Il limite che definisce l’uomo: possibilità per essere ri-generati
Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" giugno/luglio 2002
Prendiamo ora in considerazione il libretto di Elia analizzando i diversi episodi della vicenda nell’ordine in cui l’Autore sacro ce li presenta, utilizzando la suddivisione proposta da don Borgonovo: il primo tempo si compone di 1Re 17 (in due episodi) e 1Re 18 (in tre sequenze); il secondo tempo, di 1Re 19 (in un episodio con tre momenti), 1Re 21, 2Re 1, 2Re 2 (in due episodi di tre momenti ciascuno); infine l’epilogo, 2Re 13, 14-18. Man mano inseriremo l’elaborazione emersa dalla lettura comunitaria.
Presentazione di Elia
Normalmente una narrazione inizia con la nascita del protagonista, con la presentazione di lui, dei suoi antenati, del suo luogo di provenienza, dei suoi maestri, delle sue guide… E invece: "Elia il Tisbita, uno degli abitanti di Galaad". Un uomo senza storia, senza un’identità ufficiale: senza alcuna vera presentazione, Elia compare sulla scena all’improvviso e irrompe nel corso della storia dei re come uomo forte, audace, con una profezia minacciosa. Ma nelle sue prime parole è possibile cogliere un sottile umorismo:
Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Galaad, disse ad Acab: "Per la vita del Signore Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io". [1Re 17, 1]
Ma il Signore non ha ancora parlato! Solo dopo gli dirà questa parola: "Vai al torrente Cherit, io ti assicuro il cibo, tu berrai dal torrente".
Il comando viene eseguito: dal torrente Elia beve, i corvi gli portano pane e carne al mattino e alla sera (cfr. v. 6), ma la cosa più importante è la conclusione… Dopo un po’ di tempo il torrente si secca ed Elia non è più in grado di procurarsi da bere! Il Signore si rivela come un pedagogo: insegna al suo uomo che non ci si comporta così. Non è secondo il comando di Elia, ma secondo la volontà di qualcun Altro che l’acqua non viene. Elia deve accorgersene: per questo rimane vittima della siccità da lui stesso decretata.
La scoperta del limite
L’Autore sacro sembra quasi presentarci Elia più nelle sue incoerenze che nella sua trasparenza di profeta di JHVH. Forse perché ciascuno di noi possa riconoscersi in lui e nella sua vicenda. Capita spesso di fare esperienza di un Signore che alle nostre audacie risponda come il grande Assente. Ci sono momenti di grazia, infatti, in cui è facile tradurre l’entusiasmo in uno slancio che confonde il compimento della sequela con la nostra affermazione. Ma quando necessariamente ci imbattiamo nelle nostre incoerenze, proprio lì ci è data la possibilità di riconoscere che dentro di esse permane una chiamata che solo Lui invera, nonostante tutto. Il Signore sembra quasi sussurrarci: "Adesso impari a dipendere da me!". Allora è vero che il nostro entusiasmo si "sgonfia", perché non potendo più fare conto sulle nostre capacità siamo costretti ad affidarci. È vero anche che le nostre attese penultime sono deluse… Eppure possiamo scoprire, proprio per l’onestà della nostra ricerca, che nelle mani di un Altro sta la speranza, al di là di ogni immediato fallimento. A questo punto, cedere alla tentazione del senso di colpa sarebbe come dire un ulteriore "no" a Dio, mentre coltivare il senso del limite potrebbe diventare paradossalmente il primo "sì" davvero trasparente a Lui.
Elia a Sarepta: prima scena
L’episodio è complesso e si articola in due scene diverse: entrambe si svolgono a Sarepta, in territorio di Sidone, con gli stessi personaggi.
Il Signore parlò a lui e disse: "Alzati, va’ in Sarepta di Sidone e ivi stabilisciti. Ecco, io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo". Egli si alzò e andò a Sarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: "Prendimi un po’ di acqua in un vaso perché io possa bere". Mentre quella andava a prenderla le gridò: £"Prendimi anche un pezzo di pane". Quella rispose: "Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo". Elia le disse: "Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra". Quella andò e fece come aveva detto Elia. Essa, il profeta e il figlio di lei ne mangiarono per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciata per mezzo di Elia. [vv. 8-16]
Come si sta comportando Elia: come un autonomo che fa le cose di testa sua, o come un uomo del Signore che parla secondo la parola del Signore? Per rispondere a queste domande dobbiamo stare attenti alle notazioni che il narratore fa: quando parla il Signore, quando Elia, quando Elia esegue un comando del Signore e quando invece agisce di testa sua… Tutto questo è importante per sentire il tenore del racconto e percepirne anche l’umorismo.
