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Il crogiolo incandescente della nostra fede
Da quando l’uomo è sulla faccia della terra fino ad oggi, diminuiscono sempre più gli spazi e i tempi non
violati dalla sua conoscenza e non desacralizzati dalla sua tecnica. Al
là del linguaggio mitico, il Nuovo Testamento prende atto del
misterioso compimento dell’itinerario biblico di rivelazione
dell’identità arcana di Dio nel suo figlio Gesù, crocifisso risorto.
L’inizio del racconto degli Atti, prosecuzione inscindibile del
capitolo finale del Vangelo di Luca, racconta la dipartita del Signore
da questa terra. Nel Vangelo, infatti, Luca dice di aver spiegato tutto quello che Gesù fece e insegnò nella vita terrena, “…fino a quando fu assunto in cielo…”
Ora, nel ‘diario’ dei primi passi della comunità cristiana,
l’evangelista racconta che Gesù, dopo la risurrezione, alla fine dei
quaranta giorni durante i quali si è mostrato a tanti testimoni in
diverse apparizioni, annuncia ai discepoli l’imminenza della
realizzazione della “promessa del Padre”,
il dono dello Spirito Santo, di cui tutta la sua vita messianica è
stata la preparazione e la “sperimentazione”. Ma loro, privi ancora di
questi sensori dello Spirito, non sanno che proprio questo dono è la
compiutezza del Regno del Padre nel mondo, e sono preoccupati piuttosto
dei loro progetti umani (il Regno per Israele!). Con l’ascesa di Gesù e
il dono dello Spirito, non è più tempo di attendersi soluzioni potenti
dall’alto: perché state a guardare il cielo?- Non c’è più alcun progetto sociopolitico sacro (teocratico), quaggiù in terra, monopolizzato dai suoi discepoli: non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere.
Non c’è dunque più tempo, né luogo, né razza, né uomo più sacro di
altri: ma tutta la storia è attesa e preparazione fervida e operosa del
suo ritorno. La preoccupazione pressante di tutto il Nuovo Testamento
di spiegare il nuovo rapporto del discepolo e della chiesa con Gesù,
dopo la sua morte e risurrezione, ha la sua sorgente e la chiave
ermeneutica fondamentale nel mistero dell’Ascensione e della
Pentecoste. Tutto il ciclo pasquale confluisce qui! Gesù, il crocifisso
risorto glorificato alla destra del Padre, presso il quale intercede
incessantemente per mandare a noi lo Spirito (Gv 14,15), proprio lui,
in questa sua nuova condizione di totale immersione in Dio, è la
sorgente umano-divina da cui scaturisce la nostra fede, la luce che ci
fa comprendere la nostra storia, il pane che nutre la nostra speranza
in questa attesa ? e ci rigenera già quaggiù nell’amore. Che è la
capacità di testimoniare al mondo il suo vangelo di salvezza, amandoci
come lui ci ha amati. Da questo – non da altro! ? riconosceranno che
siamo suoi discepoli (Gv 13,15)!
… il mistero dell’Ascensione
Viene dunque introdotta in noi una nuova sorprendente dinamica dello Spirito (lett.: riceverete una energia proveniente dal santo Spirito su di voi!),
che ci spinge incessantemente alla trascendenza dell’esperienza
contingente ed effimera della nostra vita. Noi, però, siamo la
generazione più distante … non tanto dal mistero dell’Ascensione, che è
compresente a tutta la storia, ma dal linguaggio che lo riveste e lo
trasmette. Abbiamo già fatto fatica a seguire il racconto della
passione, per l’istintivo rifiuto (evidente anche negli apostoli) della
sofferenza e del fallimento, ma ci ha affascinato questa sua capacità
di portare il male continuando ad amare. La risurrezione ci ha
provocato ad un sussulto, perché anche per noi, come per i sapienti
dell’Areopago, è troppo refrattaria alla nostra corta visione del
mondo. L’Ascensione, adesso, ci investe e ci coinvolge come un fermento
esplosivo a espansione lenta ma inarrestabile. Corrode dall’interno
tutto il cantiere antropologico che l’uomo ha congegnato e rielabora
continuamente nei millenni, scuotendone i presupposti cosmologici e
teologici. Perché impegna e avvolge in un paradosso incontenibile il
centro stesso della fede: Gesù Cristo, senso della nostra vita e della
comprensione di essa. Un paradosso fatto di una partenza dal cuore del
Padre e un ritorno a Lui, una distanza e una vicinanza, un “rimanere”
di lui in noi, che però se ne è andato da questa nostra storia, a
collocarsi là dove noi non possiamo seguirlo (Gv 13,33)… Forse la
dimensione spaziale che suggerisce inconsciamente un “trasferimento” di
Gesù lontano (nei cieli – in Dio) ci frastorna ancora. Gesù, invece,
non è andato lontano, non ha abbandonato la storia e l’umanità, ma si è
reso ancor più intimo a noi, immerso là dove scaturisce e ci dà vita e
ci sostiene tacitamente l’amore creatore del Padre, nello spessore
sorgivo più fondo del nostro essere e dell’essere di tutte le cose. Per
questo, pur essendo “andato” via, per i nostri parametri fisici e
psichici, non ha ostacoli di tempo o di spazio, né di altre barriere “…mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). E dunque, in verità, è vicino a noi: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Il suo corpo glorificato e immerso in Dio, è unito adesso a noi, che
pure viviamo una condizione diversa, in un mistero talmente intimo da
ricapitolare in sé ogni forza e influsso salvifico. Penetra e impregna
e colma del suo amore “fraterno” tutto l’essere e ogni persona
singolarmente: non tanto, come verrebbe da dire secondo l’immagine
spaziale, “perché le ha portate in Dio”, ma perché la sua
“glorificazione totale” nel Padre (questa è infine l’Ascensione) lo
rende capace di “riempire della sua pienezza tutte le cose (Ef 1,23).
