L’itinerario di Elia: uno svuotamento verso la trasfigurazione
Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" dicembre 2002
In questo numero concludiamo la vicenda di Elia considerandone l’epilogo descritto in 2Re 13, 15-18: il rapimento in cielo del profeta lascia Eliseo erede di una missione di cui dovrà assumersi la responsabilità. È la stessa nostra, nelle continue scelte del quotidiano in cui ci troviamo sempre contesi tra l’affermazione di noi stessi, intrappolati nella logica del potere, e l’adesione al mistero che ci chiama a un cammino di svuotamento, mai compiuto fino in fondo.
Elia: un corpo altrove…
Vistolo [Eliseo] da una certa distanza, i figli dei profeti di Gerico dissero: "Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo". Gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui. Gli dissero: "Ecco, fra i tuoi servi ci sono cinquanta uomini di valore; vadano a cercare il tuo padrone nel caso che lo spirito del Signore l’avesse preso e gettato su qualche monte o in qualche valle". Egli disse: "Non mandateli!". Ma essi insistettero tanto che egli, confuso, disse: "Mandateli!".
Mandarono cinquanta uomini che cercarono per tre giorni, ma non lo trovarono. Tornarono da Eliseo che stava in Gerico. Egli disse loro: "Non vi avevo forse detto: non andate?" [2Re 13, 15-18].
Che figura ci fa Eliseo in questo episodio? Strana. Un uomo indeciso. Avrebbe dovuto capire che Elia non si doveva cercare in qualche dirupo o in qualche valle.
I figli dei profeti, da lontano, avevano visto quanto era accaduto e l’avevano interpretato come un gesto di potenza. Era come se avessero pensato: "Adesso Eliseo è potente come Elia!". Leggono il rapporto tra maestro e discepolo come un passaggio di potere: non comprendono la profondità e lo spirito di libertà della via elianica, che è esperienza mistica. Essi compiono un gesto che Elia non avrebbe mai permesso ai suoi: la venerazione, la prostrazione. Ci si prostra solo davanti a Dio!
D’altronde Eliseo stesso si era posto con una domanda sbagliata: "Dov’è il Signore Dio di Elia?", cioè "Dov’è allora quel Dio della potenza?". Non c’è: non c’è un Dio della potenza, perché la via di Elia conduce altrove.
Eliseo: un’eredità difficile
La fedeltà del discepolo
Eliseo potrebbe essere il discepolo perfetto di Elia, se percorresse fino in fondo quella stessa via di abbassamento. Invece, nel momento in cui di nuovo interpreta Dio come il Dio della potenza, travisa l’esperienza di Elia, non la capisce più. Egli potrebbe attraversare il Giordano: ha con sé il mantello e l’esperienza del maestro, ma tutti gli strumenti che ha rimangono inerti perché non comprende come poterli gestire. Camuffa il Dio vivo e vero di Elia con un’altra figura di divinità e tradisce così il cammino di ricerca del maestro: ciò che propriamente dovrebbe qualificarlo come discepolo.
I figli dei profeti vedono "da una certa distanza", cioè da un non coinvolgimento e da un non consenso. Eliseo allora potrebbe essere la figura di chi di fronte a un’obiezione non sa tener duro e legge la sconfitta con occhi carnali. Ogni tristezza profonda, in effetti, ha questa matrice: non volersi rassegnare ad attraversare i piccoli insuccessi abbandonandosi alla sola implorazione: "Signore, fammi capire quello che devo ancora fare". Elia, invece, vive un’avventura che lo porta all’apice del mistero, là dove il consenso altrui non ha più alcun peso perché si è attratti da qualcos’altro, sbilanciati per fede. Eliseo non riesce a capire, né conseguentemente ad insegnare ad altri, che cosa significhi ri-percorrere la via di Elia.
La trasmissione da maestro a discepolo non è un passaggio di potere. Si tratta invece di acquisire una certa capacità di esposizione di sé nella propria sequela agli occhi dell’altro: le cadute non compromettono la testimonianza, perché ciò che conta è l’orientamento, entro il quale ogni limite riconosciuto non è freno, ma occasione per andare oltre.
La singolarità del discepolo
L’errore di Eliseo sta non nell’ignoranza della situazione, ma nel desiderio di essere un secondo Elia. Ciò che sta accadendo dovrebbe portarlo a capire che egli ha già dentro di sé tutto ciò che Elia è stato: ora è il momento che… Eliseo sia! È come se il Signore gli dicesse: "Se non ti do la gloria di Elia, ma ti chiedo di essere come lui, cioè un amante, perché non vuoi dire di sì, come lui, con lo stesso trasporto?". Non è detto che appropriarsi delle tante potenzialità ricevute sia l’equivalente dell’essere come il proprio maestro, riuscendo nello stesso modo. Non è il posto, il privilegio o il potere che fa bello Eliseo come Elia: è invece il mettersi alla sua sequela, che ha bisogno di tanti "sì" prima di arrivare al medesimo compimento.
