Il mistero nella vita dell’uomo: la crisi come esperienza mistica

Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" marzo 2002

Elia in bilico su un crinale

Elia va all’Oreb (cfr. 1Re 19,9 ss.) per mettere alla prova il Signore e avere una teofania come Mosé (cfr. Es 19). Qui però non trova una teofania: trova invece un’esperienza mistica.

Il momento centrale di questa esperienza mistica è contemporaneamente il punto di arrivo di un cammino e il punto di partenza di un altro: in un certo modo è un dono che coglie d’improvviso Elia nel corso della sua ricerca.

Elia va a cercare qualcosa e trova tutt’altro, ma da qui cambierà vita: non c’è più percezione oggettiva, vi è soltanto la percezione di non percepire - la voce del silenzio -.

È il momento di quello smarrimento che viviamo anche noi quando la percezione della realtà non è misurabile secondo i nostri parametri. Eppure l’imperativo che la coscienza ci pone ci costringe ad affrontare la crisi, nella consapevolezza della necessità imprescindibile di un cambiamento dentro noi stessi: è l’autoreferenzialità a cui l’onestà di una ricerca sempre conduce. A questo punto si rivela indispensabile la figura di qualcuno che conosca quello smarrimento e pure viva con serenità il suo cammino. Un "maestro" che ci assicuri – ci faccia sicuri - che ad ogni svolta il Signore ci aspetta; qualcuno che ci dica "coraggio: non precipiti!". Dell’esperienza di questa solid-arietà si nutre la solid-ità della persona che si muove verso la propria compiutezza.

Elia e la pretesa
Elia vuole in qualche modo risalire all’esperienza di Mosé: va alla montagna di Dio e della tradizione per ritornare alle fonti della rivelazione.

Il suo atteggiamento è quello dell’eroe che vuole provocare il suo Dio dicendo: "Ho combattuto per te, te ne ho scannati quattrocentocinquanta in una volta sola, li ho fatti fuori tutti in nome tuo, sono rimasto da solo… Ma tu dove sei?". Dopo tutto quanto ha fatto, Elia si aspetta almeno un segno da questo Dio. E invece no: Dio si diverte nel lasciarlo solo. Ed Elia va in crisi.

Quasi a dire che la gioia interiore non coincide necessariamente con l’accontentamento di sé: il "fare" contiene spesso l’insidia di un’autogratificazione che si concluda in se stessa, come forma di narcisismo. Fare qualcosa "per Dio" non è ancora consegnarsi al suo mistero: la bontà del nostro cammino non sta nell’efficacia di un grande "daffare", ma nel buttare via tutto per Lui.

Elia conosce l’Altro volto di Dio
Elia va all’Oreb per superare la sua crisi: è alla ricerca del Dio di Mosé perché non lo sente più, perché non lo ritrova e perché, dopo tutto quanto ha fatto, Lui non gli risponde per nulla. Arrivato alla caverna – che era la caverna di Mosé – si aspetterebbe una rivelazione mosaica, che in qualche modo lo ricompensi.

Come se percepisse che la sua vita ha dentro una verità che non si vede e non produce esteriorità: la pro-vocazione sembra essere l’unica via d’uscita dalla crisi. Dio, invece, non risponde: la ricompensa è un silenzio! In realtà, Elia troverà la soluzione nella consapevolezza interiore che è arrivata l’ora di abbandonare un Dio immaginario per affidarsi all’unico Dio vivo e vero.

Per Mosé (cfr. Es 3) c’è un Dio antropomorfico, presente, potente, che si manifesta in vari modi; insomma un interlocutore, che parla faccia a faccia con lui. Per Elia, invece, Dio è oltre. Questo "oltre" è lo spazio dell’esperienza mistica: il mistico ha una qualità di fede che lo pacifica solo nella non-comprensione di Dio, conosciuto come totalmente diverso, il Totalmente Altro.

È il Dio che non risponde alle nostre attese, ma sempre compie le sue promesse. Il suo silenzio è per noi la pena che ci conturba, non tanto per la sua acutezza ma per il suo perdurare: lasciarsene macerare è ciò che a poco a poco trasforma noi stessi e ci fa trepidanti davanti al mistero di Dio.

