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Sommario
II domenica di Natale C.
commento

… oggi, di fronte a questo vangelo, tradotto qui più letteralmente, e alla densità del mistero del Natale a cui ci riporta, c’è da rimanere più che mai spauriti o almeno intimiditi, tanto è smisurata la sensazione di inadeguatezza, sia a livello di comprensione mentale che di accoglienza esistenziale, che sono i due obiettivi che Giovanni si propone. Comprensione e accoglienza, sollecitate da questi testi, perché non sono una notizia, ma la proposta (la riproposta incessante ) di un rapporto ormai non più procrastinabile con Lui, tanto è pressante l’invito da parte sua, solo che apriamo il cuore! Tutta questa “manifestazione” che preme dentro di noi e attorno a noi, cuore mente affetti … è la passione di Dio di comunicare a noi se stesso, di coinvolgerci nel suo destino e nella sua identità di mistero mai visto, ma senza il quale non si può vivere. Infatti, Dio, nessuno l’ha mai veduto, il Figlio unico, Dio, che è verso il seno del Padre, egli lo ha raccontato. Gesù, verbo / parola del Padre incarnata, è appunto il racconto in lingua umana dell’amore appassionato che costituisce la natura intima di Dio. Ci sembra incredibile che lui, l’Assoluto, abbia con noi (ha scelto di avere! – per incontenibile voglia di amore!) un rapporto di totalità di comunione, di essere, di vita, di amicizia. Dopo la notizia / evento del Natale, che già contiene in germe tutta la parabola della sua vita, Gesù Cristo è diventato il riferimento e la sorgente, la chiave ermeneutica totale della vita nostra e del mondo in cui viviamo, cioè la nuova comprensione vitale di noi stessi e della storia. Con una consapevolezza tanto appassionata che il cristiano che prega per gli amici, come Paolo, non può ormai che pregare perché questo mistero avvolga e impregni ogni altro uomo: “… il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui … Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose”.
Pur vissuta in un frammento, come un germoglio vivo e tenero nella gelata di inverno, l’esperienza cristiana è sempre in collegamento intenso con la vita e la storia comune . È percezione che non si è soli, ma siamo connessi vitalmente al tutto, perché tutto fu per mezzo di lui e senza di lui nulla fu. Una scintilla minuscola della luce vera che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo – e la tenebra non l’ha vita! Dunque coinvolti nella potenza vitale che sostiene tutto … noi, le cose, il cosmo intero, il tempo e ogni spazio, perché, appunto, non ci saremmo neanche se non ci avesse fatti … e non continuasse a farci! Dipendiamo vitalmente dal suo amore, che è il farci essere come siamo: il mistero di una sussistenza autonoma, ma da lui “donata”! Sì, dalla sua pienezza tutti noi abbiamo ricevuto: grazia per grazia! infatti Egli era la vita e questa vita era la luce degli uomini. L’annuncio evangelico, una volta che è riascoltato come Parola di un amore che preme, di un volto rivolto a me, trascina anche me, che non ne sono capace, ad un radicale cambiamento di coscienza, il quale, una volta iniziato, non si fermerà nel suo movimento di demolizione interiore (con relative tristezze e paure) e di ricostruzione travagliata (con trepidazione e speranza), che sono le dinamiche essenziali del cammino cristiano.
 … per arrivare dove?

… a tutti coloro che l’accolsero diede loro di poter divenire figli di dio, a coloro che credono nel suo nome. “Gesù Cristo è un Nome, anzi il Nome, il cui contenuto è di non poter essere espresso da nessun nome, la cui realtà ultima e inesprimibile costituisce il punto in cui convergono tutte le figure religiose e ove si depotenziano trasfigurandosi in lui. Chi vede me, in questo rapporto essenziale, vede l’incommensurabile coscienza del Padre, e in essa vede anche il più ignorato dei fratelli, nel suo valore esatto di creatura chiamata a raggiungere l’infinito di Dio (Vannucci) … poiché la Legge (e ogni altro tentativo di raggiungere Dio) fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia della verità fu per mezzo di Gesù Cristo. Quando questa illuminazione, cioè l’incontro con il mistero del Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, si compie, fosse pure nella modestia della fioca luce intermittente, nei chiaroscuri della nostra fede inferma, si percepisce la ferita feconda che attraversa l’anima, la mette a disagio, denuda le meschinità delle nostre difese intellettuali e affettive, create e consolidate a difesa del nostro io in demolizione. E magari (per fortuna) barcollano e cedono le impalcature che la nostra inerzia o la nostra paura ha potuto assorbire attorno a noi per rielaborarle in schemi mentali, ripetizioni di riti e di preghiere, autoconvinzioni di false evidenze, principi intoccabili che ribadiamo per non svendere all’altro qualche pezzo della nostra fragile autocostruzione. Allora … se scricchiolano le nostre certezze, se vanno in crisi i nostri legami affettivi, se il Dio che ci siamo fatti ci è sempre più indifferente, non stiamo perdendo la fede o l’amore, è piuttosto un briciolo di sofferenza cosmica, di incompiutezza esistenziale, che risale dalle radici dell’umanità, dentro di noi, e ci richiama alla nostra vera fame di identità e di amore … Stiamo solo percependo più chiaramente, nei meandri delle nostre ragnatele interiori, la “sapienza” del Signore, il sapore della vita che ci è promessa e si propone a noi attraverso le vicende della storia. Ci sta liberando (se la accogliamo) dalla gabbia delle incrostazioni e rigidità della tradizione culturale e religiosa che in combinazione con il nostro istinto di sopravvivenza ci ha plasmati e imprigionati in forme provvisorie, funzionali alla nostra crescita, ma incapaci di contenerla più di tanto, se non, appannando gli orizzonti e i desideri più profondi e più veri. Contro questo pericolo mortale del cristiano Paolo continua la sua preghiera: affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, … illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
È così irraggiungibile questa speranza e introvabile questo tesoro che nessun uomo poteva pensare per sé una destinazione così sublime, ma impertinente, quale la stessa figliolanza divina. L’uscita dalla schiavitù che ci autopprime dentro, ben prima che sia aggravata dalle interferenze di fuori, e cioè, la trasformazione degli schiavi che eravamo in uomini liberi “figli”, perché ormai non solo tiene dentro la sua pelle divina la nostra stessa carne e cultura umana, ma fa vivere dentro la nostra pelle umana la sua esplosiva divinità. Infatti a tutti coloro che l’accolsero diede loro di poter divenire figli di dio. Pensati e amati dalla eterna sua tenerezza, faticosamente modellati nello Spirito dal consenso storico nostro! Dunque, non più schiavi ma figli!