Resistenza e resa: uno "stile" di vita per la missione

Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" novembre 2002

In questo numero prendiamo in considerazione i racconti di 2Re 1 e 2Re 2: accompagniamo l’avventura di Elia che a poco a poco abbandona la logica del potere per assumere quella della fede, nella lotta che continuamente lo chiama a resistere a sé per ar-rendersi a Dio.

Elia e acazia

Allora [Acazia] gli mandò il capo di una cinquantina con i suoi cinquanta uomini. Questi andò da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: "Uomo di Dio, il re ti ordina di scendere!". Elia rispose al capo della cinquantina: "Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta". Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò da lui ancora un altro capo di una cinquantina con i suoi cinquanta uomini. Questi andò da lui e gli disse: "Uomo di Dio, il re ti ordina di scendere subito". Elia rispose: "Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta". Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò ancora un terzo capo con i suoi cinquanta uomini. Questo terzo capo di una cinquantina andò, si inginocchiò davanti ad Elia e supplicò: "Uomo di Dio, valgano qualche cosa ai tuoi occhi la mia vita e la vita di questi tuoi cinquanta servi. Ecco è sceso il fuoco dal cielo e ha divorato i due altri capi di cinquantina con i loro uomini. Ora la mia vita valga qualche cosa ai tuoi occhi".

L’angelo del Signore disse a Elia: "Scendi con lui e non aver paura di lui". Si alzò e scese con lui dal re e gli disse: "Così dice il Signore: Poiché hai mandato messaggeri a consultare Baal-Zebub, dio di Ekròn, come se in Israele ci fosse, fuori di me, un Dio da interrogare, per questo, dal letto su cui sei salito non scenderai, ma certamente morirai". Difatti morì, secondo la predizione fatta dal Signore per mezzo di Elia e al suo posto divenne re suo fratello Ioram, nell’anno secondo di Ioram figlio di Giòsafat, re di Giuda, perché egli non aveva figli" [2Re 1, 2-17].

In questo episodio, per tre volte un sergente con cinquanta uomini viene mandato da Elia per convincerlo a scendere. La risposta del profeta stravolge la parola del re: il re manda questi messaggeri perché facciano scendere l’uomo di Dio (ish Elohim), Elia invece fa scendere il fuoco di Dio (esh Elohim).

Questo rivela come il profeta sia ancora tentato di dimostrare con la potenza la verità del suo Dio: la verità non ha bisogno di im-porsi né di contra-pporsi ad alcuno. È la mentalità di Elia che non si è ancora del tutto riscattata da quella voglia di autonomia, anche nel bene, che permea le radici del suo essere uomo, ma gli impedisce di rispondere veramente a ciò che Dio gli chiede.

Ancora una volta è consolante ritrovare in Elia tutte le ambiguità e i meccanismi più tipici e ricorrenti nel cuore umano: spesso, infatti, anche noi facciamo tanta strada e davvero arriviamo a maturare un certo comportamento evangelico… ma davanti ad una particolare provocazione torniamo ad affrontarla con i nostri vecchi criteri e re-agiamo con i mezzi propri dell’affermazione di noi stessi. Accade ogni volta che cediamo alla tentazione di imporre soluzioni già pronte e adeguate al nostro criterio, invece che accostarci con trepidazione alla complessità dei problemi che la realtà ci pone davanti.

La trappola del potere

Al centro del racconto, tuttavia, sta la diversità di comportamento dei tre sergenti. I primi due si comportano alla stessa maniera: arrivano da Elia e proclamano l’ordine del re, che il profeta stravolge. Il terzo, invece, si presenta con un atteggiamento diverso: non porta in primo luogo il comando del re, ma immediatamente riconosce l’autorevolezza di Elia. Gli si prostra davanti, infatti, e lo definisce "uomo di Dio": è vero che l’espressione è usata anche dagli altri sergenti, ma in questo caso il vedere in lui il rappresentante della parola di Dio implica anche la consegna della decisione, a scapito dell’ordine di Acazia. E scendendo Elia obbedisce non al re, ma "all’angelo del Signore".

