La capacità di provocazione dell’uomo:
costringere Dio ad intervenire

Pubblicato su "Il Carmelo Oggi" aprile 2002


Elia: la tentazione del suicidio
Riprendiamo il discorso a partire da quel "centro" che ha dato una svolta alla vicenda di Elia, qualificandola rispetto a qualsiasi altra esperienza teofanica.

Elia sta andando all’Oreb per provocare Dio: fugge da Gezabele non perché ha paura – Elia non è un timoroso! -, semplicemente va in crisi. Si attendeva che Dio intervenisse…
Elia, visto questo, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo ed egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro (1Re 19,3-4a).
Inoltrarsi nel deserto per una giornata di cammino senza scorte significa suicidarsi. È cercare il suicidio, ma non è togliersi la vita… A questo proposito riportiamo un ampio stralcio della riflessione proposta da M. Masson.

Elia dunque parte da Bersabea, solo: "per un fuggitivo come lui, stanco e abbattuto, è una strana imprudenza, è un suicidio. Inoltre, non prende nulla con sé, non pensa più né alla propria sicurezza né a Gezabele: ha premeditato e organizzato la propria morte.

A questo punto si pongono due interrogativi: perché Elia si suicida, e perché si suicida così? Perché quella morte lenta e particolarmente crudele, perché quella morte inutile e ingloriosa, quando avrebbe potuto scegliere di morire martire affrontando Gezabele in una lotta disperata per l’onore?

La risposta al primo interrogativo è semplice: Elia è un vinto. Ma la sua non è una sconfitta qualsiasi, perché non si tratta soltanto della vittoria di Gezabele, ma anche soprattutto della diserzione di Jhvh. Elia infatti era "pieno di zelo per il Dio degli eserciti", e il suo Dio non l’ha ascoltato. Questo silenzio è qualcosa di molto peggiore di un abbandono, perché è lo stesso silenzio con cui si erano scontrati poco tempo prima, sul Carmelo, i sacerdoti di Baal: "invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno gridando: Baal rispondici!. Ma non si sentiva un alito, né una risposta" (1Re 18,26). Per Elia, quel silenzio era stato una prova dell’inesistenza di Baal. Ricordiamo la sua sferzante ironia: "Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio, casomai fosse addormentato, si sveglierà" (1Re 18,27). Se Jhvh è Dio, il suo tradimento significa la solitudine dell’abbandono. Ma se Jhvh tace, forse non esiste nemmeno, come Baal, e ciò significa la fine di tutto.

Nella stessa situazione, qualcuno che non fosse Elia potrebbe anche adattarsi, mettersi il cuore in pace, venire a patti con la propria fede o rinnegarla. Ma Elia, come viene ripetuto per due volte, è un uomo "pieno di zelo per il Signore degli eserciti", e con la stessa passione arderà di dolore. Dio era la sua vita: senza Dio non gli resta che morire.

Forse più che un vero e proprio suicidio, è mettere Dio nella condizione di salvarlo… È diverso, più provocatorio. Anche mettersi sotto un ginepro non era un segno qualsiasi: anche Agar, fuggendo da Sara, mise Ismaele sotto un ginepro (cfr. Gen 21,15). Riprendiamo Masson…

"… questa coincidenza diventa molto più sorprendente se si osserva che l’arbusto sotto cui Ismaele dovrebbe morire si trova proprio nel deserto di Bersabea. […] Disperato, Elia si rende conto di come la sua situazione somiglia a quella di Ismaele. E conosce anche la conclusione di quella vicenda: "Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo […] ed essa vide un pozzo d’acqua" (Gen 21, 17-19). Ebbene, Elia vuole proprio questo: che Dio lo ascolti".
Desideroso di morire disse: "Ora basta, Signore. Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri (1Re 19,4).
Questa è una provocazione nei riguardi di Dio. In realtà sta dicendo: "Con tutto quello che ho fatto, non vieni neanche in mio aiuto! Te ne ho uccisi quattrocentocinquanta in una volta sola!"

Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora ecco un angelo [notate la finezza: il narratore dice "un angelo", un messaggero generico, un uomo] lo toccò e gli disse "Alzati e mangia!". Egli guardò, vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi [qui non si alzò nemmeno, di per sé]. Venne di nuovo l’angelo del Signore [la seconda volta non può essere un caso!]. Lo toccò e gli disse "su, mangia, perché troppo lungo è per te il cammino". Si alzò, mangiò e bevve, con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb (1Re 19, 5-8).

Elia: dalla protesta alla consegna
Centrale, in questi testi, è la provocazione di Dio da parte di Elia. Il profeta è decisamente in crisi: non capisce il silenzio di Dio dopo tanto operare in suo favore. È arrivato al limite delle sue possibilità, al punto che desidera morire piuttosto che continuare nella disperazione di un non capire per sempre.

Eppure, proprio nel riconoscimento di questa non comprensione c’è la possibilità di cominciare una vita nuova. Elia è ancora radicalmente convinto che Dio è capace di cose impossibili per l’uomo: per questo decide di mettersi ai margini della sua stessa avventura (di ritirarsi nel deserto) e di costringere così Dio ad intervenire.

Questo ci fa riflettere: tutte le volte che siamo talmente identificati con quello che facciamo, da non riuscire a tirarci indietro perché "viva il Signore", attraversiamo quella crisi (la stessa di Elia) che dovrà portarci ad una diversa conoscenza di noi stessi e di Lui. Allora, ci sarà dato di capire che il nostro "ritirarci" può coincidere con un’espansione di Dio, cioè con una dilatazione della nostra interiorità.

Questa dovrebbe essere la sfida del monachesimo, vivibile solo a queste condizioni. La sequela, infatti, non comporta mai un’umiliazione dell’uomo, ma piuttosto l’esaltazione della sua interiorità. È ciò che occorre credere anche in tutti quei momenti di tergiversazione in cui ci auto-escludiamo dal contesto vitale, negando la nostra disponibilità quasi a protestare contro un supposto nascondersi di Dio.

Elia ha in sé come missione da scoprire quella di essere maestro dell’interiorità, che, in fondo, è un essere maestro del… "niente", del "vuoto": è saper dire "comunque non cadrò nel nulla", oppure "quel nulla mi rivelerà la Presenza"; è tener viva la consapevolezza che l’oscurità che ci avvolge non è mai assurdità.

Anche noi, come lui, sentiamo ardua questa avventura. La nostra vita quotidiana è fatta da tanti piccoli "niente", da tanti segni banali, che però possono contenere la sua Presenza: solo a patto di saperla discernere nella nostra interiorità. Cioè, quell’accadimento, che convergenza ha con il sentire più profondo del mio cuore? Che qualità di "sì" ho dentro, aprioristico, indipendentemente da quello che sento? Eludere queste domande ci porta a distrarci in tante cose pur di non prendere in considerazione quel silenzio che immediatamente – ma solo apparentemente – è una non risposta alle nostre attese. È la stessa esperienza che vive Agar (cfr. Gen 21,15) che si distanzia da Ismaele perché non sa portare il dolore di quel lamento.

Ancora una volta la storia di Elia ha una parola per noi, laddove un angelo lo nutre perché possa continuare il cammino. Il Signore ha sempre un’attenzione al nostro cuore ferito: viene una volta, torna una seconda… torna sempre negli stessi piccoli segni, fino a che non riconosciamo che lì sta la grazia che ci è data in mano. Solo allora cambia il nostro modo di pensare e possiamo riprendere quota: magari non abbiamo ancora capito cosa fare, ma sappiamo di dover cercare; non possiamo più lasciarci andare alle nostre voglie, ma dobbiamo lasciarci orientare dalla voglia del Signore su di noi.

Elia: dalle voci irrequiete all’inquietante silenzio
Quando arriva all’Oreb, Elia è già cosciente che Dio gli ha risposto, ma si aspetta ancora quel Dio della potenza che abitava la sua immaginazione.