Elia è presentato fin dall’inizio in un modo un po’ particolare. Come sempre, gli viene rivolta una parola del Signore e come sempre possiamo notare la differenza tra la parola ascoltata e l’esecuzione.
Egli si alzò, andò a Sarepta… Entrato nella porta della città…: Elia fin qui adempie la parola del Signore. Invece più avanti il Signore dice: Ecco, io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo…Come con i corvi prima, anche qui Dio ha già previsto che una vedova lo sostentasse: la vedova continua ad essere provvidenza voluta da Dio. Ma il profeta trasgredisce il comando: è lui, da quel momento in poi, a stabilire come deve essere sostentato, a gestire insomma i termini del contratto. Non è più ospite ospitato, ma padrone di casa: Prendimi un po’ d’acqua… Prendimi anche un pezzo di pane… Prepara una piccola focaccia per me e portamela….
Questo fa sorridere, soprattutto pensando alla drammaticità della vedova che davvero non ha nulla se non un pugno di farina! In tale situazione Elia diventa ancora più urtante: Non temere, poiché dice il Signore "la farina della giara non si esaurirà"… Ma il Signore non l’ha mai detto: Elia sta facendo una promessa di troppo!
Il limite abitato
Accade anche a noi di trovarci fra le mani la voglia di far vedere che abbiamo una marcia in più, ma questo ha sempre dentro l’accapparramento di una capacità di fare che di fatto è solo di Dio. Anche quando ci troviamo al limite delle nostre possibilità e qui il Signore ci viene incontro, anche allora rischiamo di manipolare il suo intervento, in una contorsione tra ciò che Lui ci fa fare e ciò che invece ci fa dire che l’abbiamo fatto noi. Nella nostra vita c’è sempre la difficoltà di compiere quel salto di qualità che ci faccia rileggere con lucidità le tappe attraverso le quali il nostro cammino si compie: la voglia di accontentare Dio, che dice l’onestà della ricerca, subisce inevitabilmente la prevaricazione del nostro io e può recuperare trasparenza solo nell’umile e incessante riconoscimento del limite che ci costituisce, che è propriamente ciò di cui Dio si serve. Per capire se camminiamo dovremmo chiederci: quante obiezioni ho messo sulla strada del progetto dell’a/Altro, pur di portare avanti il mio?
Il limite con-diviso
Appare immediatamente, da questa scena, la contrapposizione fra la chiusura egoistica di Elia che antepone i suoi bisogni a quelli della donna e di suo figlio, e invece la capacità di dono della vedova. Costei può essere per ciascuno di noi il simbolo della con-divisione, che non è "divisione" del poco che si ha, ma di quel poco diventa moltiplicazione.
È il risultato di un "io plurale", costituito da un tutto che è tanto più ricco quanto più è diversificato: è qualcosa che si crea quando ciascuno è così sereno di essere quello che è, da consegnarsi totalmente alla comunità in cui vive e da essere interiormente necessitato a non esporsi più in proprio ma solo come frammento del tutto! Allora nasce la vera con-divisione, che produce un insieme ben più ricco della semplice somma dei doni di ciascuno.
È interessante che a incarnare questo ideale sia una donna e per di più straniera. La donna, che non aveva diritto di cittadinanza se non accompagnata dal marito – la vedova e l’orfano addirittura non avevano voce in tribunale – diventa il tramite per Elia per conoscere effettivamente la verità della parola del Signore. Attraverso di lei il profeta comincerà a capire che la vera forza sta nella debolezza, non nella potenza… Ma solo quando si troverà sconfitto: finché vince, non capisce!
Elia a Sarepta: seconda scena
In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro. Essa allora disse a Elia: "Che c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?". Elia le disse: "Dammi tuo figlio". Glielo prese dal seno, lo portò al piano di sopra dove abitava e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: "Signore mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?". Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: "Signore Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo". Il Signore ascoltò il grido di Elia; l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere: Elia prese il bambino, lo portò al piano terreno e lo consegnò alla madre. Elia disse: "Guarda! Tuo figlio vive". La donna disse a Elia: "Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca". [vv. 17-24].
Elia sa di essere fuori luogo, di avere preteso troppo: nella preghiera si rivolge infatti a Dio con le parole "Signore mio Dio, forse farai del male anche a questa vedova, persino a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?". Si accorge di essere lui il colpevole e quindi chiede al suo Dio di lasciar perdere quella donna e di punire lui stesso.