"La mia vita valga qualche cosa ai tuoi occhi": questo capo è come se interpellasse il profeta sulla natura del suo Dio. Si tratta di un Dio per la distruzione o per la vita? E l’angelo del Signore è quella voce interiore che suggerisce il discernimento in qualsiasi scelta: il Signore è sempre il Signore della vita. Eppure, davanti alla libertà dell’uomo che non cambia orientamento, che non cambia il suo dio o gli idoli cui si aggrappa, allora è impotente: difatti Acazia muore. Ma il capo e la sua cinquantina sono salvi: segno che la salvezza è oltre l’istituzione, oltre le logiche della carne, cioè delle contrapposizioni di potere. La logica della fede è quella che fa resistere trepidanti dentro le situazioni complesse della realtà, esponendo in semplicità il proprio bisogno.

Il momento più luminoso è la resa: ciò che rende grande l’uomo è il riconoscimento delle insidie carnali che abitano il proprio cuore, la resa che conduce alla sotto-missione all’unico Dio e al suo progetto sulla propria vita. Capire e realizzare questo progetto è la fatica quotidiana di ciascuno.

 

Elia ed eliseo

Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Galgala con Eliseo. Elia disse a Eliseo: "Rimani qui perché il Signore mi manda fino a Betel". Eliseo rispose: "Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò". Scesero fino a Betel. I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: "Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?". Ed egli rispose: "Lo so anch’io, ma non lo dite" [qui Borgonovo preferisce tradurre "Lo so bene: silenzio"]. Elia gli disse: "Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico". Quegli rispose: "Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò". Andarono a Gerico. I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?". Ed egli rispose: "Lo so anch’io, ma non lo dite". Elia gli disse: "Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano". Quegli rispose: "Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò". E tutt’e due si incamminarono. Cinquanta uomini tra i figli dei profeti li seguirono e si fermarono a distanza. Loro due si fermarono sul Giordano [2Re 2, 1-7].

In questo episodio i protagonisti sono principalmente Elia ed Eliseo, cui si aggiungono vari gruppi di profeti. Tutto viene considerato dal punto di vista del discepolo: che cosa deve fare il discepolo nei riguardi della vita di Elia?

Il quadro si svolge in tre momenti che si ripetono in maniera simile, a suggerire le varie tappe del discepolato. Se noi conoscessimo che cos’era il santuario di Galgala, il santuario di Betel, il santuario di Gerico, e che cosa rappresentava il santuario del Giordano o almeno quale spiritualità era legata più concretamente a questi quattro luoghi, forse riusciremmo a capire meglio anche il senso di queste tappe. La valenza generale, comunque, è che Betel si trova in alto, sulle montagne di Samaria, Galgala pure, poi progressivamente si scende: dall’alto verso il basso. Solo chi raggiunge il punto più basso può effettivamente compiere il passo di Elia. È il punto dell’umiliazione: un prendere contatto con la realtà della nostra terra (humus). Vuol dire che l’insignificanza della nostra storia è il luogo dell’interiorizzazione, a patto che ad essa ci si abbandoni con fedeltà.

L’itinerario fondamentale

L’itinerario di ogni discepolo è un cammino verso quel qol demama daqqa che è l’esperienza fondamentale: da vivere non nell’esteriorità di un’imitazione formale, ma nell’interiorità, svuotando progressivamente la propria vita per arrivare al silenzio pieno.

È il senso di quella risposta che Eliseo dà ai profeti ad ogni incontro: "Silenzio!". La sospensione, cioè, di qualsiasi interpretazione, per attraversare il mistero: l’unica certezza che il discepolo possiede è il deposito ricevuto dal maestro; così come per Elia, il maestro, l’unica consolazione è credere che un altro possa continuare il suo cammino.

