Nel confronto il cammino dell’uomo: a tu per tu con l'altro da sé

Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" agosto/settembre 2002

In questo numero prendiamo in considerazione il racconto di 1Re 18, che ci presenta tre sequenze in cui Elia si trova a confronto rispettivamente con Abdia, i profeti di Baal e il suo Signore.


Elia e Abdia: prima sequenza

Elia inviato profeta
Dopo molto tempo [questa è una bella invenzione del traduttore perché si potrebbe dire "passati alcuni giorni": è una narrazione al di fuori del tempo, che non ha un valore di per sé cronachistico] il Signore disse a Elia nell’anno terzo: "Su, mostrati ad Acab; io concederò la pioggia alla terra". Elia andò a farsi vedere da Acab. In Samaria c’era una grande carestia.

Acab convocò Abdia. Abdia temeva molto Dio; quando Gezabele uccideva i profeti del Signore, Abdia prese cento profeti e ne nascose cinquanta alla volta in una caverna e procurò loro pane e acqua. Acab disse ad Abdia: "Va’ nel paese verso tutte le sorgenti e tutti i torrenti della regione; forse troveremo erba per tenere in vita cavalli e muli e non dovremo uccidere una parte del bestiame. Si divisero la regione da percorrere: Acab andò per una strada e Abdia per un’ altra [1Re 18, 1-6].
In questo quadro, mentre si loda la religiosità ossequiosa di Abdia, si deve anche sorridere della ragion di stato di Acab che non si preoccupa dei suoi sudditi, ma dei suoi cavalli! Questa è un’implicita presa di posizione nei riguardi di un’autorità regale che ha tradito il suo compito.

Elia, eroe per sé stesso
Mentre Abdia era in cammino, ecco farglisi incontro Elia. Quegli lo riconobbe, si prostrò con la faccia a terra e disse: "Non sei tu il mio signore Elia?". Gli rispose: "Sono io; su, dì al tuo padrone: c’è qui Elia". Quegli disse: "Che male ho fatto perché tu consegni il tuo servo ad Acab perché egli mi uccida? Per la vita del Signore tuo Dio, non esiste un popolo o un regno in cui il tuo padrone non abbia mandato a cercarti. Se gli rispondevano "non c’è!", egli faceva giurare il popolo o il regno di non averti trovato. Ora tu dici: Su, dì al tuo Signore : c’è qui Elia? Appena sarò partito da te lo spirito del Signore ti porterà in un luogo a me ignoto. Se io vado a riferirlo ad Acab, egli, non trovandoti, mi ucciderà; ora il tuo servo teme il Signore fin dalla sua giovinezza. Non ti hanno forse riferito, mio Signore, ciò che ho fatto quando Gezabele sterminava tutti i profeti del Signore, come io nascosi cento profeti, cinquanta alla volta, in una caverna e procurai loro pane e acqua? E ora tu comandi: Su, dì al tuo Signore: c’è qui Elia? Ma egli mi ucciderà. Ma Elia rispose: Per la vita del Signore degli eserciti, alla cui presenza io sto, oggi stesso io mi mostrerò a lui [vv. 7-15].
Come sempre Elia, quando arriva al punto di giurare, cade nella trappola di dire una grande menzogna, o perlomeno qualcosa di troppo. Infatti il Signore non aveva detto di dire "C’è qui Elia", ma piuttosto: "Mostrati ad Acab. Io concederò la pioggia alla terra".

Elia invece riduce tutto alla sua persona: l’uomo "di Dio" è "di Dio" solo per un’appartenenza nominale, ma in realtà è tutto centrato su sé stesso, sul suo successo. Tutto è ridotto a livello umano, non c’è più l’aspetto della rappresentanza divina: l’eroe diventa eroe per sé stesso.

Elia, apprendista maldestro
Abdia andò incontro ad Acab e gli riferì la cosa. Acab si diresse verso Elia. Appena lo vide, Acab disse a Elia: "Sei tu la rovina di Israele!". Quegli rispose: "Io non rovino Israele, ma piuttosto tu, insieme con la tua famiglia, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito Baal. Su, con un ordine raduna tutto Israele presso di me, sul monte Carmelo, insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera che mangiano alla tavola di Gezabele. Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo [vv. 16-20].
Come si può notare, della parola originaria del Signore non c’è più nulla. C’è invece un’altra proposta: "Su, con un ordine raduna tutto Israele presso di me, sul monte Carmelo". Ancora una volta sarà il Signore a dover intervenire per risolvere i guai causati dall’irruenza maldestra di Elia!

