ELIA: dalla ricerca… al dono

Un cammino per ogni uomo

L’esperienza cruciale dell’uomo: la crisi della consapevolezza
Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" gennaio 2002

Elia: una figura di spicco
Elia è una figura di grande peso in tutta la tradizione profetica, per quanto la sua esperienza sia stata un po’ dimenticata, sia nella tradizione ebraica sia in quella islamica e cristiana. L’ultimo dei profeti, Malachia, nella disposizione della Bibbia greca, chiude il Primo Testamento con queste parole: Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio (Ml 3, 23-24).

Eppure, la presenza di Elia nella Bibbia sembra essere legata solo ad alcuni episodi che difficilmente vengono compresi nell’insieme di un unico itinerario. I racconti a lui dedicati, infatti, sono spesso considerati incongruenti: con doppioni, inesattezze, salti logici che non hanno a che fare con un racconto vero e proprio. Tanto più che la sua figura è avvolta nel mistero: compare all’improvviso e scompare in modo altrettanto misterioso… (cfr. 1Re 17,1, 2Re 2,1-18).

Forse questo può già interrogarci: dove collocare il vero spessore di una persona, se non nella sua interiorità? Dove collocarci noi, tra le voglie di protagonismo e la fame di senso che si contendono il nostro cuore? È quello che cercheremo di scoprire insieme accompagnando Elia…

La prefigurazione del cammino di Elia: struttura dei racconti
I racconti riguardanti Elia sono molto ricchi dal punto di vista linguistico. La loro struttura ha una precisione quasi geometrica, sempre imperniata su un elemento numerico ricorrente: i momenti cruciali in ogni episodio sono tre… più il quarto; e quando sono solo tre dobbiamo domandarci: "Attenzione: siamo soltanto in una fase interlocutoria, ci manca ancora il punto di arrivo".

Già in questo modo di procedere possiamo ritrovare tutta la problematicità di un itinerario, di una proposta di vita valida anche per noi…

Elia svuotato nel silenzio
Se vogliamo partire dal cuore, dal centro dell’avventura di Elia, ci incontriamo con il momento più peculiare della sua vita: l’esperienza cruciale che lo pone di fronte al mistero che Dio è nella vita di ogni uomo (cfr. 1Re 19, 9ss.).

Qol demama daqqa (1Re 19,13): è un enigma quello in cui ci imbattiamo, a partire dalle numerose e diverse traduzioni.

La LXX, per esempio, la traduzione greca fatta già a partire dal III sec. a. C., traduce con "la voce di una brezza leggera". La Vulgata, un po’ a seguito della LXX, su questo punto dice: "sibilus aurae tenuis". La Siriana: "il suono di una debole parola". Il Targum, che è la versione aramaica della tradizione ebraica, dice: "la voce di coloro che lodano Dio nel segreto".

E questa difficoltà di traduzione continua nelle versioni attuali. La Bibbia CEI dice: " il mormorio di un vento leggero". La Bibbia Vaccari – quella del Biblico – dice: "nel silenzio, un leggero mormorio". La Bibbia TOB: "il fruscio di un silenzio leggero"…

Se tutti danno una traduzione diversa, è perché c’è qualcosa che non va, che non è capito, oppure che in qualche modo crea problema. In realtà, i tre termini ebraici sono chiari, presi a sé stanti.

Qol è "la voce", ogni forma di voce. In ebraico qol è il tuono, ma anche la voce umana o un rumore.

Demama indica "la calma", anzi, più precisamente "il silenzio". Damamam è proprio l’essere calmo o il divenire silenzioso, immobile.

Daqqa significa propriamente "stritolare, ridurre in polvere". È ad esempio il verbo che viene usato per la manna, stritolata per essere impastata; oppure per le spighe svuotate.

La voce di un silenzio svuotato, allora, è la voce di un silenzio che non è il silenzio casuale o il silenzio fisico e nemmeno il silenzio che noi possiamo cercare, quello che ci è necessario per orientare le nostre potenzialità vitali… È, invece, un silenzio ulteriormente svuotato: quello che rimane, davanti al cumulo di macerie che ognuno scopre dentro di sé quando si arrende al mistero.