Ogni situazione che ci colloca nell’incomprensione è svuotamento. È una realtà che coinvolge tutti, ciascuno in maniera diversa e particolare: è come la via personale che il Signore traccia per ogni persona. Non accettarla e ripiegarsi con nostalgia sulle proprie sicurezze è sottrarsi alla possibilità dell’incontro con il Dio vivo. Accogliere la storia che ci è data, senza confrontarla con quella degli altri, diventa allora l’unica via per non sostare a guardare il passato e proiettarsi invece verso il futuro: quello delle promesse di Dio e non dei nostri desideri…

Ogni itinerario spirituale si compie nel passaggio dalle proprie certezze alla precarietà dell’esistenza. Questo è ciò che porta a guardare in alto, a implorare, mentre ci si dona giorno per giorno. Solo così ogni eventuale approdo può diventare l’inizio di un nuovo cammino.

Elia e il mantello

Elia prese il mantello, l’avvolse e percosse con esso le acque che si divisero di qua e di là. I due passarono sull’asciutto. Mentre passavano, Elia disse a Eliseo: "Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia rapito lontano da te". Eliseo rispose: "Due terzi del tuo spirito diventino miei". Quegli soggiunse: "Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso. In caso contrario non ti sarà concesso".

Mentre camminavano conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: "Padre mio, padre mio, cocchio di Israele e suo cocchiere". E non lo vide più Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. Quindi raccolse il mantello che era caduto a Elia e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. Prese il mantello che era caduto a Elia e colpì con esso le acque, dicendo: "Dov’è il Signore Dio di Elia?". Quando ebbe percosso le acque, queste si separarono di qua e di là. Così Eliseo passò dall’altra parte [2Re 2, 8-13].

Nella scena il centro è dominato dal mantello di Elia. L’esperienza mistica giunge qui al suo momento cruciale: è stata preparata fino a questo punto e i due ora, maestro e discepolo, possono attraversare il Giordano grazie al mantello.

Il dialogo tra maestro e discepolo e l’esperienza finale di Elia avvengono durante l’attraversamento, che però non viene completato: è un attraversamento ideale, quello dell’esperienza mistica, appunto.

"Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia rapito lontano da te": la domanda di Elia ha valore iniziatico. La richiesta di Eliseo è esigente, perché non chiede solo di essere discepolo, ma di essere il primo discepolo: "due terzi del tuo spirito diventino miei". Quest’espressione in ebraico suona letteralmente "bocca di due" e indica la doppia misura del primogenito, in riferimento alle leggi riguardanti l’eredità secondo le quali il primo figlio ha diritto al doppio rispetto agli altri.

Elia sottolinea il peso della richiesta e dà una risposta che ha valore universale: l’unica condizione perché tutti possano essere "il primo discepolo" sta nello sperimentare la visione del maestro, nel seguirlo nella sua via mistica. Infatti Eliseo vede l’estasi di Elia, anche se il suo modo di interpretarla si rivelerà scorretto.

 

Nell’affidamento, la missione

Come Eliseo, anche noi chiediamo al Signore di essere confermati nella verità. La domanda è esigente e difficile e la risposta rimanda sempre alla propria responsabilità: "se mi vedrai…" diventa per noi "se seguirai gli orientamenti, se proseguirai il cammino…" allora "sentirai il profumo del mio mantello", cioè continuerai la mia missione! Allora l’attraversamento da continuare e mai compiuto fino in fondo avviene durante una vita: non si tratta di un episodio da ripetere, ma di un’avventura da vivere. È l’attraversamento di chi, avendo creduto, s’imbarca, rinunciando a cercare certezze con la testa, ma affidandosi con il cuore, sempre aperto alla dedizione all’altro.

Ogni volta che, come discepoli, sentiamo il bisogno di continuare la missione di altri, dobbiamo avere la consapevolezza che non occorre imitare delle fattezze interiori, ma solo comunicare con la stessa pregnanza lo stesso messaggio del maestro. Condizione perché questo sia possibile è l’assunzione del suo itinerario, lasciandolo nel mistero: assumerlo, mantenendo la propria identità senza con-fonderla: i due terzi dello spirito di Elia.

Sarà il compito di Eliseo…