Elia, in ogni occasione, è tentato di piegare il proprio cammino al criterio umano che strutturalmente lo conduce. È il rischio che corriamo anche noi tutte le volte che, presi dall’entusiasmo di comunicare qualcosa che ci sembra la maniera più giusta di fare, dimentichiamo che tutto dev’essere funzionale all’esprimersi nella nostra vita del Signore – non di noi stessi -; e assumiamo così il tono impositivo di chi crede di avere la carta vincente.

E invece ogni intuizione o riflessione o considerazione è in primo luogo da condividere come una possibilità ancora da verificare, come ulteriore elemento di una ricerca comune: dovrebbe avere la finalità di arricchire tutti, non di esibire una verità, che rimane sempre parziale o comunque complementare agli altri frammenti di verità che ognuno porta in sé. Ciò che infatti è necessario e indispensabile è suscitare il confronto e vivere in una sana dialettica fraterna che non conceda spazio ad una contrapposizione competitiva, sempre e unicamente sterile. Queste sono le premesse per una mai compiuta evangelizzazione del cuore, necessaria per fare di tutta la nostra vita la buona notizia assunta in noi stessi prima che annunciata a parole.

I nostri conflitti di relazione come quelli più grandi che lacerano la storia hanno sempre questa radice: non considerare la mediazione dell’altro necessaria quanto la propria… Quanto mi sono tirato indietro? Quanto ho visto l’altro come una buona notizia per me – e non la mia buona notizia ferita da quella dell’altro? La percezione di essere stati feriti è sempre conseguenza della nostra reattività che viene suscitata e nello stesso tempo inevitabilmente suscita quella dell’altro: essere più consapevoli di questi meccanismi ci impedirebbe di interpretare troppo facilmente in modo negativo le intenzioni dell’altro, ogniqualvolta ce ne sentiamo provocati. Ad essere vigili in questo, forse saremmo più capaci di riconoscere gli interventi del Signore nella nostra vita e di incarnare una vera "spiritualità", nel senso pregnante del termine: lo Spirito vive davvero in noi, solo quando, invocandolo, lo riconosciamo presente in tutte le nostre fragilità. Allora la consapevolezza della nostra povertà, finalmente assunta in tutte le sue conseguenze, tuttavia non ci chiude su di noi e lascia intatto quel desiderio di fare, anche quando deborda negli eccessi del nostro entusiasmo. Bisogna credere che il Signore ci aiuta! La Parola "il Signore fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana" non significa altro. Non è lecito frenarsi per paura di cadere… quel che conta è la buona coscienza: interverrà il Signore a correggere e medicare. Vediamo questo nella vicenda di Elia.

Elia e i profeti sul Carmelo: seconda sequenza

Elia, presuntuoso sfidante
Elia si accostò a tutto il popolo dicendo: "Fino a quando danzerete a due ritmi? Se il Signore è Dio, seguitelo; se invece lo è Baal, seguite lui!". Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: "Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi ne scelgano uno, lo squartino, lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio". Tutto il popolo rispose: "La proposta è buona" [vv. 21-24].
Come si vede, si tratta di un confronto voluto da Elia basato sulla potenza: chi vincerà? Elia vuole la chiarezza: chiede infatti "fino a quando danzerete a due ritmi", cioè il ritmo di Baal e il ritmo di JHWH, "fino a quando seguirete e l’uno e l’altro", che equivale a dire "decidetevi: o per l’uno o per l’altro!". L’intendimento di Elia è sano, ma il Signore non ha bisogno di essere messo in contesa con un gesto di potenza: piuttosto ne ha bisogno Elia, come al solito, per strafare!
Elia disse ai profeti di Baal: sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro dio, ma senza appiccare il fuoco. Quelli presero il giovenco, lo prepararono, invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno gridando: Baal, rispondici. Ma non si sentiva un alito né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno Elia cominciò a beffarsi di loro, dicendo: "Gridate a voce più alta perché egli è un dio: forse è soprapensiero, oppure è indaffarato, o in viaggio, casomai fosse addormentato si sveglierà. Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni secondo il loro costume con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici. Ma non si sentiva alcuna voce, né una risposta, né un segno di attenzione [vv. 25-29].
È interessante osservare i comportamenti "religiosi" dei profeti di Baal: le incisioni e le forme rituali di danza a cerchio sono gli strumenti per raggiungere l’esperienza particolare dell’estasi. Ma l’estasi vera non è un prodotto dell’azione umana né può essere ottenuta con espedienti: è un dono che viene da Dio.

