L’esperienza che cambia l’uomo: sottoporsi alla Parola

Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" maggio 2002

Elia: eroe prima che uomo di Dio

Vediamo ora gli altri capitoli del ciclo di Elia. Possiamo vedere una disposizione del materiale che effettivamente è calibrata: il momento dell’Oreb è anche quantitativamente al centro del libretto.

I primi capitoli – 17, 18 e 19 – formano in un certo modo un primo tempo con una propria unità narrativa. Qui Elia appare sempre come l’eroe: prima che Dio parli, parla lui dicendo "Così ha detto il Signore…", ma il Signore non gli aveva detto niente! Lo dice lui, poi rimane vittima della sua parola.

Per esempio il Signore gli dice: "Va’ da Acab a dire che finisce la pioggia". Lui va sì da Acab a dire che finisce la pioggia, ma nel frattempo uccide quattrocentocinquanta uomini: il Signore non l’aveva detto! (cfr. 1Re 18). Qui Elia agisce in virtù della sua volontà, prima che il Signore parli.

Quasi a dire che quando noi ci facciamo protagonisti del nostro cammino, rischiamo di interrompere il rapporto con Dio, se e quando non riusciamo a coglierne la presenza. Infatti, nel momento in cui il cammino che si pensa di avere in mano subisce una deviazione contraria alle proprie aspettative, la tentazione è quella di mettere in dubbio l’esistenza del "proprio" Dio, invece che riconoscere che era la propria ricerca a non essere del tutto illuminata.

Eppure, per assaporare il gusto del mistero, vale la pena cambiare rotta, lasciarsi trasformare…

Elia: l’immedesimazione nella Parola
L’Oreb cambia Elia. In che senso?
Andiamo al capitolo 21: Acab con Gezabele ordiscono l’uccisione di Nabot con alcuni malvagi della sua città…
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita: "Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso. Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore : Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue". Acab disse a Elia: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!" (1Re 21, 17-20a).

Non c’è più Elia! Non è che, ascoltata la Parola del Signore, Elia la riferisce ad Acab ed Acab gli risponde. No. C’è soltanto la Parola del Signore che viene riferita a Elia e Acab risponde: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico…" (cfr. 21,20). C’è un’immedesimazione fra Elia e la Parola del Signore.

Così anche nel primo capitolo del secondo libro dei Re (2Re 1, 9-15): Elia vive eremita sopra il monte…

Allora [Acazia] gli mandò il capo di una cinquantina con i suoi cinquanta uomini. Questi andò da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: "Uomo di Dio, il re ti ordina di scendere!". Elia rispose al capo della cinquantina: "Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta". Scese un fuoco…

Il re mandò ancora un terzo capo con i suoi cinquanta uomini. Questo terzo capo di una cinquantina andò, si inginocchiò davanti a Elia e supplicò: "Uomo di Dio, valgano qualche cosa ai tuoi occhi la mia vita e la vita di questi tuoi cinquanta servi: ecco è sceso il fuoco dal cielo e ha divorato i due altri capi di cinquantina con i loro uomini. Ora la mia vita valga qualche cosa ai tuoi occhi…

Gli inviati di Acazia subiscono la sorte del fuoco di Dio perché non riconoscono la sua autorità, essendo semplicemente aggiogati a quella del re. Il terzo ufficiale, invece, che riconosce l’autorità – o meglio l’autorevolezza – di Elia, salva la vita sua e dei soldati: ma non per intervento di Elia né per il fuoco del cielo, semplicemente perché questi soldati devono capire che bisogna obbedire a Dio, non agli uomini. Difatti Elia obbedisce alla parola dell’angelo del Signore e scende dal monte.

E poi l’ultimo racconto (cfr. 2 Re 2, 1-13): non si parla certo della morte di Elia; è un’estasi che lo toglie dalla vita.

Elia: dall’iniziativa all’ascolto
Ciò che possiamo imparare da un Elia trasformato dalla Parola è questo: a permettere che il cammino non rimanga interrotto, ma proceda, anche se con un orientamento diverso, è solo un ascolto profondo, che sempre coincide con una disposizione accogliente dei piccoli e grandi eventi della nostra storia. È in essi che ci è data la possibilità di ripulire occhi, mente e cuore per avvicinarci al Signore. Forse l’umiltà è cogliere quanto il Signore sa trasformarci il cuore in certi momenti: allora si finisce con l’assumere la propensione ad essere spontaneamente trasmettitori del messaggio di Dio che si traduce sempre in un’attenzione: attenzione alle persone e al loro vero bene.