Questo è il silenzio più vero che anche una monaca ricerca ogni giorno nel tessere le sue relazioni con Dio, con i fratelli, con la realtà tutta… Ma, nel profondo, ognuno ha un luogo in cui confluisce tutta la sua storia, visibile solo da chi la vive. Zona fragile, dove si percepiscono solo parole indicibili: una parola debole, voce di silenzio svuotato.

Elia in cammino… verso "la" domanda
In quelle tre parole è racchiusa l’esperienza cruciale di Elia, quel giro di boa che segna la conversione radicale del personaggio. Questo, nella descrizione dell’esperienza dell’Oreb, è il quarto momento. Qui il racconto si fa più sobrio,, quasi a indicare con il linguaggio stesso il tentativo di svuotamento, di essenzializzazione.

Un vento grande e forte che spacca le montagne e spezza le pietre: non nel vento il Signore (v. 11). E dopo il vento un terremoto: non nel terremoto il Signore (v. 11). E dopo il terremoto un fuoco: non nel fuoco il Signore (v. 12). E dopo il fuoco, una voce di silenzio svuotato (v. 12).

Tre momenti di preparazione, il quarto decisivo. Tre momenti che esprimono già da subito la caratterizzazione di un’esperienza che non è fisica, ma spirituale. Fino a quella voce di silenzio.

Si tratta di un paradosso che esprime un moto d’animo. Mentre, però, i primi tre sono tutti elementi oggettivati, parte della creazione, il quarto si distingue. Non si dice, infatti, che il Signore è nel silenzio: sarebbe stato formulare ancora una separazione… tutto è invece unificato.

Ciò significa che questo non è ancora l’approdo finale del cammino di Elia, non si è propriamente in presenza di una teofania. È l’incontro con una domanda: "Il Signore dov’è?".

Come a dire che, dopo aver fatto tutto quello che si poteva per portare a compimento la propria avventura, il momento della "svolta" interiore - per Elia come per noi - è quello in cui non quadra niente: rimane solo "la" domanda.

La consapevolezza di un "altrove"… per Elia come per noi
Nel nostro cammino verso la compiutezza, questi tre momenti vanno sempre riconosciuti: sono il nostro camminare con le possibilità che abbiamo tra le mani, un cammino che ha sempre un rimando ad un "oltre". Cogliere tale rimando significa non restare aggrappati alle proprie ragioni – svuotarsene, appunto – nella consapevolezza che il Signore non è nelle cose immediatamente a noi confacenti: è altrove.

Occorre il coraggio di un "salto": dalla logica della carne alla logica dello spirito. Un di più di fede, per buttarsi dentro quel vuoto, che è lo svuotamento di sé e ha i tratti di un Volto, e gettare così la disperazione in un abbraccio di misericordia.

La compagnia del Signore è la consapevolezza del proprio niente sorretto dal Suo tutto: non ci sono altri appigli, se non la fiducia che anche lo svuotamento, nelle Sue mani, avrà un senso.

La risposta è sempre "altrove": oltre tutti i bisogni contradditori del nostro cuore, che mai possono far tacere la tensione più profonda che ci conduce: quella verso la compiutezza, il "tutto unificato" che abita il nostro "niente".

È quello che S. Giovanni della Croce ci lascia come memoria viva di un incontro che avviene solo in un momento di smemoratezza di sé…

Para venir a gustarlo todo,
no quieras tener gusto en nada.

Para venir a poseerlo todo,
no quieras poseer algo en nada.

Para venir a serlo todo,
no quieras ser algo en nada.

Para venir a saperlo todo,
no quieras saber algo en nada.

Para venir a lo que no gustas,
has de ir por donde no gustas.

Para venir a lo que no sabes,
has de ir por donde no sabes.

Para venir a lo que no posees,
has de ir por donde no posees.

Para venir a lo que no eres,
has de ir por donde no eres.

Per assaporare tutto,
non aver gusto in cosa alcuna.

Per possedere tutto,
non possedere nulla di nulla.

Per essere tutto,
sii nulla di nulla.

Per sapere tutto,
non voler sapere niente di niente

Per giungere a ciò che non godi,
devi passare per dove non ti aggrada.

Per apprendere ciò che non sai,
cammina per quello che ignori.

Per ottenere ciò che non possiedi,
è necessario che passi per quel che non hai.

Per diventare quello che non sei,
devi andare per dove non sei.

[1Subida, 13,11; trad. a cura dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi]