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Perché un Diario?
Ma ci si può domandare: perché un diario? A questa domanda risponde indirettamente P. Maurizio stesso in questo episodio.
Una persona andò a visitarlo all'Ospedale S. Raffaele. Lo sorprese di spalle mentre scriveva a tavolino: "Non voglio disturbarti, torno un'altra volta", gli disse. Non importa - rispose - sto scrivendo il Diario della mia malattia. "Che bellezza, così un giorno lo leggeremo". "No, non credo che sia una cosa che ti interessi" - rispose - "è soprattutto per i medici, perché nessuno pensa di scrivere la propria esperienza di malattia, invece è importante".
L'intuizione dunque è venuta al P. Maurizio dal desiderio di aiutare i medici, ma anche - e lo capì in seguito - per "dare voce a tanti fratelli che gemono nel silenzio, di aiutarsi concretamente ad ascoltare e registrare, eventualmente rettificare ed elevare le risonanze e le lievitazioni di un male ch'egli finisce per accogliere come "dono", allo stesso modo della salute ". Il distacco con cui si guarda gli permette lo sconcertante rilievo umoristico: Mesotelioma, il suo nome, un regalo per il suo 25° di sacerdozio, ben confezionato, con tanto di data: giugno 71 - giugno 96.
Come non ricordare qui l'ironia - invece amara e beffarda - di Pirandello in L'uomo dal fiore in bocca:
"Venga…, le faccio vedere una cosa… Guardi , qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Ha un nome dolcissimo, più dolce d'una caramella. Epitelioma si chiama… La morte, capisce? È passata. Mi ha ficcato questo fiore in bocca e mi ha detto: Tientelo, caro, ripasserò fra otto o dieci mesi!".
Certo, anche P. Maurizio fa dell'ironia, ma sorridente e mite nei confronti delle scadenze dei medici, pur riconoscendone gli sforzi generosi, e nei confronti della boria dei sani: "I sani che pena!".
Tenera e paterna compassione invece per i suoi compagni di cammino, impreparati e disorientati, a volte disperati, ma anche verso i medici inesperti, le infermiere incuriosite, i confratelli impacciati, le consorelle sorprese.
Direi che nel corso della stesura, gli tocca di assumere un atteggiamento amabilmente e lucidamente critico nei confronti di sé, dei medici, di chi gli gira intorno, delle sue reazioni al dolore…, in una verifica serrata, a volte spietata, delle referenze dottrinali e spirituali, evocate in lui da qualsiasi provocazione e circostanza, dei luoghi comuni, delle nuove idolatrie.
Il Diario finisce allora per divenire un appassionato e tenace tentativo di scoperta e di lettura dell'evento in cui: la Parola si fa carne e la carne si fa parola. Un niente gli basta per evocare i passi felpati di lui che viene o la sua presenza nascosta e muta al di là di un velo dentro ad una progressiva macerazione di sé, che lui comprende e celebra come una "simpaschia" di passione e di fremiti in una unione con Cristo Gesù: i platani diventano oranti; il mesotelioma diventa un dono; la
sfigurazione diventa divina cosmesi; il nome di Gesù e Maurizio diventano un rosario; le ore di chemio diventano salmi; il Cobalto diventa un macchinone simpatico; il suo niente diventa una perla opalescente; la sua morte diventa progressivamente vita; l'opera decreativa che lo distrugge diventa opera altamente ricreativa; essere trafitti come essere accarezzati; la croce diventa gloria; il tempo nel dolore sfida l'eternità; le notti diventano chiare come giorni.
È il linguaggio tipico dei mistici, ricco di ossimori e di simboli, perché incapaci di parole adeguate all'esperienza.
Una moderna testimonianza carmelitana.
P. Maurizio intuisce la grande occasione che gli si offre, chiama a raccolta tutte le sue forze di cristiano, sacerdote, carmelitano e si affida in Cristo Gesù al Padre invocando il "Pronubo" Spirito Santo; vive, ascolta, espone con la solita mordace sincerità e franchezza i suoi stati d'animo, di quelli che incontra, li analizza e tenta di capire, purificare, elevare, trasformare, anche le circostanze più piccole e apparentemente banali e insignificanti. Non c'è solo una notevole capacità di narrare, ma una raffinata famigliarità con la teologia e i cammini chiaroscuri dello spirito.
Ne escono fremiti di fede, di speranza, di amore, simpatie filiali con Dio Padre, fraterne e sponsali in Cristo Gesù, solidali con la Chiesa, con l'umanità intera. In particolare con quella sofferente, ma anche con quella che è sotto i suoi occhi quotidiana, quella incredibilmente divisa e contrapposta in nome di Cristo e di Dio, come in Palestina.