Profeta è chi ha la consuetudine a cogliere questa priorità di valori all’interno delle più diverse situazioni: ormai il cuore è "messo-sotto" al vaglio della Parola, allenato a dire sì ad una missione. Che è il vero senso dell’obbedienza nella vita monastica, icona di ogni avventura umana più o meno "sotto-messa" a ciò che la storia riserva a ciascuno.

Ad uno sguardo non viziato dalle proprie pretese, è più facile scorgere nella propria storia le tracce del passaggio di Dio: Dio interpella ciascuno in maniera originale, un’unica maniera con la quale più volte si ripresenta lungo il cammino. Come Elia, giungiamo a dare il nome di Dio a queste tracce solo quando Lui irrompe nella nostra vita in maniera davvero imprevedibile, cambiandoci il cuore.

Allora il cammino non viene più letto secondo dei canoni puramente cronologici: non si cammina più per soddisfare la propria sete, ma unicamente per cercare il Dio vivo e vero. Si cammina nel tempo ma oltre il tempo: nella continua con-versione non ad un luogo, ma ad un nuovo modo d’essere.

Elia: il cammino che vince il tempo
Quello di Elia è davvero un cammino che vince il tempo, che va contro il flusso del tempo. Se il cammino del tempo, il cammino del sole, va verso occidente, quello di Elia invece va verso oriente: è una rinascita.

È la geografia del viaggio che suggerisce questo itinerario interiore, fino a culminare nelle due esperienze dell’Oreb – il punto più alto della terra – e del Giordano – il punto più basso -. Nella prima parte del suo viaggio Elia si trova sul monte Carmelo, a Nord-Ovest, proprio sulla costa del Mar Mediterraneo; nella seconda parte, sul monte Oreb, a Sud; oltre Bersabea; nella terza parte, sul monte del deserto di Damasco, cioè a Nord-Est; la quarta parte è invece una discesa progressiva dai monti di Samaria verso la valle del Giordano, cioè verso Est.

Andare verso Est è anche percorrere un cammino contrario rispetto a quello di Israele: Israele è entrato in terra di Canaan attraversando il Giordano, ma passando da Est verso Ovest; Elia invece va in direzione opposta. Queste notazioni non sono evidenti a prima vista, ma il narratore biblico le sfrutta nel contesto di una cultura che non si serve di categorie teoretiche, ma dell’osservazione della natura come convalida di un percorso interiore.

Elia: un pellegrinaggio interiore
Puntualizziamo un altro particolare che fa del libretto di Elia un’esperienza spirituale di comunione con Dio: il suo percorso interiore, appunto.

Nel Santo dei Santi di Gerusalemme vi era soltanto l’Arca dell’Alleanza con le due Tavole della Legge: questo almeno nel primo Tempio; nel secondo Tempio non v’era nulla. Il racconto di Elia è una sorta di entrata nel santuario, è una trascrizione narrativa del santuario di Gerusalemme, è per così dire la mappa del pellegrinaggio interiore incontro al Dio vivo e vero. Al centro non ci può essere quindi che il silenzio, svuotato come il santuario di Gerusalemme.

L’interiorizzazione di questo santuario significa che uno, dopo l’incontro con Dio, esce dal santuario, guarda verso il monte degli Ulivi, cioè verso Est: proprio come Elia che, scendendo, va verso Est. La spiritualità del Tempio di Gerusalemme viene dunque recuperata, anzi immedesimata nel cammino di Elia: non è quindi "snobbata", ma approfondita.

Per Elia come per noi: un’unica missione
Elia sembra suggerirci che la salvezza non si trova necessariamente in un santuario inteso come un luogo pre-fissato, ma è la forma dinamica della nostra interiorità sempre in cammino alla ricerca del Dio vivente. Il vero luogo sacro è l’interiorità della persona: non c’è bisogno di un pellegrinaggio al santuario di Gerusalemme, perché il santuario è dentro e viene visitato interiormente.

Anche per noi, quindi, non si tratta di offrire qualcosa che in fondo è compimento di una nostra voglia che ci fa ancora protagonisti e ci costruisce fuori da noi stessi. Si tratta invece di offrire una assoluta disponibilità a servire, che è espressione di una realtà interiore densificata, non aggrappata alle "cose penultime" ma sorretta da uno sguardo di fede, speranza e amore proteso alle "cose ultime".

In questo senso forse potremmo quasi cogliere un anticipo dell’annuncio evangelico. Viene infatti immediato il rimando all’espressione che Giovanni attribuisce a Gesù: né sul Garizim, né a Gerusalemme adorerete Dio, ma il Padre si adora in spirito e verità (cfr. Gv 4, 20-24).

Non potrebbe essere questa la missione a cui ogni uomo, più o meno consapevolmente, è sotto-posto?