Nella notte obbedienziale, la nascita dell’uomo nuovo:
la Parola del Signore incarnata nella persona
Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" ottobre 2002
In questo numero prendiamo in considerazione i racconti di 1Re 19 (un episodio scandito in tre momenti) e 1Re 21: finalmente Elia supera la propria logica mondana per assumere le esigenze della Parola.
Un grembo per l’uomo nuovo
Ripartiamo da quella scena centrale che segna il punto di cambiamento nella vita di Elia – l’incontro con il Dio vivente sull’Oreb – per orientare la lettura degli episodi che ne seguono.
È importante infatti sottolineare alcune localizzazioni che hanno profondo valore simbolico circa il come e il dove è avvenuta l’esperienza del profeta: di notte, nella caverna.
Questo dice l’esigenza di una "regressione nell’interiorità". Elia, in un cammino secondo lo Spirito, arriva a capire come, nell’esprimere continuamente tutte le proprie potenzialità anche per dire un amore, si resta in superficie, laddove l’eccedenza dell’io diventa protagonismo.
In contrapposizione alla visione solare, chiara e distinta, che la nostra umanità ricerca continuamente come spazio di sicurezza, Elia si ritrova a muoversi nella notte: una notte in cui davvero non c’è luce, notte che non diventa giorno – inesorabilmente rimane tale -, eppure ha in sé un’illuminazione tutta particolare, comunque diversa da quella che ci aspetteremmo nella luminosità del giorno.
Così la caverna. È come un grembo che genera una conoscenza di tipo diverso, conoscenza interiore, intima, "mistica"… che genera l’uomo nuovo, quello che esce dagli anfratti del proprio io, delle proprie logiche umane, per affidarsi unicamente alla luce della Parola.
Queste due caratterizzazioni servono a dare valore all’esperienza che cambia la vita di Elia, rendendola ora non più la vita dell’eroe, ma quella del ricercatore di Dio, nell’intimità: colui che ripone il senso della propria vita non nelle cose che fa, ma nella ricerca che vive.
Una luce "nascosta"
Spesso anche per noi le cose più belle, quando avvengono, sono fasciate nell’oscurità e nella lentezza dei percorsi dell’uomo nella storia. Proprio per questo sono richiesti occhi che perforino il buio, che sappiano dar ragione all’insensatezza del quotidiano; occhi di fede così ingrossati nell’incessante scrutare la realtà, da compromettere addirittura l’armonia di una figura dalle giuste proporzioni: proprio come avviene nella civetta, simbolo caro a tutto il monachesimo che "per professione" vive di fede.
Si tratta di saper dimorare nella notte, anziché censurarla: è prendere consapevolezza che la ragione non basta a sé stessa e accettare l’interpellazione alla nostra consegna, una consegna che sa cercare la propria luce non tanto nei convincimenti dell’oggi, ma in un oltre che polarizza ogni nostra tensione. Allora la notte diventa "notte obbedienziale", grembo per l’uomo nuovo.
Elia ed Eliseo
Partito di là, Elia incontrò Eliseo, figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Egli, passandogli accanto, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia dicendogli: "Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò". Elia disse: "Vai e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te". Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise. Con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio [1Re 19, 19-21].
La scena interviene improvvisamente: la sorpresa è un elemento ricorrente in tutto il libretto di Elia, che il narratore usa per colpire il lettore e provocarlo a pensare.
L’episodio si svolge in tre brevissimi momenti.
Elia sceglie Eliseo: la trasmissione della Fede
Il primo momento inizia con una notazione molto importante: "partito di là". Non si tratta solo di un movimento, ma propriamente del cambiamento di Elia. Dall’esperienza dell’Oreb in poi, infatti, egli si muove verso un altro modo di essere, si è generata in lui una nuova configurazione interiore che si attua in un rovesciamento di prospettiva: è giunto il tempo di nuove decisioni concrete.
Elia trova Eliseo durante il suo lavoro agricolo e precisamente nel momento della aratura. È il momento dell’espressione della potenza dell’uomo, della sua capacità di produrre, di fare, di agire… Eliseo si trova in questa situazione: è lui che ora deve accettare di rinunciare alla sua forza per entrare al servizio di Elia.
Significativo anche il riferimento alle "dodici paia di buoi". Il numero dodici richiama le dodici tribù di Israele e di Eliseo si dice che è "dietro il dodicesimo paio": questo starebbe a significare la sua appartenenza alla storia di Israele, storia della rivelazione di Dio. Eliseo, cioè, conosce già il Dio dell’Esodo, appartiene già fino in fondo a quel Dio.
A dire il vero, nel testo non è esplicitato il tipo di animale domestico: si parla soltanto di dodici paia. Occorre tener presente che in Israele non si usava il bue per arare (cfr. Lev 21); tutt’al più poteva trattarsi di tori. Ma il toro, nel linguaggio biblico, indica generalmente la forza di Baal: la religiosità di Baal era legata alla fecondità, alla fertilità. Forse il narratore vuole dirci che Eliseo deve superare anche questa forma di religiosità legata alla forza e alla potenza.
È la sfida della sequela: vincere l’insidia di salvarsi con le "proprie possibilità", a cui normalmente e legittimamente tutti ci aggrappiamo, ma che ci chiudono nelle nostre sicurezze e in-sicurezze, impedendoci l’apertura alle "possibilità di Dio". Solo quest’orientamento, invece, permetterebbe il salto di fiducia che ci consegna agli orizzonti "impossibili" del Dio vivente, sempre oltre qualsiasi nostra aspettativa.
Elia in dialogo con Eliseo: la trasmissione dell’Amore
Il gettare il mantello addosso a Eliseo è il gesto con cui Elia coinvolge il ragazzo nella sua avventura. Eliseo comprende questo come segno di una nuova appartenenza e si sente necessitato a chiedere l’abbandono della famiglia, il congedo dai suoi: questo è il vero senso della sua domanda, non quello della richiesta di una concessione o dell’espressione di un atteggiamento di indecisione.
E anche la risposta di Elia è da interpretare con attenzione: egli non esprime il timore che Eliseo non ritorni a lui, ma la consapevolezza della radicalità di ciò che chiede. Sa che sta chiedendo di tagliare i ponti definitivamente con una famiglia per abbracciarne un’altra. È come se Elia affermasse che c’è ormai un’altra parentela, un altro modo di essere "famiglia": non più il clan familiare, ma un nuovo servizio unicamente legato al maestro.
Per questo Borgonovo propone di tradurre meglio così: "Va’, torna dai tuoi, perché questo ho fatto a te". Il profeta dunque non avrebbe tanto il timore di una "di-missione" del discepolo, ma piuttosto esorta egli stesso a quel gesto di congedo che sarà all’origine della sequela, a fondamento della nuova "missione" a cui è chiamato.
Eliseo segue Elia: la trasmissione del "servizio"
Eliseo si decide: va, taglia col proprio passato, al punto che brucia gli attrezzi di lavoro per condividere il cibo e congedarsi in questo modo definitivamente da quelli del proprio clan.
"Entrando al servizio di Elia"… indica quell’atteggiamento di obbedienza del discepolo o, più in generale, l’obbedienza che colui che percorre la via di Elia deve ritrovare, per vivere fino in fondo la sua avventura incontro al Dio vivente. Essa esprime non tanto una formalità esteriore, ma piuttosto la piena adesione interiore alla via del maestro. La sintesi che ne viene è necessariamente il "mettersi a servizio": la sequela di un maestro.
È ciò che vale anche per noi. Senza un ascolto che diventa operativo, non realizziamo e non traffichiamo la luce che di volta in volta il Signore ci mette nel cuore: nella trama del nostro quotidiano come ad ogni svolta importante del nostro cammino.
Elia e Acab
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita: Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria. Ecco: è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso. Gli riferirai: così dice il Signore: hai assassinato e ora usurpi. Per questo dice il Signore: nel punto ove lambiranno il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue". Acab disse a Elia: "Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico" [1Re 21, 17-20].
Qui Elia non è il protagonista: questa volta egli è davvero e soltanto espressione viva della Parola di Dio. Se ripensiamo al profeta degli episodi precedenti, il profeta che parla prima di avere ascoltato, che dice quello che avrebbe dovuto dire il Signore, ecc.… ci accorgiamo ora di un Elia tutto diverso: effettivamente "nascosto" dietro la Parola di Dio. Non compare neppure, infatti, per riferirla, ma alla parola del Signore segue immediatamente la risposta di Acab: Elia e la Parola sono la medesima cosa. Non c’è più un eroe a far da diaframma tra la Parola e l’uomo: c’è ormai un profeta – che sta davanti alla Parola, come uomo.
In realtà – tieni bene presente prima di ascoltare le parole – nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli di Israele.
Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. Il Signore disse a Elia il Tisbita: "Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio" [vv. 25-29].
Elia, testimone della Speranza
In questo brano Acab figura come il peccatore empio che si converte: è un particolare di grossa rilevanza. Il Libro dei Re, infatti, nell’insieme sottolinea che il peccato provoca sciagura – i Re grandi peccatori, primo fra tutti Acab, avevano provocato la sciagura di Samaria -. Il libretto di Elia, al contrario, ci trasmette un messaggio positivo: in qualsiasi situazione di partenza ci si trovi, la con-versione è sempre possibile. Perché è la salvezza a venirci incontro: ogni "salvato" è una risposta onesta a questa salvezza.
Che riscatta, è la consapevolezza di un bene più grande di tutte le ambiguità e le contraddizioni che abitano il cuore, un bene da ri-conoscere e da accogliere in una continua con-versione: dagli orientamenti egocentrici a quelli eccentrici. È questo il pentimento di Acab, espressione di una consegna avvenuta, sentita e personale. Occorreva accettare di lasciarsi provocare dalla parola del Signore. E la Parola del Signore è sempre incarnata: la Parola incarnata da Elia è ciò che cambia la vita di Acab.
Così per ciascuno di noi, la Parola che ci provoca è sempre incarnata da qualcuno che incontriamo sulla nostra strada: qualcuno che trasmette, nella trasparenza della sua vita, una luce – l’eccedenza di luce che ha in sé, che inevitabilmente "deborda" dai confini della propria interiorità per investire tutto ciò che, attorno, pare avvolto nella notte.
È questo il testimone che ciascuno di noi è chiamato a diventare, così come lo è stato Elia. Attraverso un’esistenza significativa, capace di suscitare domande, perché proiettata oltre l’idolatria dei programmi dell’io e consegnata al progetto del Dio vivo che è Vita per tutti. È il travaglio di ognuno: vedremo come Elia l’ha vissuto nel proseguo della sua avventura…
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