Si potrebbe vedere qui una delle differenze sostanziali tra l’atteggiamento religioso e quello della fede. Nel primo prevale il bisogno dell’uomo di lanciarsi verso il trascendente assecondando la voglia interiore con mezzi umani contingenti, fino ad arrivare a stati parossistici di euforia… Nel secondo invece non è possibile produrre niente in proprio: l’opera dell’amore è Dio chinato sull’uomo, non la nostra capacità di raggiungere Lui.

Elia sulla falsa strada
Elia disse a tutto il popolo: "Avvicinatevi". Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, ai quali il Signore aveva detto: "Israele sarà il tuo nome". Con le pietre eresse un altare al Signore, scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: "Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna". Ed essi lo fecero. Ed egli disse: "Fatelo di nuovo". Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: "Per la terza volta!". Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: "Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e converti il loro fuoco".

Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere; prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: "Il Signore è Dio, il Signore è Dio!". Elia disse loro : "Afferrate i profeti di Baal, non ne scappi neppure uno". Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Chison, dove li scannò [vv. 30-40].
Il racconto vuole portare al massimo la caratterizzazione di questo eroe di Dio… che fa fin troppe cose per Dio! È l’atteggiamento rischioso per l’uomo religioso di ogni tempo: cercare di agire per Dio, di fare qualcosa per Lui sottraendosi alla ricerca, a volte faticosa, del Suo progetto più vero. Elia ha percorso questo sentiero, questa falsa strada. Eppure JHWH non l’ha abbandonato.

Così è per noi. Dio viene sempre in soccorso alla nostra debolezza: l’importante è riconoscerla e affidarla. Se non c’è malizia, se non ci ripieghiamo su falsi sensi di colpa, se non ci chiudiamo all’evidenza di Dio che opera nella storia e siamo disponibili invece a lasciarci macerare dalla sua misericordia, le nostre radici vengono per ciò stesso risanate: si tratta solo di lasciare esprimere la grazia del battesimo. Tutte le altre realtà, che ci vedono protagonisti e gestori della nostra vita, ritardano solo la trasparenza di Dio in noi

Elia e il suo Signore: terza sequenza

Elia eroe: l’illusoria pretesa
Elia disse ad Acab: "Su, mangia e bevi perché sento un rumore di pioggia torrenziale". Acab andò a mangiare e a bere. Elia si recò alla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la faccia tra le proprie ginocchia. Quindi disse al suo ragazzo: "Vieni qui, guarda verso il mare". Quegli andò, guardò e disse: "Non c’è nulla!". Elia disse: "Tornaci ancora per sette volte". La settima volta riferì: "Ecco, una nuvoletta, come una mano d’uomo, sale dal mare". Elia gli disse: "Va’ a dire ad Acab: "Attacca i cavalli al carro e scendi perché non ti sorprenda la pioggia" [vv. 41-44].
Elia finalmente dice quell’unica parola che doveva riferire da parte del Signore: che finiva la carestia! Ma non è ancora finito il modo un po’ strano di comportarsi di Elia. Sembra che con la sua prostrazione voglia dimostrare di poter procurare lui la pioggia: quella che il Signore aveva già promessa in precedenza! È la tentazione che tutti abbiamo quando manipoliamo le cose ultime… anticipando nelle cose penultime – che dobbiamo gestire noi! - il pensiero di Dio. E invece noi siamo chiamati a leggere la storia e a parlarne con Lui nella preghiera, mai ad appropriarci del suo progetto.
Subito il cielo si oscurò per le nubi e per il vento. La pioggia cadde a dirotto. Acab montò sul carro e se ne andò ad Izreèl. La mano del Signore fu sopra Elia che, cintosi i fianchi, corse davanti ad Acab finché giunse ad Izreèl [vv. 45-46].
L’autore sacro ci descrive Elia come un eroe volutamente gonfiato: addirittura, lui a piedi, precede Acab a cavallo! I riflettori sono puntati: "Guardate che grande uomo!" - sembra quasi un’ironia sull’Ecce homo -… Noi siamo invitati a sorridere davanti a questo Elia che si crede un padreterno… Ci riconosciamo in quella stessa illusoria pretesa di onnipotenza che finisce per contaminare anche la nostra preghiera: quante volte ci sorprendiamo a pregare per ottenere un effetto immediato sulla realtà e quando accade ce ne sentiamo protagonisti! Ma Dio non cambia il suo progetto per la nostra intercessione: esso è già fin dall’inizio a favore della vita. E il nostro pregare deve diventare piuttosto un chiedere la forza di aderire a quel progetto nella forma in cui si manifesta. Bisogna essere convinti di questo perché anche la croce non venga vissuta come una smentita da parte di Dio, ma come il luogo dell’obbedienza di fede.

Anche Elia dovrà imparare che la strada del Signore non è mai quella vincente. Come vedremo nella prossima tappa del nostro percorso.