Elia: una contrazione per un’espansione
L’esperienza dell’Oreb, diventa il punto di partenza per una conoscenza diversa di Dio. Da quel momento in poi, Elia si ritrae nel deserto, si immedesima con la Parola di Dio: non è più condotto dalla volontà di combattere, ma dalla necessità di attendere che Dio parli… prima di parlare lui. All’inizio non era così: Elia si comportava quasi da "apprendista stregone"…

Un po’ come per ciascuno di noi: quando c’imbarchiamo in un’avventura, è l’incoscienza che ci fa essere temerari! Poi, lungo la strada, di nuovo rispunta il bisogno di una conferma della verità della propria vita, che diventi la consolazione del cammino.

Ciò che Elia ci insegna attraverso la scoperta faticosa del Volto Altro di Dio, che non ha contenuti alla nostra portata, è proprio questo: la nostra consolazione profonda non sta nella consapevolezza di come camminiamo, ma nel lasciare sempre più spazio a che Qualcun Altro si esprima dentro di noi. Allora la nostra incompiutezza non è più tribolazione, ma è il linguaggio di una Presenza diversa che ci educa a ritrarci e a trovare in questo la nostra gioia nel quotidiano. Qui sta il segreto della pace…

… Una pace che non nega la fatica della storia, non elimina i conflitti della diversità, non risolve neanche le contraddizioni del cuore… ma è frutto di una consuetudine con la Parola che ci rigenera continuamente dal di dentro e ci aiuta a discernere e a fare armonia tra il nostro anelito più profondo e i moti istintivi della nostra sensibilità.

L’esperienza di Dio, infatti, non è mai un’esperienza asettica, ma la viviamo nel desiderio di amare e lasciarci amare: sempre attraverso i tanti volti che ci è dato di incontrare. L’amore diventa vero quando abbiamo l’umile coraggio di leggere quei volti come di lasciarci leggere a nostra volta. Da qui, da questo tentativo quotidiano, coltivando la consapevolezza che in ogni nostro incontro guardiamo in faccia la faccia del nostro Amore, può attingere quella luminosità che è trasparenza della nostra pacificazione.

Per Elia come per noi: ancorarsi al "centro"!
Elia ci suggerisce la tappa ineludibile di questo percorso: lasciarsi attraversare dal silenzio svuotato per essere liberati dalle nostre pretese… Questo non vuol dire essere passivi nei confronti della realtà: non si tratta di torpore o di inibizione, ma di porsi in ascolto di qualcosa che è "oltre" la nostra voglia di razionalizzare, che anzi la vanifica. È at-tenzione allo stato puro, tensione di tutta la nostra anima, i nostri sensi, la nostra intelligenza, il nostro spirito verso un unico centro. Allora, l’eccedenza dell’intensità porta solo… a fare qualcosa di bello per Dio, che sempre coincide con qualcosa di bello per i fratelli.

Il "c/Centro" che può unificarci, l’unico nel quale possiamo liberamente disporre di noi stessi nella pro-tensione al mistero di Dio è quello di cui ci parla anche Edith Stein rileggendo Il castello interiore di santa Teresa come descrizione di ogni avventura umana, più o meno consapevolmente orientata alla compiutezza.

Il centro dell’anima è il luogo dal quale si fa udire la voce della coscienza, e la sede delle libere decisioni personali. Siccome è di fatto così e nell’unione amorosa con Dio rientra proprio la libera dedizione personale, la sede della libera decisione deve essere al contempo anche la sede della libera unione con Dio. Tenendo presente questo, si spiega anche perché la Santa Madre Teresa (come del resto anche altri maestri di spirito) consideri l’abbandono della volontà a Dio come l’elemento più essenziale dell’unione: l’abbandono della nostra volontà è una cosa che Dio chiede a noi tutti e che noi tutti possiamo realizzare. Esso è la misura della nostra santità. E nello stesso tempo assurge a condizione dell’unione mistica, che non è in nostro potere, ma è invece libero dono di Dio. Ne scaturisce però anche la possibilità di vivere attingendo al centro dell’anima, temprando se stessi e la propria vita pur senza essere favoriti da grazie mistiche.