Per evitare la schizofrenia ecclesiale…
Un tempo si cercava di evitare che questi due poli della dinamica della
fede cristiana si contrapponessero e dividessero la chiesa, delegando
per così dire, a due classi differenti e complementari di fedeli la
rappresentanza simbolica degli interessi del cielo e dei bisogni della
terra: i laici comuni, che guardano in basso e curano le cose del mondo
e gli ecclesiastici o, ancor più, i monaci, che dovrebbero guardano
solo in alto. La lacerazione tra adesso e dopo, tra l’essere in questo mondo senza essere del mondo,
vanno invece tenute lucidamente nel cuore di ogni cristiano. Da questa
ferità che da Giacobbe in poi fa zoppicare ogni credente sulle strade
del mondo, nasce infatti la tensione che ci spinge ad agire per il
Regno e, insieme, a non rinchiuderci nelle impalcature culturali
provvisorie della nostra fede. E la vita cristiana fatica a mantenere
un punto di equilibrio nella difficile tensione escatologica, nata
dall’Ascensione, che è insieme un’assenza del Signore, abitata dallo Spirito – e un’attesa
del suo ritorno, impegnata nell’annuncio fattivo del Regno a tutti gli
uomini. Ci sono stati nella storia della Chiesa e ci sono ancora in
tanti cuori e teologie, rigurgiti di fede “cattolica”, intesa come
discriminante di ogni altro modello culturale o diversa visione del
mondo, e non (quale veramente è) come fermento eversivo potente
(attraverso la Parola e l’Eucaristia) di ogni modello culturale e di
ogni visione teologica. Un simile approccio di fede, ormai, non basta
più a reggere l’usura del tempo e della pluriculturalità. Lo Spirito,
come il Signore aveva predetto, ci ha dilatato orizzonti sorprendenti,
ha aperto versanti della verità tutta intera, che erano impensabili
anche ai profeti che li avevano intravisti da lontano. Ma il termine cattolico – proprio quello che si usa per definire quella fede ? contrapposta! - torna profeticamente a significare “da per tutto”.
Senza questa cosciente tensione tra impegno radicale nell’inadeguatezza
del presente e attesa instancabile del Regno, l’implorazione al ‘Padre
nostro’ (che è il gemito dello Spirito dentro di noi) si spegne. E
finiamo per identificare noi stessi e le nostre idee con la salvezza.
Svuotando di senso il mistero dell’Ascensione, cioè della necessità che
lui se ne andasse da questa nostra storia, senza lasciarla orfana,
perché ha assunto una nuova qualità di presenza, proprio perché si
manifestasse che nella Resurrezione del Signore sta il segno e la
promessa che il mondo è salvo, che la pace è stata firmata nel suo
sangue, che il futuro è redento ? e la sua realizzazione affidata allo
Spirito nella sua Chiesa.
Per riempire di sé tutto l’universo… Paolo stesso sintetizza meglio di ogni spiegazione il cuore di questo mistero: …
a ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura
del dono di Cristo. Per questo è detto: asceso verso l’altezze, ha
portato con sé prigioniera la [nostra] prigionia, ha distribuito doni
agli uomini. Ma colui che è salito in alto chi è se non lo stesso che
disceso nelle caverne della terra? Colui che discese è lo stesso che
anche ascese al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse [di sé]
tutte le cose. (Da qui dunque nasce la compagine ecclesiale per la salvezza del mondo. Infatti prosegue)
… egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere
profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere
pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero,
allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti
all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino
all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di
Cristo. … Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la
collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni
membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità (Ef 4, 1ss).
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