai sapienti. Adesso, ancora, impauriti nel cenacolo, incantati da una
visione incredibile, i discepoli gioivano di aver ancora vicino il
corpo che amavano, senza voler vedere o intendere altro. Sono
trasecolati da questo corpo che avevano visto senza vita e deposto nel
sepolcro – adesso tornato glorioso alla vita. Non son capaci di
accogliere il vero messaggio della risurrezione che ora stava davanti a
loro. Il lungo insegnamento degli anni terreni naufraga davanti al
fatto concreto che li acceca, poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore…! (Lc 24,41). Ecco la tentazione che li chiude in una esperienza storica, necessaria, ma, come tale, transitoria! “Beato chi crede senza aver veduto”,
perché sennò la sua fede è grande come ciò che tocca, e dura fin quando
e quanto è possibile vedere coi propri occhi e toccare con le proprie
mani e sentire con i propri sentimenti… È ancora una fede troppo
“carnale!”
Credere senza vedere è possibile non tanto attraverso un intimo
convincimento della mente (che ne sarà piuttosto la conseguenza), ma
attraverso un affidamento strappato alle proprie viscere, che accoglie
l’insegnamento che Tommaso rifiuta. La testimonianza dello Spirito non
avviene sul piano della materia concreta, ma nell’attuarsi cosciente di
uno stato spirituale che cambia gradualmente ma radicalmente la propria
situazione interiore … : "ricevete lo Spirito Santo!”. Nello
Spirito Santo Cristo vuole continuare la sua discesa negli inferi della
coscienza umana, per convertire fino all’ultima fibra la pusillanime
paurosa carne umana nella sua capacità di amare, perdonare ed effondere
la pace. Si comunica così ai suoi discepoli presenti e futuri, come
amore perché l’amore gratuito è fatto così! – è gratuito è necessario
dal di dentro, insieme. Nasce dalla spontaneità della voglia di bene e
non è la “necessaria” conseguenza delle appartenenze carnali o
psichiche. É una scelta e una grazia, un intimo dovere impellente di
non poter fare diverso e insieme un dono inesigibile. E quando ti ha
preso dentro … è la morte, non poterlo essere! È, infatti, la memoria
rinnovata nella nostra storia dell’avventura liberatrice di Gesù,
crocifisso risorto.
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