Così è per noi: ognuno è solo – una monade - davanti al Signore, a dire il suo "sì"; nessuno può sostituirlo. È lo spazio della solitudine, che fa di ciascuno un monaco: non tanto una figura "religiosa", ma una realtà evangelica. Quella di chi vuole cercare Dio e aderire al suo progetto sulla propria vita, sulle orme del Figlio: "Cristo patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme" (1Pt 2, 21). È una strada difficile, ma se non ci ripieghiamo su noi stessi, nel bene e nel male, in qualsiasi situazione riusciremo sempre a cogliere la possibilità di passi ulteriori… I passi di un cammino di autentica liberazione.
Elia e noi
La via: il proprio corpo
La possibilità storica che ci è data per tendere a questa libertà è quella che attraversa in maniera misteriosa e paradossale la concretezza del nostro corpo: l’unica vera. "Il corpo non è ostacolo tra noi e Dio, come abitualmente siamo portati a pensare: ostacolo è il compiacerne il desiderio, il desiderio dell’io del corpo; modellarlo sull’immagine che noi ne abbiamo e consentire agli stimoli che da lui sentiamo, soggiogati da piacere, paura e orgoglio. Trascurare così l’immagine e il progetto di noi stessi che invece ci suggerisce fin dall’inizio la Parola, divenuta, una volta incarnata, la Parola-Corpo di Cristo. Il corpo allora diventa la condizione che ci obbliga veramente, se davvero lo trattiamo come dobbiamo, a pensare, sognare, desiderare un altro, un confine al di là del corpo stesso, che segna il luogo di nascita del nostro spirito, anche se cieco perché non vede al di là di sé. E quindi è il più grande regalo che ci è fatto, proprio perché dentro lì c’è continuamente il rimando a qualcosa che è di più del corpo, pur nascendo solo dentro un corpo, a cui noi diamo credito soltanto accettando di modificare il corpo. Ecco perché spirito e corpo sono così strettamente connessi che solo il corpo può farsi il regalo dello spirito, e solo lo spirito è la salvezza che redime il corpo dalla mortalità".
Ecco perché il corpo di Elia è "via mistica", possibilità misteriosa e irripetibile di seguire Dio: via per la quale ci si può unicamente re-incamminare, che si può re-incarnare solo a patto di viverla entro la propria storia e il proprio corpo. È il motivo per cui la ricerca del corpo di Elia può risultare soltanto vana.
Nell’attesa, la luce
Incamminarci per questa via significa percorrere l’itinerario umano che a ciascuno di noi è dato, senza mai rassegnarci né cedere al rischio di concluderci in Eliseo - avvinto dalla tentazione del "potere" -, per approdare invece ad Elia - sbilanciato verso il mistero -.
Si tratta di accogliere e coltivare e mai far tacere l’inquietudine che nasce dal profondo di noi stessi: è l’anelito di libertà che, solo, apre a una possibile liberazione. A patto di non guardarsi mai indietro e con-tenere la sofferenza dell’allontanamento da tutto ciò che è più familiare; da ogni propria sicurezza che illude di possedere sé stessi; da ogni volto di dio che non sia quello del Dio vivo e vero… Allora ogni attesa, anche dentro il disagio, diventa pro-tensione continua ad altro, che chiama al di fuori: scoperta di uno spazio di libertà che trascina all’incontro.
È in quest’incontro, i singoli incontri del nostro quotidiano, che è possibile porre gesti indistruttibili: di amore, di fedeltà, di perdono, di amicizia, di onestà, di libertà responsabile. Gesti nei quali si supera misteriosamente il tempo, riscattando la paura della morte, l’angoscia del non-senso, la storia del proprio corpo…
Qui è il luogo della trasfigurazione: l’integrazione tra l’anelito più intimo e la persona che ne deve essere plasmata. Così che il corpo non sia che trasparenza di una vita interiore che giunge a pienezza.
Di questo cammino progressivo Elia ci svela l’indicibile consolazione che riposa al fondo di ogni fatica: "la luce divina si comunica al corpo non solo al termine del cammino; tutta la vita è un lento cammino di illuminazione progressiva, che pervade ogni giorno sempre più la nostra esistenza quotidiana".
Nella storia, la salvezza
Giunti al termine di questa lettura vitale, accompagnati da don Borgonovo, ci sembra di poter fare questa considerazione. Lo scopo del "libretto di Elia" è dimostrare che la storia non può che essere storia di salvezza: ogni personaggio è la descrizione di tutti i personaggi gettati nella storia dal Padre, come Elia. Per ognuno di noi allora dovrebbe essere determinante la domanda: "Quanto quest’avventura, anche in quell’esperienza estrema del silenzio svuotato, mi innamora e mi attraversa, e quanto da essa mi lascio attraversare?".
Questa domanda è punto di partenza per quel cammino di unificazione che è l’anelito più profondo e vero che ci abita, ma che può realizzarsi solo se davvero ne viviamo il fascino, al punto da trascendere le tante cose e le tante voglie o bisogni che si contendono la nostra at-tenzione, per giocare seriamente la vita in quell’unico orientamento. La vita allora diventa un’incessante implorazione al Signore: la relazione essenziale, che non può venir meno nella misura in cui il coinvolgimento esistenziale mantiene viva l’at-tenzione del cuore.
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