Il Diario tuttavia, anche se è narrazione intrigante e coinvolgente, estremamente fluida ed altamente istruttiva e nutriente, è pur sempre - e soprattutto - celebrazione di un amore consumante, di un martirio, sempre più consapevolmente, d'amore. Anzi è la narrazione a rincorrere affannosamente la celebrazione, che avviene, come lo scorrere di un fiume; nel tentativo di comprenderla tutta, registrarla fedelmente in tutto il suo compiersi e comunicarla. Nella narrazione si nota una sicurezza di autenticità, umile e ferma ad un tempo, come si trattasse di dover rendere conto di una storia che ha da compiersi, necessariamente, e come un grande continua donazione. Non c'è presunzione.
Non c'è da meravigliarsi dunque se, a volte, in queste pagine la figura di Padre Maurizio appare come vigile sentinella posta sul promontorio del Monte Carmelo a guardia degli interessi di Dio e dell'uomo. Un ardente zelo lo divora, fraterno e paterno - ecumenico - per Drusi, Arabi, Ebrei, Cristiani, insieme alla denuncia forte e severa, nello spirito di Elia, di ogni idolatria e contraddizione. O se emerge un fiammeggiante carmelitano, vissuto e vivente erede della millenaria scuola contemplativa, profetica e mariana del Monte Carmelo. Erede e testimone, ma anche intimo e devoto amico del focoso tisbita, figlio e fratello della "Regina del Carmelo", pervaso da un irrefrenabile mozione ad esprimere lode, rimpianto, denuncia, rimproveri, rincrescimenti, solidarietà, apprezzamenti, invocazioni, gemiti filiali ed evangelicamente infantili, preghiere, implorazioni…
Vi si trovano anche riletture di alcune pagine dolorose della sua vita, che reclamavano rappacificazione, dove la conflittualità e la reciproca incomprensione hanno lasciato il segno di una verità e di un amore inespressi, feriti e delusi: erano gli anni difficili, contesi tra rinnovamento e fedeltà.
Una interessante antologia dunque di riflessioni, maturazioni, consigli e analisi. Tra tutti gli argomenti, quello della sofferenza ovviamente prevale, ma dentro ad uno sforzo di interpretazione luminosa e positiva, esente da narcisismi teologici e psicologici, nell'intento di mostrare una via praticabile - dal vivo - a tutti accessibile, di fiducia filiale, umanamente esaltante e rappacificante.
Qui, dunque, la narrazione, mentre intende narrare la celebrazione di un martirio, di una macerazione d'amore, nella macerazione finisce per richiamare e coinvolgere il passato, rielaborandolo nel presente in ordine ad un futuro, a cui P. Maurizio si sente sempre più di appartenere. Nel tempo della malattia tutta la sua vita diventa un crogiolo universale, da cui vede colare preziosità a vantaggio di tutta la Chiesa e l'Umanità, perché il tutto per simpaschia avviene in Cristo Gesù.
Questo procedimento fa venire in mente a lui l'Ostrica perlacea. Di qui il titolo. Non è un ostrica qualsiasi, ma quella che matura dentro di sé una perla preziosa, di gran valore. Non per una sofferenza supinamente subita, come una violenza, ma come per un dono di Dio, riconosciuto e accolto, lungamente sofferto, come un intimo lancinante dolore, quando "raggiunta (l'ostrica) dentro i suoi gusci da un sassolino…, si affretta ad avvolgerlo con la sua bava, fino a farne il nucleo di una perla preziosissima… Gioisco di essere l'anima nera della tua svelata grandezza…, mio avvolgente Amore, mia opalescente Bellezza… Tu che hai dato all'ostrica un riflesso del tuo delicato amore, finisci la tua opera in me, dà un prezzo al mio nulla! " (9.7.'96)
P. Maurizio già pensa che queste fitte pagine rigonfie delle sue riflessioni e della sua "povera e debole testimonianza" possano giovare alle persone sorprese dalla sofferenza, smarrite e spesso isolate e incomprese tra l'impaccio degli amici e dei parenti e i luoghi comuni della gente. Non pensa ancora esplicitamente ad una pubblicazione, e, tuttavia, oltre al titolo prepara anche una "Nota al lettore" e allude ad un certo numero di fotocopie da distribuire tra coloro che l'hanno seguito da tempo e fino all'ultimo giorno. Ma tutto ciò non è vanità od esibizionismo, ma umile e stupita consapevolezza di star vivendo e soffrendo una esperienza pasquale che non riesce a trattenere, che sente quasi il dovere di comunicare e narrare. Così è l'Amore: quando è dato o ricevuto abbondantemente, diventa incontenibile, esala come un profumo; mentre si disperde, avvolge e richiama.
Ancora una volta attraverso il Carmelo - e dal Monte Carmelo - lo Spirito sta per offrire alla Chiesa un'esistenza martiriale, che diventa narrazione teologica; dove si ripete di nuovo e sempre l'Evento, in cui e per cui la Parola si fa carne, perché la carne si faccia parola?
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