Ivi entrò nella caverna per passarvi la notte. Quand’ecco [qui ancora una volta la traduzione viene meno: non "il Signore gli disse", ma "gli fu detto"… Chi glielo disse? L’autore non lo dice] gli fu detto: "Che fai qui, Elia?". Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo, ed essi tentano di togliermi la vita". [Agisci con me! Fatti vedere presente nella mia azione!]. Gli fu detto [qui è tradotto correttamente]: "Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore". Ecco, il Signore passò. (1Re 19, 9-11a).

Elia è nella caverna quando si sente rivolgere l’invito ad uscirne per vedere il Signore. Il Signore passa, "ci fu un vento"… Il fatto che non si dica chi parla ci fa pensare ad un dibattito interiore: è come se il profeta ripetesse a se stesso le ragioni del suo io ferito… e questo riempisse tutto il suo orizzonte. Un’altra voce, invece, lo invita ad uscire… un uscire da quella problematica di domande, letture e risposte autoprodotte per stare dentro in quel disagio di non capire, senza rincorrere ragionamenti vani. A questo punto lo sguardo di Elia, che pure è ancora nella caverna, non è più ripiegato sulle sue ferite ma attento a scorgere qualcosa al di fuori del suo piccolo mondo.

È anche la nostra esperienza: si rimane soli con le proprie voci, ma solo distogliendo l’attenzione da noi stessi, a poco a poco, arriviamo a capire che Dio vuole dirci qualcosa. Questa è propriamente la nostra e-stasi: venir fuori dalla caverna, dai nostri meandri…

Ma a questo punto, quando finalmente Elia è attento a scorgere altro da ciò che si aspetta… è il Signore stesso a depistarlo! "Ecco il Signore passò … ma il Signore non era nel vento… non era nel terremoto… non era nel fuoco…" (cfr. vv. 11-12a). Accade il contrario rispetto all’esperienza del deserto, quando era Elia a non riconoscerlo.

E infine, il qol demama daqqa (cfr. vv. 12b-14). Elia si copre il volto con il mantello ed esce dalla caverna. Uscendo risente dentro quella voce che gli dice "che fai qui Elia?" e gli viene da sorridere nel momento in cui risponde con quelle stesse parole "sono pieno di zelo per il Signore Dio degli eserciti". Come se, ripetendole, dicesse dentro di sé: quanto ero stupido, non ho capito nulla!

Per Elia come per noi: un colore alla vita
Il Signore gli disse: "Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Hazaèl come re di Aram, poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto". (1Re 19, 15-16).

Il Signore gli disse: "Su, ritorna sui tuoi passi…". Cioè: non devi proprio cambiare niente… di quello che fai, solo il cuore! E gli ingiunge tre comandi che significano nell’insieme: fa’ la tua opera e abbandona la scena. Elia, addirittura, dei tre mandati ne compie uno solo, che è poi quello di trasmettere la profezia: sarà Eliseo a fare tutto il resto. È chiaro che ormai è avvenuto un cambiamento di prospettiva: Elia ha capito che non è il suo protagonismo a contare, ma il crescere del Signore dentro e fuori di sé; non tanto che lui viva (nel "fare"), ma che viva il Signore (davanti al quale "stare"). Solo quando si arriva a questa consapevolezza, quindi a cogliere la ricchezza che il proprio ritirarsi può celare, si può fare anche a meno di tutto quello in cui si investiva la totalità di sé stessi, e che pure può essere ancora dato.

È lo stile di Dio nel nostro cuore: tante volte la nostra gioia è piccola perché è la nostra vista ad essere piccola! E invece sono proprio le cose piccole il luogo della presenza del Signore: anche quando sono insipide. La caverna preparata per noi può anche essere incolore, ma è la qualità della nostra fede a darle vivacità: allora è possibile appassionarci e sprizzare effervescenza, nella consapevolezza intima e silenziosa di aver centrato la vita.

*L’atteggiamento da recuperare di Elia: una sorta di immediatezza nel rapporto con il Signore, che è espressione di una interiorità così semplice da potersi dire quasi "selvatica".