Ma il Dio di Elia non è un Dio meticoloso, puntiglioso, che sta a vedere tutti gli sbagli del suo uomo: gli basta che quest’ultimo prenda coscienza di aver sbagliato. La frase finale pronunciata dalla vedova è la chiave interpretativa corretta di tutto l’episodio: Ora so che sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca.
Il limite smascherato
Questo riconoscimento della presenza di Dio in Elia, nonostante tutte le sue opacità, è uno sprone ad andare avanti: Elia appartiene davvero al Signore, ha solo bisogno di purificare la sua voglia di vivere unicamente per Lui. È ancora all’inizio del cammino e ha molta strada da percorrere prima di arrivare all’oblatività, quella maturità spirituale che la vedova, con il suo stesso essere, sa esprimere. Eppure, in quel momento in cui ha l’impressione di aver sbagliato tutto ma sa riconoscerlo, Elia fa esperienza della misericordia del Signore. È questo il momento della vera umiltà, quella che spoglia da ogni protagonismo e nello stesso tempo libera e fa audaci perché non si ha più nulla da difendere.
Lo smascheramento di Elia da parte della vedova è la tappa imprescindibile per questo cammino. E forse corrisponde, per ciascuno di noi, al quotidiano e reciproco smascheramento tra fratelli che, nella misura in cui viene accolto, diventa una possibilità per camminare nella verità. Smascheramenti che ci possono bruciare ma contemporaneamente ci danno una gioia intima: quella di poter godere più profondamente della capacità che il Signore ha messo nella nostra debolezza: Egli compie la storia della salvezza ogni giorno nella nostra opera ma soprattutto nel profondo del nostro cuore.
Allora, negli anni, rimane intatta la voglia di rispondere a un Dio sempre interrogante.
Il limite ri-solto…
Questo secondo quadro ci dà un altro sconvolgente messaggio. Teniamo presente il valore che hanno, nella tradizione ebraica antica e in ogni cultura, il matrimonio e l’avere figli. Elia si trova ospite nella casa di una donna vedova con figlio unico: abita nella stanza superiore, quella riservata agli ospiti. Non sposa questa donna, ma vive con lei un tipo di rapporto diverso da quello matrimoniale, ma che pure si rivela fecondo: di una fecondità di altro genere, capace di ridare vita a un morto. Quel figlio, generato fisicamente, viene rigenerato per intervento di Elia.
La vita fisica è minacciata dalla malattia, dalla morte, simbolo del limite della nostra esistenza che dice il nostro non appartenerci: non siamo nostri, abbiamo un punto di inizio e un punto terminale!
Come interpretare questo limite? La provocazione della donna mette sul tappeto due interpretazioni.
- "Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità?": il peccato come risoluzione del limite.
- "Sei venuto per uccidermi il figlio?": il Dio invidioso, un’idea che serpeggia ancora oggi nella tradizione popolare e corrisponde ad espressioni del tipo "il Signore se l’è preso, il Signore l’ha voluto"…
Queste letture hanno la loro radice nel non accettare di fermarsi davanti al mistero. Di fatto, se c’è la speranza di un futuro di comunione più grande del limite, questa sta solo nella continua ricerca di un oltre in quello che accade. Accogliere il mistero è la possibilità che diamo a Dio di entrare nella nostra vita come risolutore, ma non alla maniera nostra: quando siamo disposti a ritirare le nostre pretese perché crediamo che la signoria di Dio le sotto-metta tutte.
… nella comunione
A questo punto il profeta deve dichiararsi e dimostrare quale possibilità ha come uomo di Dio in quel frangente. È allora che Elia prende il figlio morto, lo porta con sé al piano di sopra, fa la sua preghiera, il suo gesto taumaturgico, riprende il figlio e lo riconsegna alla madre vivo.
Da un punto di vista narrativo simbolico questo fa emergere una novità nel rapporto tra l’uomo e la donna, che non è soltanto la possibilità di una generazione fisica, ma di una ri-generazione al di là della morte.
È qui superata la sfera della sessualità genitale a favore di una complementarietà maschile/femminile in totalità. Abitualmente, infatti, l’intraprendenza operativa esprime più la mascolinità, mentre il permanere nelle situazioni sgradevoli, la femminilità. Elia e la vedova qui invece si riconciliano in uno stare insieme che non è né puramente avventato né totalmente pavido – esasperazioni di una caratterizzazione di genere -: potrebbe essere una prefigurazione di quella comunione che Dio ha pensato fin dal principio.
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